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Gli Stati Uniti stanno completando il dispiegamento del contestato sistema antimissile Thaad sul territorio della Corea del Sud, mentre il governo di Pyongyang continua a minacciare nuovi “regali” agli americani e agli alleati degli Usa in Estremo Oriente, che sembrano dover essere tradotti in nuovi test missilistici o forse anche un nuovo test nucleare. Fino a questa settimana, erano dispiegati soltanto due delle sei batterie di cui consta il sistema Terminal High Altitude Area Defense. I restanti quattro, come conferma l’agenzia sudcoreana Yonhap, dovrebbero essere dispiegati in queste ore nella base Usa di Seongju, a circa 300 chilometri a sud di Seul. Una volta salito al potere, il governo di Moon Jae-in aveva, infatti, posto una serie di paletti nei confronti del dispiegamento del sistema Thaad, in particolare per due ragioni: politiche e ambientali. Dal punto di vista politico, si riteneva che la militarizzazione al posto del dialogo non avrebbe condotto a vantaggi concreti per la soluzione della pluridecennale guerra fra le due Coree, e si riteneva inoltre che questo non avrebbe fatto altro che agitare ancora di più le acque non proprio tranquille fra Seul e Pechino. Dal punto di vista ambientale, tema che il governo di Moon Jae-in ha sempre messo in primo piano anche durante la sua campagna elettorale, il nuovo presidente aveva in particolare posto l’accento sul fatto che andasse congelato il dispiegamento dei quattro restanti lanciamissili in quanto si riteneva che il precedente governo conservatore – esecutivo cui si deve l’approvazione dell’installazione dei primi due Thaad nell’agosto del 2016 –  non avesse eseguito gli studi di impatto ambientale previsti dalla legge. Il timore degli abitanti della regione, e soprattutto dei contadini e degli allevatori, era infatti quello dovuto ai rischi di inquinamento elettromagnetico causato dai sistemi radar sugli esseri umani, sugli animali e sulle coltivazioni.

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Tuttavia, già ad agosto, settimane prima dei test missilistici sui cieli del Giappone e del test atomico che ha fatto tremare non solo la terra della Corea ma anche le cancellerie del mondo, il presidente sudcoreano Moon Jae-in aveva annunciato che stava valutando l’ipotesi di installare tutti gli altri quattro sistemi rimanenti, perché troppo importanti per la tutela della popolazione in caso di attacco da parte della Corea del Nord. Adesso, questa ipotesi è diventata realtà. Con il test nucleare di domenica, Kim Jong-un ha reso praticamente impossibile al governo di Seul evitare il dispiegamento del Thaad e il presidente Trump è stato ben lieto di poter comunicare già nei giorni scorsi il fatto che avesse autorizzato Corea del Sud e Giappone ad ottenere dagli Stati Uniti sistemi di difesa più sofisticati per far fronte alla minaccia. Un dispiegamento che per ora è provvisorio, come ha sostenuto il ministero della Difesa di Seul, ma che ha già provocato le ire della Cina, che da sempre ritiene lo scudo Thaad una minaccia per i propri test missilistici, la propria sicurezza nazionale e in generale, come un occhio di Washington sulle manovre militari cinesi. Pechino ritiene che il Thaad possa servire a spiare le sue basi militari. E proprio per questo motivo, ha avviato da molti mesi un sistematico boicottaggio agli interessi sudcoreani in Cina e al turismo cinese in Corea del Sud. Il risultato è stato la chiusura di centinaia di negozi coreani in territorio cinese e il crollo del turismo verso la Corea del Sud che ha registrato un calo di milioni di visitatori con un sensibile peggioramento dell’indotto turistico generato dai cinesi, che incide di mezzo punto percentuale sul Pil sudcoreano.

La notizia del completamento del sistema Thaad ha scatenato l’ira di Pechino che ha immediatamente chiesto a Washington e Seul di finirla con il processo di installazione dello scudo anti-missile prima che questo porti a una degenerazione del conflitto e a un crollo dei rapporti diplomatici triangolari di Pechino, Washington e Seul. “Il dispiegamento del Thaad in Corea del Sud non può essere una soluzione alle preoccupazioni di sicurezza dei Paesi interessati”. Queste le parole del portavoce del Ministero degli Esteri, Geng Shuang, il quale ha continuato dicendo che “minaccerebbe seriamente l’equilibrio strategico della regione e danneggerebbe gli interessi di strategia e di sicurezza nella regione, inclusi quelli della Cina”. Una conferma ulteriore del fatto che, con le provocazioni di Kim, la Cina ha più da perdere che da guadagnare, così come la Corea del Sud nell’allontanarsi ulteriormente dalle buone relazioni con Pechino. In questa divergenza fra Seul e Pechino, l’unica a guadagnarci sembra essere Washington, che può confermare l’utilità delle proprie truppe in Asia orientale e la necessità del suo scudo protettivo.