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Questo fine settimana oltre 100.000 persone – tra cui moltissimi giovani e studenti – si sono riversate per le strade di Belgrado, Serbia, dando vita a una delle più grandi manifestazioni che il Paese abbia mai visto. I dimostranti, arrivati da ogni angolo del Paese in auto, moto, biciclette e a piedi, e muniti di bandiere serbe – e non quelle dell’Unione europea – hanno espresso la loro rabbia contro il Governo del presidente Aleksandar Vučić, chiedendo responsabilità ufficiali per il disastro della stazione ferroviaria di Novi Sad dello scorso novembre, che ha causato 15 vittime. Alla fine di gennaio, le contibue manifestazioni anti-governative avevano portato alle dimissioni del premier serbo Milos Vucevic ha rassegnato le dimissioni. Il bilancio è 22 arresti e 56 feriti.

Le parole del presidente Vucic

Dopo l’imponente manifestazione anticorruzione che ha portato decine di migliaia di persone nelle strade di Belgrado, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha rilasciato una dichiarazione in televisione. Parlando in serata, si è detto disposto a sottoporsi a una verifica di legittimità, affermando di essere pronto “a partecipare sia al referendum che alle elezioni”. Vučić ha sottolineato il suo rispetto per la volontà popolare, dichiarando che “accetterà il verdetto del popolo”: un chiaro tentativo di apparire conciliante rispetto alle manifestazioni nella capitale che fanno traballare il suo Governo.

“Abbiamo capito bene il messaggio, e tutti coloro che sono al potere devono capire il messaggio quando si radunano talmente tante persone; dobbiamo apportare in noi dei cambiamenti e imparare molto da tutto ciò,” ha aggiunto Vučić, riconoscendo la portata della protesta. “Al tempo stesso,” ha proseguito, “spero che anche gli altri abbiano capito bene il messaggio della maggioranza della Serbia, e cioè che i cittadini non vogliono una rivoluzione colorata, non vogliono violenze e che desiderano cambiare il Governo attraverso le elezioni,” ha concluso il presidente.

Strade di Belgrado gremite

Secondo quanto riportato dalla stampa locale, la marcia ha attraversato la città, convergendo nell’area tra l’Assemblea Nazionale e Piazza Slavija, dove i manifestanti hanno osservato 15 minuti di silenzio in memoria delle vittime dell’incidente alla stazione, un evento che, secondo i dimostranti, ha messo in luce corruzione e negligenza del governo di Vučić. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Durante il raduno a Piazza Slavija, una studentessa ha preso la parola, dichiarando: “Siamo qui per dimostrare che non permetteremo all’amministrazione di Vučić di privarci della nostra libertà, perché ci proteggiamo a vicenda”. Il riferimento era agli attacchi e agli arresti subiti dagli studenti nelle prime settimane di protesta, episodi che hanno scatenato l’occupazione di facoltà universitarie in tutta la Serbia.

Cosa chiedono gli studenti

Quella di Belgrado è soltanto l’ultima delle manifestazioni che si sono svolte nelle quattro principali città serbe – Belgrado, Niš, Kragujevac e Novi Sad – oltre a numerose dimostrazioni minori in quasi ogni città del Paese. Gli studenti, alla guida del movimento, hanno avanzato quattro richieste principali al governo: la pubblicazione di tutti i documenti relativi alla ristrutturazione della stazione di Novi Sad, guidata da un’azienda cinese, prima del disastro; il processo e, se funzionari pubblici, il licenziamento di chi ha attaccato studenti e professori durante le proteste; la sospensione delle azioni legali contro gli studenti arrestati; e un aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore.

Accuse contro le ingerenze straniere

Nelle scorse settimane, come riportato su InsideOver, Vučić ha risposto alle accuse degli studenti affermando che si tratta un tentativo occidentale di “rivoluzione colorata”, simile all’Ucraina di Euromaidan, e ha intensificato la repressione contro le Ong straniere: tra il 21 e il 22 gennaio, 14 attivisti europei sono stati interrogati ed espulsi come “rischio per la sicurezza nazionale”, inclusi partecipanti a un evento accademico di Ngo Academy. Vučić punta il dito, in particolare, contro organizzazioni come il Centro per i Diritti Umani di Belgrado (finanziato da Open Society), il Comitato Helsinki per i Diritti Umani e gruppi ambientalisti come Ne Damo Jadar.

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