Il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale dell’Italia, Luigi Di Maio, è stato costretto a rimandare all’ultimo momento una visita ufficiale in Turchia dove avrebbe dovuto incontrare il collega Mevlut Cavusoglu. Si tratta di uno sgarbo diplomatico perché Roma è stata informata la mattina stessa della visita. Un dispaccio di Agenzia Nova riferisce che la missione è stata posticipata di due giorni “a causa di un cambio di programma del ministero degli Esteri turco”. Nelle stesse ore in cui i due ministri avrebbero dovuto parlare ad una conferenza stampa congiunta ad Ankara, Cavusoglu incontrava a Tripoli, in Libia, il capo del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, alla guida di una delegazione di altissimo livello: tra i 25 membri della folta rappresentanza turca c’era anche il capo dell’intelligence Hakan Fidan, lo stratega della politica muscolare di Ankara nel Mediterraneo e non solo. Oltre al danno del cambio di programma last minute, si aggiunge la beffa di un incontro a sorpresa con i leader di un paese, la Libia, fondamentale per la politica estera e la sicurezza nazionale l’Italia.

Visita rimandata

Gli addetti ai lavori erano stati avvertiti che Di Maio avrebbe dovuto incontrare Cavusoglu ad Ankara alle ore 12.30 locali (11.30 italiane) del 17 giugno 2020, il giorno dopo la missione del ministro pentastellato in Svizzera. Ai colloqui bilaterali avrebbe dovuto fare seguito una conferenza stampa congiunta alla presenza di giornalisti turchi e italiani. Era stato lo stesso ministero degli Esteri di Ankara a divulgare tramite l’agenzia Anadolu gli argomenti al centro dell’incontro: i rapporti tra Italia e Turchia, il processo di adesione all’Unione europea da parte di Ankara, la lotta contro il coronavirus e dossier di attualità regionale e internazionale. Nessuna menzione esplicita invece della crisi in Libia, dove la Turchia gioca insieme alla Russia un ruolo di primo piano, alla luce del suo forte sostegno politico ma soprattutto militare al Governo di accordo nazionale di Tripoli. Non è la prima volta che una visita del titolare della Farnesina viene rimandata all’ultimo minuto. La recente missione del ministro Di Maio in Grecia tenuta lo scorso 9 giugno, infatti, avrebbe dovuto tenersi il 6 dello stesso mese. Ma questa volta il preavviso è stato brevissimo e, comunque, Cavusoglu ha “dato buca” al capo della diplomazia italiana per recarsi in quello che l’ambasciatore d’Israele a Roma ha definito in un’audizione informale al Senato “il cortile di casa dell’Italia”.

Cavusoglu a Tripoli

Le notizie sull’arrivo di una delegazione turca in Libia si sono diffuse in Libia già in mattinata, senza però menzionare la presenza di Cavusoglu. A fare chiarezza ci ha pensato lo stesso Governo di accordo nazionale, che in una nota su Facebook ha pubblicato le fotografie della delegazione. Colpisce soprattutto la presenza di Hakan Fidan: se si muove lui, significa che la visita è davvero importante e c’è in ballo qualcosa di grosso. La stampa della Cirenaica (ostile ad Ankara) ventila l’ipotesi dell’apertura di due basi militari turche nella città-Stato di Misurata – dove è l’Italia è presente con un ospedale da campo, difeso da una fregata della nostra Marina militare – e ad Al Watiya, la base area a sud-ovest di Tripoli recentemente liberata dal giogo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar. Non va sottovalutata nemmeno la presenza del ministro delle Finanze e del Tesoro, Berat Albayrak, genero del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. Il Gna si è limitato a comunicare che nei colloqui si è parlato della guerra in corso contro l’Lna, della cooperazione nel campo della difesa e della sicurezza e del rilancio delle relazioni economiche, in particolare per quanto il ritorno delle aziende turche nel paese nordafricano e la cooperazione nel settore energetico. Sono tutti argomenti che interessano anche l’Italia che al momento sembra tagliata fuori dalla Libia, nonostante i tentativi in extremis di rientrare in partita grazia la presenza radicata di Eni (che continua a fornire elettricità ai libici) all’attività dell’ambasciata d’Italia a Tripoli (l’unica rappresentanza diplomatica occidentale presente nella capitale) e dell’intelligence (che non ha mai smesso di tessere rapporti in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan).

Smacco per la vendita delle Fremm?

I motivi dello smacco turco non sono chiari. Potrebbe trattarsi di una “vendetta” per la cessione “chiavi in mano” delle due fregate classe Bergamini alla Marina dell’Egitto, rivale regionale della Turchia? È probabile che i turchi abbiano semplicemente ritenuto più importante recarsi in Libia che ricevere Di Maio ad Ankara. La tempistica della mega-delegazione turca a Tripoli può aiutare a capire perché. Gli alleati del Gna, sostenuti dagli strateghi militari turchi e dai mercenari siriani, sono ormai alle porte di Sirte – l’ex roccaforte di Gheddafi e dello Stato Islamico alle porte della Mezzaluna petrolifera – e della base aerea di Al Jufra, difesa da MiG e Sukhoi russi “fantasma” (cioè ridipinti per camuffarne l’origine e pilotati da mercenari). Pochi giorni fa è saltato un vertice previsto a Istanbul tra Russia e Turchia incentrato proprio sulla crisi libica. Il problema non è Sirte o Jufra, il conflitto in Libia potrebbe anche congelarsi così com’è. Le due parti non sono d’accordo sul ruolo di Haftar nella futura spartizione della Libia: i turchi lo vogliono fuori da ogni trattativa, i russi prendono tempo perché una sua uscita di scena potrebbe causare un collasso della coalizione al potere in Cirenaica. Intanto Erdogan invia a Tripoli una delegazione di “peso” per consolidare la sua posizione e – forse – preparare il terreno per una visita ufficiale per essere accolto da “vincitore”. L’Italia, evidentemente, può aspettare.

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