ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

Il presidente della Serbia, Alexander Vučić, può cantare vittoria, ma potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. Nella sofistica partita energetica che si sta giocando a ogni latitudine, Belgrado è riuscita a incassare un accordo trimestrale per le forniture di gas dalla Russia che permetterà ai serbi di affrontare l’inverno rigido dei Balcani. Gli impegni presi prevedono l’erogazione di oro blu a basso costo fino al 31 marzo 2026, ma nei prossimi mesi lo scenario potrebbe presto cambiare. Con l’arrivo della prossima primavera, Belgrado potrebbe trovarsi nel pieno di una tempesta geopolitica alimentata dalla dipendenza energetica da Mosca, dalle sanzioni inflitte da Washington a danno di una sua raffineria parzialmente di proprietà russa e dall’eventuale adesione all’Unione europea. Una partita da disputare in nome dell’interesse nazionale con grande equilibrio, ma che potrebbe scontentare una o l’altra delle parti con cui la Serbia ha a che fare.

Europa o Russia: la scelta per il gas

Bruxelles o Mosca? Questo è il dilemma che attanaglia il Governo di Belgrado. La Serbia ha fatto domanda di adesione all’Unione a 27 nel lontano 2009 e i negoziati hanno avuto inizio nel 2014.  Il percorso di avvicinamento è risultato piuttosto tortuoso, constatate le forti radici culturali che si estendono dai Balcani agli Urali, quanto mai difficili da sradicare. Non è un caso, dunque, se Bruxelles ha proposto alle autorità di Belgrado di aderire alla piattaforma comunitaria per l’acquisto di combustibili fossili, lanciata nel 2023 per sopperire al decremento di gas naturale dalla Russia a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina. Se la Serbia, seguendo la logica della Commissione europea, vuole divenire il 28esimo membro del blocco, è bene che tagli i ponti energetici con Mosca quanto prima, in linea con l’obiettivo degli europei di rinunciare del tutto al gas russo entro il 2028

Vučić, però, sa che un approccio del genere comporterebbe un prezzo troppo salato per il suo popolo. All’attuale stato dell’arte,  circa l’80% dalle importazioni di oro blu provengono dal Cremlino, con forniture giornaliere che contano circa 6 milioni di metri cubi di gas naturale a un prezzo decisamente inferiore alla media di mercato (290 euro rispetto a 360 euro per mille metri cubi). L’estate scorsa è scaduto il contratto triennale che ha permesso ai serbi di riscaldare le case, e a lungo il presidente Vučić si è dato da fare per una proroga da pattuire entro la fine del 2025, dopo essersi reso conto che la produzione domestica e le importazioni dall’Azerbaijan non bastano ad affrontare il freddo nei Balcani.

Ad aprile 2026, Belgrado dovrà aprire nuovamente il tavolo dei negoziati, ma questa volta ci sarà un ostacolo in più lungo il cammino. Dal 1° gennaio scatterà il divieto di transito per il gas da Mosca sul territorio comunitario e la Serbia rischierebbe di vedersi chiusi i rubinetti dal momento che si approvvigiona tramite il Balkan Stream, il quale attraversa al Bulgaria. Il ministro delle Miniere e dell’Energia, Dedović Handanović, ha già fatto sapere che Sofia intende rispettare il divieto imposto da Bruxelles e che la soluzione è in là da venire. 

Una matassa davvero difficile da dipanare, soprattutto se si versa la goccia che potrebbe far traboccare il vaso: la raffineria Naftna Industrija Srbije (NIS).

Il braccio di ferro sul petrolio 

Secondo retroscena tratteggiati di recente,  Vučić teme che il rinnovo dell’accordo sulle forniture di gas abbia durata solamente trimestrale in quanto i russi vorrebbero guadagnare tempo per sciogliere il nodo della NIS, colpita dalle sanzioni statunitensi. Il 9 ottobre è stato applicato un nuovo pacchetto volto a prendere di mira gli asset energetici dell’Orso russo. La Naftna Industrija Srbije – colosso serbo dell’oro nero – è controllata per il 56% da Gazprom Neft, mutinazionale della Federazione Russa attiva nel settore delle risorse minerarie. A partire da novembre scorso, ogni attività di lavorazione del greggio presso gli impianti di Pančevo si è fermata, così come le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati (benzina, diesel)  causando una carenza di introiti nelle casse di Belgrado. Da Washington è stata concessa una finestra da tenere aperta fino a marzo per consentire ai serbi di vendere la quota detenuta dai russi, consentendo così la ripresa dei lavori. 

Secondo quanto riportato da Reuters, Gazprom starebbe negoziando con la compagnia ungherese MOL, ma tali indiscrezioni evidentemente non sono abbastanza rassicuranti per l’ex cuore pulsante della Jugoslavia. Vučić ha lanciato un ultimatum: entro metà gennaio deve farsi avanti un acquirente della quota russa o, altrimenti, il Governo procederà con la nazionalizzazione della NIS. Questa mossa, per l’appunto, induce i retroscenisti più acuti a credere che Mosca voglia costringere Belgrado a procrastinare la decisione sulla raffineria tramite dei contratti a breve termine sul gas. Una leva negoziale che potrebbe impedire la perdita di controllo immediata della Naftna Industrija Srbije o l’individuazione di un acquirente gradito al Cremlino.

Un quadro simile è piuttosto emblematico della fragilità della Serbia, nazione di confine tra Occidente e Oriente, impegnata a fare l’equilibrista tra due mondi pronti a tenderle la mano, ma altrettanto a ritrarla se si sbilancia a favore della parte avversaria. In quel di Belgrado il panettone l’hanno mangiato al caldo, ma in primavera la colomba potrebbe essere servita con il conto geopolitico la cui cifra è al momento sconosciuta. 

InsideOver è una testata libera e indipendente che vuole raccontare il mondo fuori dagli schemi convenzionali del mainstream.  Unisciti a noi, abbonati oggi!

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto