Sergio Moro è stato negli ultimi due anni il protagonista indiscusso della cronaca politico-mediatica brasiliana. 46 anni, un dottorato in Giurisprudenza all’Università Federale del Paranà, Moro ha acquisito notorietà nel ruolo di principale giudice coinvolto nell’inchiesta Lava Jato (“autolavaggio”) che ha travolto il mondo politico brasiliano e minato la credibilità di giganti economici latinoamericani come Petrobrás e Odebrecht, accusati di aver costituito un potere collusivo al di fuori della sfera legale con gli esponenti delle istituzioni e di aver mosso tangenti dal valore di centinaia di milioni di dollari.

Principale vittima degli scandali a catena è stato il Partito dei Lavoratori (Pt) che ha visto i suoi due presidenti, Dilma Rousseff e Lula, rispettivamente destituita e incarcerato: l’odio contro il Pt è stato cavalcato, nel corso della sua divisiva campagna elettorale, da Jair Bolsonaro, che ha fatto del contrasto a tutto campo alla corruzione un cavallo di battaglia della sua agenda politica. Si può dire che Lava Jato apra la strada e prefiguri la vittoria di Bolsonaro che ora, chiamato alla prova dell’amministrazione, ha voluto nominare come ministro della Giustizia proprio quel Sergio Moro che dell’inchiesta è stato principale volto pubblico.

La scelta di Moro è contraddittoria?

Bolsonaro ha nominato Moro garantendogli “carta bianca” nella lotta alla corruzione, anche a costo di veder finire sotto inchiesta membri della sua famiglia. Ma neanche con queste parole l’infelicità della scelta di Moro è contraddetta: con un singolo atto, il giudice passato in pochi mesi dal condannare Lula all’entrare nel governo del suo maggiore nemico politico riscrive tutta la storia di un’inchiesta già di per sé viziata da numerosi coni d’ombra.

“I fatti restano fatti, i corrotti restano corrotti, le bustarelle restano bustarelle, i colpevoli, colpevoli, gli innocenti, innocenti”, ha scritto Massimo Cavallini sul Fatto Quotidiano. “Nel bene o nel male, tutte le certezze e tutti i dubbi che hanno accompagnato l’intero processo restano tali. E tale – un alibi nefasto che ha finito per favorire l’ascesa di Bolsonaro – resta la pretesa d’una parte della sinistra brasiliana d’attribuire ad una cosmica congiura anti-PT il cataclisma politico-giudiziario che, in due anni, ha di fatto demolito l’intera classe politica brasiliana”.

Quello che cambia – secondo Cavallini– è il fatto che, accettando la proposta di diventare super-ministro della Giustizia, “Moro ha, come in un rituale di pubblica e vassallesca sottomissione, offerto tutto questo al nuovo sovrano. E che ha, così facendo, spogliato l’intero processo della sua veste di “apolitica” neutralità”. Il Lava Jato è diventato, dunque, proprietà di Bolsonaro.

Tra il 2016 e il 2017 più volte Moro aveva smentito pubblicamente le indiscrezioni che lo volevano prossimo a uno sbarco in politica. “Não, jamais, jamais”. No, mai, mai, era la risposta netta e inequivocabile del neo-ministro. La parabola di Moro sembra ricordare a grandi linee quella di Antonio Di Pietro e di altri giudici coinvolti nei grandi processi legati all’inchiesta Mani Pulite nell’Italia degli Anni Novanta che hanno poi intrapreso, con alterne fortune, la via della politica.

Quando Moro studiava Mani Pulite e puntava ad emularla

E l’interessamento di Moro per Mani Pulite è tutt’altro che recente: nel 2004 Moro in un articolo divenuto oramai celebre esaltò il successo di  Mani Pulite, definendola “una delle più impressionanti crociate giudiziarie di sempre” sebbene, come riporta Americas Quarterlygià allora si era palesato il fatto che le grandi inchieste del 1992-1993 non avevano avuto come corrispondenza, nel nuovo millennio, un calo della corruzione.

Lava Jato è Mani Pulite calata nel contesto di un Paese in gravissima recessione economica e in piena crisi sociale, vessato dalle voragini di bilancio aperte dalle Olimpiadi del 2016 e dai Mondiali di calcio del 2014 e scosso da un’ondata di criminalità senza precedenti (63mila omicidi nel 2017). Lava Jato, in altre parole, apre la strada a un compattamento law and order della destra brasiliana sotto le insegne di Bolsonaro, a cui i giudici, assieme alle Chiese evangeliche e agli agrari fautori di un sostegno esplicito, hanno dato un’implicita benedizione.

E l’obiettivo di Moro non può essere altro che portare Lava Jato a un nuovo stadio, rafforzare l’impronta giacobina dell’inchiesta anti-corruzione e fare, di fatto, piazza pulita di una classe dirigente pre-Bolsonaro ora schiacciata tra l’irrilevanza politica e l’offensiva giudiziaria. In tutto il mondo, ha scritto Giulio Sapelli in Oltre il capitalismo, “cresce il potere dei giudici, potere ormai corporato che calpesta ogni giorno Montesquieu, mentre spregiudicatamente l’invoca e si candida a governare o a offrire al maggiore offerente una legittimazione giustizialista”: e su questo binario sembra essersi inserito il rapporto Bolsonaro-Moro.