Shōtarō Yachi, l’uomo dietro la politica estera del Giappone

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Nel gennaio 2013, mentre dei miliziani di al-Qaeda sequestrarono 800 persone nel sud dell’Algeria, Shinzo Abe, da pochi mesi tornato primo ministro del Giappone, fu costretto a mettersi alla disperata ricerca di affidabili informazioni d’intelligence. Perché l’intelligence nipponica, di fatto, non esisteva.

Dopo la stessa Algeria, il Giappone fu il paese a pagare il prezzo più alto di un atto terroristico che si trasformò ben presto in strage. Dopo l’assalto finale, tra i 38 corpi di stranieri senza vita, ne vennero recuperati 10 di cittadini nipponici. Già durante la sua prima premiership, Abe tentò in tutti i modi di mandare in pensione il vecchio Security Council per fondare un’agenzia moderna ed efficace, degna di una superpotenza. Ma proprio sul più bello perse l’incarico. La crisi degli ostaggi in Algeria lo convinse a riprendere in mano il progetto, e meno di un anno dopo, il 4 dicembre 2013, il nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale si riunì per la prima volta a Tokyo. Lasciando tutti di stucco.

La mente, gli occhi e il braccio di tutta l’operazione furono quelli di Shōtarō Yachi. Nato 17 mesi prima dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima, il già braccio destro del ministro degli Esteri Asō Tarō divenne ben presto uno dei principali consiglieri di Abe, quando ancora agiva da segretario di gabinetto. Già nel 2005 Yachi incarnava allo stesso tempo il ruolo di burocrate iperpotenziato, consigliere di gabinetto e, dal 2012, capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Un legame, quello tra Abe e Yachi, originato anzitutto da un apprezzamento condiviso di una certa idea di politica di potenza. Il loro comune stile di leadership, la loro visione del mondo e il loro impegno attivo nella politica estera e nella sicurezza nazionale hanno spinto più di uno studioso (tra tutti Giulio Pugliese) ad accomunare questo feeling a quello tra Richard Nixon e Henry Kissinger. L’unica differenza non da poco con gli omologhi americani sta nell’obiettivo ideale: il recupero dell’orgoglio e dell’essenza del Giappone, un’impresa che non era riuscita nemmeno all’affilata lama della katana di Yukio Mishima.

Nell’impressionante background di Yachi (docente universitario in 5 tra i principali istituti top-class del Giappone e alto dirigente di Fujitsu) spicca un’investitura che spiega come sia diventato dall’inizio degli anni Duemila il principale depositario della politica estera nipponica. Yachi, infatti, è stato il protégé di Kei Wakaizumi.
Wakaizumi è spesso ricordato per essere stato l’inviato segreto del Primo Ministro Satō Eisaku a Washington nel 1969 per negoziare la restituzione di Okinawa al Giappone e il transito delle armi nucleari statunitensi nell’arcipelago in caso di crisi improvvisa con l’Unione Sovietica. Ma da fine analista e accademico influente, intuì con largo anticipo le implicazioni geopolitiche dell’ascesa della Cina, e si concentrò già allora nell’imbastire estesi legami con i funzionari del governo americano in funzione anti cinese.

Oltre al realismo geopolitico Wakaizumi sentiva forte la necessità di restituire un volto allo spirito merlato del Giappone del dopoguerra, in chiave ideale ma anche militare, puntando tutto sulla ricostruzione dell’egemonia marittima del Sol Levante nel Pacifico. Nel corso degli anni, però, si rese conto che il pieno recupero dell’identità del Giappone (shutaisei) sarebbe stato possibile solo con la possibilità di confrontarsi vis-a-vis col mondo, e con gli Stati Uniti in primis. In una biografia pubblicata all’inizio degli anni ’90 rivelò le sue trattative segrete con Kissinger e Nixon proprio per far capire ai suoi connazionali che stavano vivendo in un “paradiso degli sciocchi” (kuja no rakuen) e che il loro pacifismo insulare e la loro eccessiva dipendenza dalla protezione militare statunitense si sarebbero rivelati controproducenti. I giapponesi non si rendevano conto, secondo Wakaizumi, in che tipo di ambiente potenzialmente pericoloso si sarebbero trovati dopo la fine della Guerra Fredda. Il resto è storia dei giorni nostri.

Fu Wakaizumi a convincere Yachi a intraprendere la carriera diplomatica, i cui studi si effettuano nelle scuole anglofone, di solito americane. Il giovane apprendista soggiornò persino a casa di Wakaizumi, all’insaputa di tutti i colleghi. In quegli anni, c’è da scommettere, imparò il valore della segretezza. Idealista conservatore fin dalla giovinezza, Yachi condivide un’importante somiglianza con Abe: per entrambi la volontà deve essere ben radicata nelle tradizionali nozioni di onore e sincerità (magokoro è colui che segue onestamente i suoi obblighi). Un modello incarnato per tutta la vita da Wakaizumi, sotto la cui egida Yachi intuì che il suo sarebbe stato un lavoro di responsabilità per la sicurezza e la prosperità del paese, e che quindi dovesse essere perseguito in modo coerente senza abbandonare gli ideali personali.

Un rimando al concetto di paradiso shintoista, dove si ottiene l’approvazione dei padri per aver risposto all’appello al dovere in nome del Giappone, cosa che nel caso specifico si traduce nell’aver accettato l’incarico come primo capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Si badi bene, a differenza di Kissinger, fondatore poi di una società di consulenza milionaria, per Yachi diventare capo del NSS ha significato rinunciare a una carriera professionale nel settore privato parecchio remunerativa.

Per vocazione, dunque, Yachi pone esplicitamente e ripetutamente il perseguimento dell’interesse nazionale come motore ultimo della politica estera del Giappone. All’atto pratico, tutto questo si traduce in una riproposizione in chiave contemporanea della dottrina di Wakaizumi. Gli assi centrali della politica estera giapponese devono essere il recupero del prestigio e la strategia geopolitica. Il sentimento di dipendenza dagli Stati Uniti, specie visto il nuovo corso “endogeno” inaugurato da Donald Trump, deve essere sostituito da un senso di uguaglianza e cooperazione costruito su valori e interessi condivisi. Il Giappone, dunque, non deve solo diventare più indipendente, ma soprattutto libero dal suo complesso di inferiorità storica nei confronti del suo partner in fatto di sicurezza. Solo un’alleanza consapevole con gli Usa può essere in grado di controbilanciare l’espansione dell’Impero Celeste.

Secondo Yachi il carattere nazionale cinese è intriso d’orgoglio ferito, e nella sua nuova versione vede l’uso della forza come carattere essenziale nel ripristino dell’onore dopo il “secolo di umiliazione”. Quindi, mentre la Cina diventa la seconda potenza militare più grande del mondo, è comprensibile che il suo comportamento si faccia via via più aggressivo. Del resto, quella della Cina è tradizionalmente una visione verticale del globo, totalmente sino-centrica, nonostante l’attuale dittatura comunista rappresenti una contraddizione in termini: come potrebbe un modello politico con un partito unico porsi come leader nella società internazionale?

Certo, la crescita economica aiuta. Ma secondo Yachi non può essere l’unica fonte di legittimità, soprattutto perché non è certo che sia destinata a durare nel tempo. La Repubblica popolare cinese dovrà affrontare delle battute d’arresto che iniziano già ad intravedersi (contrazione della crescita, guerra commerciale con gli Usa, crisi della natalità etc.) e semmai qualcuna di queste dovesse portare anche alla messa in discussione della leadership politica di Xi Jinping e del Pcc, il contraltare modello democratico, per certi versi in affanno ma di certo moralmente superiore, dovrà essere pronto ad approfittarne.