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Dopo mesi di ritardo il Pentagono è finalmente giunto alla definizione della Missile Defense Review, la strategia Usa per la difesa missilistica attesa sin dal 2017. A dare la notizia ufficiale è stato il vice segretario del Dipartimento delle Difesa Patrick Shanahan durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso mercoledì.

Il documento a ben vedere non è stato ancora pubblicato ma è lo stesso Shanahan a riferire che “la strategia è pronta” e che lo era da “un po’ di tempo a questa parte” puntualizzando come gli stanziamenti siano già stati individuati per l’anno fiscale 2020 come da linee guida evidenziate dalla National Security Strategy della Casa Bianca e da National Defense Strategy e Nuclear Posture Review del Pentagono.

Il vice segretario non ha aggiunto molto altro se non che la spesa per la difesa missilistica sarà sensibilmente incrementata per far fronte ai nuovi scenari globali, segnando quindi un’inversione di tendenza rispetto ai tre decenni precedenti, ed in particolare rispetto agli otto anni dell’amministrazione Obama. 

In cosa potrebbe consistere la Missile Defense Review?

Proviamo a fare qualche ipotesi sui contenuti della Missile Defense Review in base agli scenari strategici globali. 

La sfida di Washington è quella di fornire un sistema di difesa da missili balistici capace di difendere il territorio americano e quello degli alleati da “consistenti minacce balistiche”. Questo obiettivo va quindi oltre l’attuale rete BMD (Ballistic Missile Defense) americana composta da Aegis (anche nella versione Ashore), Patriot Pac-3, Thaad e Gmd che, come abbiamo sempre detto, non sarebbero efficaci contro un attacco missilistico di saturazione ma sono stati pensati per ovviare ad una manciata di testate lanciate verso il territorio americano da potenze nucleari “emergenti” come Iran e Corea del Nord.

Nella Missile Defense Review quindi è ragionevole supporre, visti i nuovi scenari che vedranno presto dispiegate testate nucleari del tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle) da parte di Cina e Russia, che si preveda di costituire uno “scudo” efficace contro queste nuove minacce. 

Questo scudo ricorderebbe molto il famoso “Scudo Spaziale” – o Strategic Defense Intiative – dell’amministrazione Reagan ed al Pentagono già da qualche tempo si sta prendendo in seria considerazione l’idea di avere degli asset difensivi basati nello spazio proprio come voleva la Sdi. 

Questo perché un sistema simile avrebbe dei vantaggi considerevoli come la capacità di intercettare i missili balistici nemici nella loro fase iniziale di mid course ovvero prima che vengano rilasciati i falsi bersagli (in inglese decoy) e prima che vengano attivati altri sistemi di contromisura come il cambiamento di traiettoria. 

In secondo luogo un sistema basato nello spazio andrebbe a colmare i vuoti lasciati dagli altri sistemi di difesa antimissile basati a terra andando efficacemente a fornire copertura a vaste zone di territorio considerate vitali o strategiche come centri industriali, obiettivi militari di alto valore e zone densamente popolate, che sarebbero colpite da un secondo attacco di ritorsione. 

Da ultimo un tale sistema costringerebbe l’avversario a rivedere la propria dottrina riguardante l’utilizzo dei missili balistici intercontinentali in particolare andando a mettere in difficoltà la scelta dei siti di lancio – in particolare rendendo i silos fissi praticamente obsoleti – e la tempistica stessa del lancio, costringendolo quindi a modificare la posizione e la traiettoria dei vettori. 

Le possibili criticità di questa nuova visione strategica

Un sistema di difesa di questo tipo implicherebbe il dispiegamento di un elevato numero di satelliti dotati di nuovi sistemi di attacco alle testate che potrebbero comprendere sia laser ad alta energia sia veicoli killer del tipo ad impatto, o cinetici. 

Secondo alcuni analisti si parlerebbe di una costellazione formata da 1600/2000 satelliti per coprire la totalità del territorio americano e quello degli alleati con un costo enorme dovuto alla loro messa in orbita. Costo che, secondo alcune stime, ammonterebbe a parecchie centinaia di miliardi di dollari.

A titolo d’esempio, una rete di 650 satelliti verrebbe a costare 300 miliardi di dollari comprensivi dei costi di sviluppo, costruzione, lancio e mantenimento in orbita. Cifre che al momento ci sembrano assolutamente proibitive. 

Altri analisti, però, sostengono che non sia necessario avere una copertura totale del territorio Usa ma che bisognerebbe concentrarsi solamente sulla protezione dei centri vitali come zone industriali e aree fittamente urbanizzate; uno scenario, quindi, che vedrebbe gli alleati degli Stati Uniti – leggasi Europa in primo luogo – al di fuori di questo ombrello protettivo.

Riteniamo pertanto, più realisticamente, che la Missile Defense Review possa comprendere solo parzialmente un sistema di difesa basato nello spazio che verrebbe integrato da altri sistemi basati a terra come potrebbero essere laser ad altissima energia dislocati in punti fissi del globo in modo da intercettare i missili avversari durante le prime fasi del volo, oppure montati su unità navali o addirittura su droni e aerei pilotati, una vecchia idea – rapidamente abbandonata – che arriva direttamente dai tempi della Guerra Fredda ma che, grazie ai progressi tecnologici degli ultimi 30 anni, potrebbe essere recuperata.

Gli Stati Uniti alla rincorsa dei propri avversari

Al di là di queste speculazioni, che resteranno tali sino alla pubblicazione della Missile Defense Review e che forse continueranno a sussistere anche dopo stante la ovvia vaghezza dei documenti che l’hanno preceduta, quello che possiamo dire con certezza è che gli Stati Uniti, per la prima volta dal termine della Guerra Fredda, si sono trovati a dover rincorrere i progressi tecnologici degli avversari invece di averli prevenuti.

Possiamo affermarlo considerando appunto l’impulso dato ai nuovi sistemi di missili balistici di Russia e Cina già citati – le testate Hgv – ma anche in considerazione dei nuovi missili da crociera ipersonici e a propulsione nucleare sviluppati da Pechino e Mosca che hanno spinto Washington ad una nuova corsa agli armamenti atomici cambiando gli stessi paradigmi della propria dottrina nucleare. 

Guardando con occhio più ampio, possiamo ipotizzare che la Missile Defense Review riguarderà anche la nuova forza armata spaziale voluta dal presidente Trump – sempre che superi le resistenze dell’Air Force e del Congresso – e necessaria perché rispondente al rinnovato tentativo di militarizzazione dello spazio perpetrato dagli avversari degli Stati Uniti.