Dopo una serie di proroghe, concesse da gennaio, le sanzioni statunitensi contro la Naftna Industrija Srbije (NIS), ossia la compagnia petrolifera serba, sono diventate operative all’inizio di ottobre. Come conseguenza della decisione di Washington, l’oleodotto Adria ha interrotto le forniture verso la Serbia e numerose stazioni di servizio della NIS hanno iniziato a rifiutare il pagamento tramite carta di credito a causa del timore di sanzioni secondarie contro il sistema bancario del Paese balcanico.
Non solo: venuta meno la concessione della licenza operativa alla NIS, l’impianto di Pančevo, ossia l’unica raffineria serba, ha dovuto chiudere i battenti a inizio dicembre, dando inizio a una pesante crisi energetica dai risvolti imprevedibili per Belgrado, che non solo vedrebbe una probabile mancanza di carburante e l’aumento esponenziale dei prezzi del gasolio, ma diventerebbe di fatto dipendente dalle importazioni estere di questa preziosa risorsa.
La decisione di imporre sanzioni contro l’industria petrolifera serba è stata presa dagli Stati Uniti a causa della detenzione delle quote di maggioranza della società da parte della russa Gazprom, di fatto proprietaria della NIS e attore strategico nella politica energetica serba. Come accennato, il pacchetto statunitense non andrebbe a colpire solo il gas e il petrolio del Paese balcanico, ma anche il settore finanziario-bancario, portando potenzialmente allo stop dei pagamenti tramite carte di credito e all’interruzione delle linee di credito serbe.
Il soccorso di Orban
Uno scenario apocalittico dal quale la Serbia di Vučić, già attraversata da forti tensioni politiche, sembrerebbe non essere in grado di uscire, trovandosi di fatto isolata nello scenario internazionale. In mezzo a questo addensarsi di nubi cupe sopra i cieli di Belgrado, ecco però stendersi una mano amica per molti inaspettata, ossia quella di Viktor Orbán, Primo ministro ungherese e tra i principali alleati del Presidente serbo nella regione.
Ma procediamo con ordine. In seguito all’attivazione delle sanzioni statunitensi e alla chiusura della raffineria di Pančevo, Aleksandar Vučić ha reagito imponendo a Gazprom di vendere le proprie quote della NIS entro la metà di gennaio 2026. La rinuncia degli assets serbi da parte della controparte russa comporterebbe la fine della politica punitiva di Washington e un ritorno alla normalità per Belgrado. Qualora Gazprom non dovesse rispettare la decisione del governo serbo, quest’ultimo, pur ribadendo la propria volontà di non nazionalizzare la NIS, interverrebbe in modo decisivo per dirimere la questione. Fino a quando le quote russe non verranno acquistate da un’altra compagnia, in ogni caso, la situazione energetica serba resterà estremamente problematica. Ed ecco, appunto, che l’intervento ungherese potrebbe alleviare le sofferenze della Serbia.
Il 27 novembre, infatti, il Primo ministro ungherese si è recato a Subotica, città serba al confine con l’Ungheria e che vede la presenza di una forte minoranza magiara, per ritirare il Premio Pásztor István. Durante il discorso di accettazione del premio intitolato all’ex Presidente della Vajdasági Magyar Szövetség (Alleanza Ungherese della Vojvodina, ossia uno dei principali partiti politici della minoranza ungherese in Serbia), non sono mancati attacchi all’Unione Europea. Secondo Orbán, il vecchio mondo sta morendo e Bruxelles, continuando sulla via della guerra e della contrapposizione con Mosca, si sta riducendo a un ruolo subalterno e alla perdita di centralità sullo scenario politico internazionale.
Alleanze come quelle tra l’Ungheria e la Serbia, quindi, sono sempre più fondamentali, soprattutto per garantire la pace e la stabilità della regione centro-europea e dei Balcani. Il Primo ministro magiaro ha quindi ricordato ai presenti come i serbi stiano soffrendo a causa di quelle sanzioni statunitensi che Budapest ha saputo evitare, per poi aggiungere che Belgrado potrà sempre contare sull’amicizia ungherese. E infatti, in seguito all’incontro con il Presidente serbo Vučić, Viktor Orbán ha annunciato che l’Ungheria, dopo aver raddoppiato il volume delle esportazioni di petrolio verso la Serbia a novembre, aumenterà le esportazioni di altre due volte e mezzo nel mese di dicembre. Non solo: i piani per la costruzione dell’oleodotto che collegherebbe la Serbia alla linea Družba, teoricamente operativo dal 2028, verranno accelerati.
L’ombra del Cremlino
Il 28 novembre, ossia il giorno immediatamente successivo al suo viaggio a Subotica, il Primo ministro ungherese si è recato a Mosca, per un incontro di altissimo livello con Vladimir Putin. Sebbene, ufficialmente, la riunione con il Presidente della Federazione russa riguardasse l’approvvigionamento energetico russo verso l’Ungheria, molto probabilmente Orbán e Putin hanno discusso anche della crisi serba.
Le indiscrezioni sembrano essere state confermate da niente meno che Aleksandr Novak, Vice Primo Ministro della Federazione russa, che durante un’intervista ha affermato che, nel corso del loro incontro a Mosca, i due politici hanno discusso anche dell’acquisto ungherese degli interessi internazionali russi nelle aziende petrolifere colpite dalle sanzioni statunitensi. Non solo, quindi, delle quote russe nella NIS serba, ma anche degli asset della Lukoil in Romania e Bulgaria, comprese le stazioni petrolifere e le raffinerie nei due Paesi balcanici.
Ed ecco quindi che, contestualmente ai viaggi di Orbán a Subotica e Mosca, Gergely Gulyás, Ministro responsabile dell’Ufficio del Primo ministro, ha ammesso che la MOL, ossia l’industria petrolifera magiara, sarebbe in trattativa per l’acquisto delle azioni della NIS detenute da Gazprom. Non solo: la compagnia ungherese potrebbe intromettersi anche nella vendita delle quote internazionali della Lukoil, non solo in Romania e Bulgaria, ma anche in Kazakhstan e Azerbaijan. La MOL entrerebbe quindi in quel Grande Gioco tra ExxonMobil, Chevron, Abu Dhabi National Company e altri potenziali acquirenti (tra i quali anche, a sorpresa, Bernd Bergmair, ex azionista di maggioranza di PornHub).
Secondo numerosi analisti, l’operazione garantirebbe numerosi vantaggi a Budapest. L’acquisto degli assets Lukoil, naturalmente, garantirebbe una proiezione internazionale considerevole per la MOL e, di conseguenza, per l’Ungheria. Dall’altro lato, invece, rilevare le quote Gazprom della NIS, transazione nella quale la MOL sembrerebbe essere favorita, come annunciato dallo stesso Vučić, permetterebbe a Budapest di avere il controllo del settore energetico serbo, aumentando il proprio vantaggio strategico nella regione centro-europea e nei Balcani, già rafforzatosi con l’acquisto, sempre da parte di MOL, della società croata INA e di quella slovacca Slovnaft.
Uno scenario, quindi, che garantirebbe non solo una vittoria forte dell’Ungheria, ma anche una presenza indiretta della Russia tanto in Serbia quanto, eventualmente, nelle altre regioni coinvolte grazie alle forniture di greggio russo all’Ungheria. Belgrado, d’altro canto, vedrebbe la probabile fine delle sanzioni e un possibile ritorno alla normalità. Il prezzo, tuttavia, sarebbe il passaggio del controllo energetico dalle mani russe a quelle ungheresi.

