Nell’aprile 2022 si terranno in Francia le elezioni presidenziali volte a stabilire chi occuperà per i successivi cinque anni il trono repubblicano dell’Eliseo. Emmanuel Macron, vincitore nel 2017, è eleggibile per un secondo mandato e mira a difendere l’incarico, per il quale però la concorrenza è estremamente folta.

C’è un profondo dualismo insito nell’azione che il presidente francese ha condotto in questi anni: muscolare, ambizioso, intento a proiettarsi con intento gollista o addirittura bonapartista verso idee (spesso velleitarie) e strategie di rafforzamento della potenza francese in ambito europeo e internazionale; contraddittorio, spesse volte poco lucido e scarsamente dotato di polso sul fronte interno, in cui sono emerse profonde spaccature sociali ed economiche che la protesta dei Gilet Gialli prima e la pandemia poi hanno ulteriormente rinfocolato. Macron è dunque un leader in bilico che non ha affatto in tasca la rielezione, per quanto l’essersi sganciato dall’etichetta di continuità con il Partito Socialista in declino e l’aver assunto una postura orientata all’interesse nazionale abbia aumentato, gradualmente, i suoi consensi anche nell’elettorato di centrodestra.

Le Pen punta alla rivincita

La sfidante numero uno, per Macron, sarà l’avversaria del ballottaggio del 2017, Marine Le Pen. La leader del Rassemblement National sta da tempo lavorando per ampliare il campo della destra sovranista nazionale assumendo una postura di governo, saldando alla volontà di unire la Francia “profonda” contro Macron, ritenuto espressione dell’élite parigina, un’apertura politica, culturale e sociale verso tematiche nuove e di elevata valenza strategica. Ne è un esempio il nuovo approccio del Rassemblement all’ambiente, analizzato con una visione identitaria e inserita nel quadro della propria narrazione politico-ideologica.

La nuova postura governista della Le Pen ha un obiettivo chiaro: prevalere al secondo turno delle presidenziali del 2022, portando sul terreno un’elaborazione politica volta a spezzare la conventio ad excludendum sociale, prima che politica, per la destra radicale, che le permetterebbe di diventare la prima donna capo dello Stato francese. La dédiabolisation dei lepenisti, già avviata dalla deputata di Henin Beaumont negli scorsi anni, passa anche per l’assunzione di responsabilità politiche necessarie a superare l’ostacolo delle barricate che, inevitabilmente, sono poste di fronte al Rassemblement durante ogni appuntamento elettorale. Nell’estate scorsa la conquista da parte dell’ex Front National di Perpignan, divenuta la prima città con più di 100mila abitanti ad avere un sindaco del partito, l’ex compagno della Le Pen Louis Aliot, ha mostrato la genesi di una capacità di parlare a un elettorato di destra moderata che sembra oggi riflettersi su scala nazionale in sondaggi che vedono la Le Pen sempre più vicina alla soglia del 50% in un eventuale ballottaggio con Macron.

I gollisti cercano l’uomo giusto

Il disorientamento di cui la destra tradizionale e istituzionale è stata negli ultimi anni pervasa ha facilitato il gioco politico alla Le Pen. Ma molti analisti e commentatori ritengono che probabilmente il vero avversario in grado di disarcionare Macron potrà arrivare proprio dallo schieramento che si professa erede del generale De Gaulle. Lo schianto dei Republicains alle Europee 2019, in cui hanno conseguito l’8,48%, ha aperto una fase di “traversata del deserto” da parte del centro-destra francese, schiacciato tra il protagonismo politico della Le Pen e il ribilanciamento di Macron.

La disastrosa eredità politica di Nicolas Sarkozy e del suo assoggettamento politico e morale alle logiche dell’austerità perorate da Angela Merkel pesano ancora sulle prospettive politiche dei gollisti, che dopo aver tentato invano la carta della svolta conservatrice con Laurent Wauquiez cercano ora di riequilibrarsi volendo bilanciarsi tra le diverse anime interne a un partito erede di una cultura politica che ha contribuito a plasmare le direttrici dell’interesse nazionale francese (postura dello Stato in economia, spinta alla proiezione europea, valorizzazione del ruolo dell’Eliseo) e necessita ora una sintesi che faccia sentire una casa comune a liberali, conservatori, cattolici, moderati.

Una sostanziale fuga in avanti viene dalla candidatura, da indipendente, dell’ex ministro Xavier Bertrand, accreditato dai sondaggi del terzo posto al primo turno. Bertrand, dal 2015 presidente della Regione dell’Hauts-de-France con capoluogo Lille (la città natale del Generale), ha lasciato i Republicains nel 2017 in polemica con Wauquiez e, dopo la fine della segreteria di quest’ultimo, nel 2020 ha assunto popolarità come papabile sfidante di Macron. Bertrand piace agli elettori di centro-destra, ed è sostenuto dentro al suo ex partito dal vicepresidente Guillaume Peltier, che lo ritiene il “terzo uomo” in grado di avviare una “controrivoluzione patriottica” in grado di porre fine al quinquennio di Macron, a suo dire troppo fragile nel difendere la Francia negli scenari globali.

Qualora Bertrand non dovesse unire l’elettorato di centro-destra, restano nomi di altissimo profilo in grado di federare il partito. Michel Barnier, capo negoziatore europeo per la Brexit, è considerato dal Financial Times tra le figure di più alto profilo in grado di rafforzare i Republicains, che vedono i consensi oggigiorno erosi dall’esterno da Bertrand anche e soprattutto per le incertezze sulle scelte politiche del partito. Ma il nome che potrebbe, anche in concorrenza con Bertrand, mettere tutti d’accordo, è quello dell’ex primo ministro Edouard Philippe.

Philippe torna in campo?

Philippe ha lasciato la guida del governo nel luglio 2020 venendo rieletto alla carica di sindaco di Le Havre da cui proveniva quando fu chiamato all’Hotel de Matignon da Macron. Esponente moderato dei Republicains, Philippe si unì all’esperienza di governo macroniana e dopo esser stato a lungo nell’ombra durante la pandemia ha rotto il tradizionale equilibrio che vede il primo ministro come un semplice “funzionario” dell’Eliseo.

Philippe, abituato al confronto e al dialogo con i cittadini, è apparso il vero regista della risposta governativa durante la prima ondata, dimostrandosi più empatico e più diretto nella definizione delle strategie di risposta alla crisi e in un sondaggio Ifop di fine giugno era stato incoronato come il politico più amato di Francia, staccando di oltre dieci punti percentuali Macron nei tassi di gradimento: 50% contro 39%. Questi calcoli avranno sicuramente condizionato la decisione Macron di nominare come successore di Philippe un uomo dal profilo “tecnico” come Jean Castex, 55enne alto funzionario ed enarca che con il predecessore aveva lavorato a stretto contatto come coordinatore del gruppo di studi sulle strategie per la “fase due” post-pandemia.

Philippe ha lasciato al massimo del consenso e dotato di una popolarità trasversale spendibile qualora decidesse di scendere in campo contro Macron. Doppio ex, ex macroniano ed ex dei Republicains, da cui uscì al momento della chiamata all’esecutivo, Philippe potrebbe compattare il fronte moderato. E anche Liberation sottolinea che, nonostante Philippe e i Republicains non si siano mai vicendevolmente chiariti sul caso del 2017, la sua candidatura all’Eliseo potrebbe apparire come il cavallo giusto per spodestare Macron e rintuzzare l’assalto della Le Pen all’elettorato moderato.

Una sinistra divisa e il ruolo dei Verdi

Ai margini dello scontro resta invece una sinistra polarizzata tra il Partito Socialista divenuto l’ombra di sè stesso, sotto la doppia cifra, e che presenterà come candidata, verosibilmente di bandiera, il sindaco di Parigi Anne Hidalgo e una France Insoumise al cui interno Jean-Luc Mélenchon appare ancorato molto indietro rispetto ai fasti del 2017, quando sfiorò l’accesso al ballottaggio, veleggiando attorno al 10%. Per entrambi i partiti la tornata del 2022 sembra destinata a risultare decisamente infruttuosa.

Diverso il caso dei Verdi, forti dell’exploit delle Europee 2019 (terza forza dopo lepenisti e macroniani) e valorizzati dalle ultime tornate amministrative. In cui sono stati proprio gli ecologisti di Europe Écologie Les Verts (Eelv) a conquistare la scena. Eelv ha fatto il pieno di sindaci ai ballottaggi. Marsiglia e Lione, seconda e terza città del Paese, sono andati rispettivamente rispettivamente alla consigliera dipartimentale Michelè Rubirola e all’attivista verde Gregory Doucet, mentre una delle città simbolicamente più importanti, la girondina Bordeaux, è stata espugnata da Pierre Hurmic. I Verdi hanno preso anche Besançon, Tours, Poitiers, Annecy, Strasburgo, proiettando il loro leader Yannick Jadot come portavoce di un ecologismo “urbano”, liberale e in corsa di espansione anche nel resto d’Europa, Germania in testa.

Tale ecologismo che potrebbe, in un certo senso, creare un bacino elettorale alternativo da cui partiti come En Marche, la forza politica di Macron, potrebbero risultare penalizzati. Se la natura urbana e metropolitana di Eelv, data a livello nazionale tra il 10 e il 15%, rende difficile ipotizzare una sua capacità di giocarsi carte concrete per l’Eliseo, si può dire che gli ambientalisti al primo turno possono contribuire a danneggiare politicamente lo stesso Macron. L’ennesima “partita nella partita” a cui bisognerà guardare a un anno dall’appuntamento decisivo di una corsa per la presidenza della Repubblica ancora più incerta di quella del 2017.