Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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La sera del 4 settembre è stato annunciato da Donald Trump che la Casa Bianca è riuscita a mediare uno storico accordo di normalizzazione parziale tra Serbia e Kosovo, il primo passo di un lungo cammino che dovrebbe condurre ad una stabilizzazione solida e duratura capace di pacificare l’intera regione. L’accordo si regge su due perni fondamentali: la pax economica tra i due acerrimi nemici che hanno incendiato i Balcani negli anni ’90 e l’entrata in scena di Israele a Pristina. Ed è proprio quest’ultimo punto, apparentemente illogico poiché slegato dal processo di pace, che è obbligatorio approfondire per capire l’intera visione strategica che ha guidato la visione di Trump.

Pax economica per una pax perpetua?

L’accordo di normalizzazione parziale è stato raggiunto nello Studio Ovale della Casa Bianca dopo due giorni di intense trattative fra Donald Trump, il presidente serbo Aleksandar Vucic e il primo ministro kosovaro Avdullah Hoti. L’incontro e l’accordo erano nell’aria da tempo: i tre avrebbero dovuto incontrarsi a Washington il 27 giugno ma l’incriminazione del presidente kosovaro Hashim Thaci per crimini contro l’umanità da parte della Corte speciale dell’Aja, avvenuta a tre giorni dal vertice, aveva fatto saltare l’intera operazione.

Il testo è stato elaborato con l’obiettivo preciso di accontentare ogni parte coinvolta direttamente e indirettamente: Vucic e Hoti possono tornare nelle rispettive patrie come dei vincitori, essendo i firmatari di un accordo di natura economica che non entra nella sfera diplomatica e lascia la geografia immutata, Trump migliora sensibilmente la propria immagine di negoziatore e risolutore di conflitti in prossimità delle elezioni, Vladimir Putin acconsente tacitamente perché la sfera d’influenza russa nella regione resta inalterata, mentre Benjamin Netanyahu giubila per varie ragioni.

L’accordo non prevede alcun riconoscimento diplomatico reciproco da parte di Belgrado e Pristina, ma crea le premesse affinché ciò avvenga: nel solco della migliore delle tradizioni funzionalistiche, si punta sull’apertura di un dialogo economico per arrivare a quello politico.

Più nei dettagli, Vucic e Hoti hanno discusso lo sviluppo di progetti economici e infrastrutturali congiunti che soltanto in Kosovo dovrebbero produrre benefici per un miliardo di euro nei prossimi tre-cinque anni. Questi progetti, come ad esempio la costruzione di reti ferroviarie e collegamenti stradali, se effettivamente realizzati porterebbero ad un radicale avvicinamento multiforme tra i due Paesi, favorendo i movimenti di merce transfrontalieri e legando le due economie in maniera tale da rendere antieconomico qualsiasi ripensamento. Ultimo ma non meno importante, le parti hanno anche concordato di dare spazio alle grandi corporazioni statunitensi all’interno di alcuni dei progetti che saranno portati avanti.

Infine, i due governi hanno concordato una moratoria di un anno del lobbismo in sede internazionale a detrimento dell’altro: Pristina non cercherà di aderire alle organizzazioni internazionali in cambio dell’impegno di Belgrado a fermare la sua campagna di boicottaggio che dal 2018 ad oggi ha convinto ben diciotto Paesi a disconoscere ufficialmente l’esistenza del Kosovo.

È chiaro che se l’accordo funzionasse la mediazione fondamentale di Trump entrerebbe nei libri di storia: “Dopo una storia tragica e violenta e anni di negoziazioni fallite, la mia amministrazione ha proposto un nuovo modo di colmare il divario. Focalizzandosi sulla creazione di posti di lavori e sulla crescita economica, i due Paesi sono stati in grado di fare un grande passo in avanti”.

Il fattore Israele

Mentre la prima parte dell’accordo è concentrata sulla normalizzazione economica fra Serbia e Kosovo, la seconda è focalizzata interamente su Israele e prevede i seguenti punti:

  • Le autorità serbe apriranno un ufficio commerciale a Gerusalemme entro fine settembre, ed entro luglio 2021 riconosceranno informalmente la città quale capitale unica e indivisibile dello stato israeliano per mezzo dello spostamento dell’ambasciata, attualmente situata a Tel Aviv.
  • Le autorità kosovare stabiliranno ufficialmente relazioni diplomatiche con Israele e consacreranno l’evento in grande stile, ovvero aprendo un’ambasciata a Gerusalemme, diventando così il primo Paese a maggioranza islamica del mondo a compiere il gesto.

Il primo punto non dovrebbe sorprendere perché i rapporti tra Serbia e Israele sono piuttosto datati e sono stati tradizionalmente connotati da un legame stretto e positivo, dalla collaborazione durante le guerre iugoslave all’attuale sodalizio negli armamenti, la vera novità è rappresentata dal Kosovo. Quest’ultimo, venendo riconosciuto da una grande potenza, avrà maggiori probabilità di invertire la tendenza della delegittimazione degli anni recenti causata dal boicottaggio serbo, mentre Netanyahu aprirà un nuovo capitolo della guerra fredda in divenire con Recep Tayyip Erdogan, allargandola dal Medio Oriente ai Balcani.

L’apertura di un dialogo diplomatico ufficiale fra Pristina e Tel Aviv avviene sullo sfondo del terremoto in Albania del 26 novembre 2019, tragico evento che, proprio come la pandemia di Covid19, ha rapidamente assunto connotati geopolitici per via della battaglia degli aiuti umanitari nata successivamente. Fu proprio in quell’occasione che Israele manifestò con forza le proprie ambizioni nei Balcani meridionali, decidendo di entrare nella competizione umanitaria e inviando un chiaro segnale alla Turchia che, dopo aver surclassato l’Italia, da diverso tempo è il nuovo guardiano del Paese delle aquile.

Entrare in Kosovo, dove negli anni l’influenza saudita si è ridotta di pari passo con l’incremento di quella turca (e iraniana), per Israele rappresenta un imperativo strategico: esso è la chiave di volta con cui controllare da vicino ed ostacolare le mosse di Ankara nella cosiddetta “cintura albanese“, il triangolo Tirana-Pristina-Skopje, e a latere nell’intera penisola balcanica, caduta nelle mire turche per via della componente neo-ottomana dell’agenda estera di Erdogan.

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