Dal pomeriggio del 16 novembre i negoziati per l’approvazione del bilancio pluriennale dell’Unione Europea e del Fondo di Ripresa (Recovery Fund) sono entrati ufficialmente in stallo. Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria, infatti, hanno fatto ricorso al loro diritto di veto in sede di Consiglio dell’Ue per congelare la procedura di approvazione dei due pacchetti che, sommati, ammontano a circa 1.800 miliardi di euro; movente dell’iniziativa è la volontà di eliminare dall’accordo una clausola sulla condizionalità che lega l’accesso ai fondi alla salute dello stato di diritto.

Quella che sembrava essere l’ultima e l’ennesima battaglia politica ad uso e consumo dell’alleanza Visegrad sta invece contribuendo a rivelare le dimensioni di una frattura culturale tra l’Europa occidentale e quella orientale; altri Paesi, infatti, condividono le perplessità di Varsavia e Budapest e stanno lentamente facendosi avanti.

Si allarga il fronte dei contrari

Il giorno successivo all’utilizzo del veto, Piotr Muller, il portavoce ufficiale dell’esecutivo polacco, aveva dichiarato che la clausola sulla condizionalità e il significato particolarmente fluido e quindi strumentalizzabile del concetto di stato di diritto non avevano suscitato perplessità soltanto a Visegrad, il cuore del conservatorismo europeo, ma anche in altri Paesi che, probabilmente, avevano scelto la linea del basso profilo per non indispettire la Germania.

Tra quei Paesi, sempre in accordo con i canali diplomatici polacchi, sarebbe stata presente la Slovenia. Il governo sloveno, infatti, pur non avendo appoggiato esplicitamente la posizione polacco-ungherese e non avendo partecipato al boicottaggio, aveva invitato Berlino e il duo Varsavia-Budapest a raggiungere un compromesso. La mattina del 18, però, è avvenuta la svolta: è stato reso noto che il primo ministro sloveno Janez Jansa ha inviato una lettera a una serie di personalità – tra le quali Charles Michel, presidente di turno del Consiglio dell’Ue, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione dell’Ue, Angela Merkel e Antonio Costa – per comunicare loro di aver fatto una scelta di campo chiara, netta e a fianco dei colleghi Viktor Orban e Mateusz Morawiecki.

Nella missiva firmata da Jansa si può leggere che “solo un organo giudiziario indipendente può dire cos’è lo Stato di diritto, non una maggioranza politica” e che “quelli di noi che hanno trascorso parte della nostra vita sotto regimi totalitari sanno che la deviazione dalla realtà inizia quando ai processi o alle istituzioni vengono dati nomi che significano l’esatto opposto della loro essenza”. Il primo ministro sloveno chiede, infine, che il pacchetto venga approvato senza l’adozione di “meccanismi discrezionali basati non su un giudizio indipendente ma su criteri politicamente motivati”.

La clausola della discordia

La Germania sta approfittando della presidenza di turno del Consiglio dell’Ue per approvare il bilancio comunitario pluriennale secondo le modalità e i parametri elaborati da Berlino e per Berlino. Uno dei punti centrali dell’accordo sul bilancio prevede l’introduzione di una clausola di condizionalità che legherebbe in maniera indissolubile l’accesso ai fondi comunitari alla salute dello stato di diritto nel Paese richiedente. Nello specifico, tale meccanismo di condizionalità potrebbe giustificare la privazione e/o la sospensione dei fondi anche nei casi in cui le violazioni non siano state accertate ma, dove, comunque, “esista il rischio” che vengano compiute.

Salute dello stato di diritto non significa soltanto indipendenza e integrità dei tre poteri, in particolare quello giudiziario, ma anche stato di avanzamento di diritti civili e umani e volontà di conformarsi ai dettami europei per quanto riguarda tematiche come cultura e immigrazione. È soltanto a partire da questo premessa che si può comprendere e inquadrare l’ennesimo braccio di ferro tra i favorevoli al meccanismo di condizionalità, che si trovano sostanzialmente ad Ovest, e i suoi detrattori, che provengono da Est e sono rappresentati dal duo Varsavia-Budapest.

Secondo Fidesz e Diritto e Giustizia (PiS) a Bruxelles non starebbe avendo luogo una semplice battaglia politica, le motivazioni alla base della proposta tedesca di condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello stato di diritto sarebbero squisitamente ideologiche: le dirigenze liberali dell’asse Parigi-Berlino vorrebbero porre un freno alle agende conservatrici che caratterizzano l’alleanza Visegrad, in particolare Budapest e Varsavia. Ed è in termini di scontro ideologico che, infatti, sta venendo vissuto, letto e spiegato il dibattito sulla condizionalità nei due Paesi, che, recentemente, hanno dato il via ai lavori per la fondazione di un istituto sullo stato di diritto che sfidi e spezzi l’egemonia politico-culturale della visione liberale.

Orban, all’indomani del veto, ha posto le condizioni per la formulazione di un accordo di compromesso e spiegato le ragioni alla base del suo forte scetticismo. Le condizioni riguardano l’introduzione di “criteri oggettivi [dello stato di diritto] e la possibilità di fare ricorso [contro la privazione dei fondi]”, e le ragioni sono altrettanto pragmatiche.

Secondo il primo ministro ungherese la decisione di attribuire un significato particolarmente fluido, e quindi strumentalizzabile, del concetto di stato di diritto spiana la strada al “ricatto con strumenti finanziari [contro] i Paesi membri che si oppongono all’immigrazione”. Ribadendo che l’Ungheria “sostiene ardentemente lo stato di diritto”, Orban ha anche lanciato un ammonimento della stessa natura di quello di Jansa, sostenendo che tale concetto può essere ampiamente utilizzato per perseguire fini politici e ideologici anziché meramente giuridici.

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