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La morte è come una livella come ci ha insegnato il grande Totò – al secolo Antonio De Curtis – ma non sempre quanto fatto in vita si cancella. Se il riferimento è poi ai protagonisti della storia, come l’ex leader jugoslavo Josip Broz Tito, viene difficile pensare che l’arnese utilizzato dai muratori per livellare le pareti possa anche essere impiegato metaforicamente per “parificare” ai comuni mortali chi si trascina il peso della memoria storica, densa di luci e ombre, una volta che si giunge nel regno dell’aldilà. 

Il sindaco di Belgrado, Aleksandar Šapić, sembra proprio non concordare con il pensiero espresso dal celebre attore partenopeo nella poesia “‘A livella”, dal momento che ha recentemente proposto la rimozione della tomba del maresciallo Tito per trasferirla dalla Serbia alla Croazia.  Šapić da tempo va sostenendo che la vita e il destino dell’uomo che, per quasi quattro decenni (1953-1980), ha retto le sorti della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia non si incrocerebbero con la storia e l’orgoglio nazionale della Serbia perché nato nella cittadina di Kumrovec, oggi situata in Croazia. “Penso che spostare la tomba di Josip Broz sia una cosa molto importante per il popolo serbo e il futuro di questo Paese” ha asserito il sindaco durante una seduta del consiglio comunale tenutasi il 23 settembre. Perché Šapić tiene così tanto ad accendere i riflettori sull’eredità titina, o più precisamente sul luogo di sepoltura del maresciallo, addirittura in un’occasione dove l’assemblea era impegnata a discutere del bilancio della capitale?

Il primo cittadino di Belgrado, che vanta un passato da campione olimpico, è esponente del Partito Progressista Serbo – collocato nella volta di destra dell’arco politico –  e ne incarna l’ala più intransigente e determinata a recidere i legami con i retaggi del comunismo tanto da proporre l’abbattimento di tutti i monumenti celebrativi del marxismo-leninismo. Ma v’è di più. Oltre a voler riesumare i resti di Tito per trasferirli oltre confine, Šapić non nasconde il desiderio di trasformare il Museo della Jugoslavia – dove si trova anche il mausoleo dedicato all’autocrate slavo – in Museo della  Storia Serba per esaltare la storia della nazione ripulita dalle tracce del comunismo e di erigere un monumento commemorativo di Draža Mihailović, collaborazionista delle truppe dell’Asse durante la seconda guerra mondiale, poi giustiziato dai partigiani titini. 

Di parere opposto, è il ministro dell’Interno Ivica Dačić che ha dichiarato che da rappresentante del governo non sosterrà mai la demolizione dei monumenti sorti in epoca comunista. La bocciatura più clamorosa dei desiderata di Šapić, però, giunge dal capo di Stato, Aleksandar Vučić, che in un’intervista rilasciata a Politico ha dichiarato: “Non sono mai stato un grande fan dei comunisti e del regime comunista, ma Josip Broz fa parte della nostra storia, ha vissuto qui ed è stato sepolto qui, e rimarrà parte della storia serba e jugoslava”. Le parole di Vučić non vanno interpretate solo come uno scudo posta a difesa della memoria storica, ma meritano di essere esaminate secondo molteplici chiavi di lettura. Il presidente della Repubblica appartiene anch’egli al Partito Progressista Serbo e ha costruito intorno al suo governo una coalizione policromatica che coinvolge anche il Partito Socialista Serbo che ha sempre mantenuto una certa malleabilità nel giudizio sul maresciallo, ragione per cui chiede prudenza sulla questione sollevata da Šapić . 

Dato ancora più interessante è che Vučić, pur non essendo mai stato un estimatore del leader jugoslavo, negli ultimi tempi ha voluto inserire il suo agire in politica estera nel solco tracciato da Josip Tito che ai tempi della Guerra fredda diede forma al Movimento dei Paesi Non Allineati, equidistanti  dagli Usa e dall’Urss  e facendo accordi con entrambi i blocchi che tra loro erano in perenne tensione. Non a caso, Vučić nel 2021 ha ospitato nella sua terra le celebrazioni per il sessantesimo anniversario del suddetto movimento, a cui aderiscono oggigiorno 120 Paesi, per rivendicare il ruolo della Serbia di pontiere tra Occidente e Oriente, motivo che spiega come per i serbi si possano attirare investimenti dal Vecchio Continente in imprese e infrastrutture e stringere legami commerciali sempre più solidi con i Brics, tanto da non imporre le sanzioni alla Russia per il conflitto in Ucraina. 

Forse l’unica somiglianza tra Tito e Vučić è solo in campo geopolitico, ma evidentemente può bastare a spegnere la miccia accesa dal suo collega di partito Aleksander Šapić che, innegabilmente, ha avuto il merito di mostrare ancora una volta quanto risulti complessa la storia al cospetto dell’arte di giudicare, soprattutto se si auspica un esito universalmente condiviso. Non a caso, si suol dire: “Ai posteri l’ardua sentenza”. 

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