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Il 6 luglio 2025 József Sebestyen, un quarantacinquenne magiaro di Transcarpazia con doppia cittadinanza ucraina e ungherese, è morto in un ospedale ucraino, presumibilmente in seguito alle ferite riportate da un feroce pestaggio operato dai reclutatori dell’esercito ucraino. Secondo quanto affermato dai familiari della vittima, l’uomo, come molti altri appartenenti alla minoranza ungherese nella regione, si sarebbe opposto alla chiamata alle armi per non essere inviato al fronte. I reclutatori lo avrebbero prelevato a forza e lo avrebbero condotto in un bosco, dove l’uomo sarebbe stato colpito ripetutamente con delle spranghe di ferro, riportando ferite che lo avrebbero condotto a una morte dopo lunga agonia.

Naturalmente, le forze armate ucraine negano questa ricostruzione degli eventi, ma la morte di Sebestyen ha scatenato un terremoto politico in Ungheria, spingendo il Ministero degli Esteri a convocare Sándor Fegyir, ambasciatore ucraino a Budapest, anch’egli appartenente alla minoranza magiara della Transcarpazia, per rendere conto di quanto avvenuto. Lo stesso Viktor Orbán ha espresso le proprie condoglianze alla famiglia della vittima tramite un post sui propri social network, mentre i portali di informazioni ungheresi, soprattutto quelli di tendenza più nazionalista, davano ampio spazio alla notizia.

Il tragico evento rappresenta un nuovo episodio nelle relazioni diplomatiche tra Ungheria e Ucraina, tese ormai da diversi anni, ma che si sono esacerbate ulteriormente all’indomani dell’attacco russo e della posizione ufficiale di neutralità assunta da Budapest e della costante opposizione del governo guidato da Orbán all’ingresso di Kiev nell’Unione Europea e nella NATO, oltre ai ben noti veti posti da Budapest a diverse sanzioni o invio di armi in sede europea. Decisioni che hanno attirato sull’Ungheria l’accusa di una simpatia verso Mosca e la definizione di cavallo di Troia russo in Europa. In realtà, la crisi diplomatica tra il Paese danubiano e l’Ucraina ha origini più lontane rispetto allo scoppio del conflitto tra Kiev e Mosca e, sebbene certe posizioni di Viktor Orbán coincidano con quelle di Vladimir Putin, la contrapposizione tra i due Paesi ha radici profondamente storiche.

Le radici dello scontro

La Transcarpazia, regione ora di confine, era fino alla conclusione della Prima guerra mondiale parte integrante dell’Impero austro-ungarico. Fu appunto con la firma del Trattato del Trianon il 4 giugno 1920 che la regione passò inizialmente alla Cecoslovacchia per venire poi annessa nuovamente dal Regno d’Ungheria guidato dall’ammiraglio Miklós Horthy in seguito alla dissoluzione della Cecoslovacchia per opera della Germania nazista. L’alleanza con Berlino spinse l’Ungheria nel vortice del secondo conflitto mondiale, alla conclusione del quale la Transcarpazia venne inglobata nell’Unione sovietica, dalla quale sarebbe stata scorporata solo in seguito all’indipendenza dell’Ucraina. Da quel momento, con il riemergere del nazionalismo nell’Europa centro-orientale, precedentemente tenuto a freno dai sistemi socialisti, la destra ungherese ha iniziato a utilizzare nuovamente a fini propagandistici il Trattato del Trianon e la pace punitiva del 1920, giungendo nei casi più estremi a rivendicare una revisione dei confini e la ricostituzione della Grande Ungheria.

La posizione di Fidesz, in questo contesto, è quella di non richiedere ufficialmente la revisione dei confini, ma di rimediare alle storture del 1920 tramite una serie di politiche volte alla concessione agevolata della cittadinanza alle minoranze ungheresi nei territori dell’ex regno, o al sostegno a partiti e organizzazione magiare oltre confine. La politica di Budapest e il pericolo di un revanscismo magiaro hanno generato più volte numerosi timori nell’Europa centro-orientale. In Transcarpazia, in particolare, i cittadini di etnia magiara sono pari al 10% della popolazione, ma i rapporti tra Kiev e Budapest non si sono deteriorati fino al 2017, quando l’Ucraina ha approvato una legge, poi emendata, che andava a limitare fortemente l’utilizzo delle lingue delle minoranze etniche, imponendo l’uso della lingua ucraina.

Da quel momento, le relazioni tra i due Paesi si sono fatte sempre più tese, per subire un ulteriore inasprimento e giungere quasi alla rottura definitiva all’indomani dell’invasione russa. La schermaglia diplomatica, giocatasi appunto sulla neutralità ungherese e l’opposizione di Budapest all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e nella NATO fino a quando non verrà eliminata la presunta discriminazione dei magiari di Transcarpazia, si è ben presto unita a una fervente attività propagandistica del governo Orbán, volta a presentare Kiev come la causa dei mali che affliggono l’Ungheria. Non solo: la figura e l’azione di Volodymyr Zelens’kij vengono utilizzate nella lotta politica interna per delegittimare l’operato dei partiti di opposizione.

Secondo un recente sondaggio, infatti, il 51% degli ungheresi intervistati vede nell’Ucraina il principale pericolo per la propria nazione, mentre la Russia verrebbe vista come un pericolo secondario. E se la recente consultazione nazionale sull’adesione dell’Ucraina all’UE ha sicuramente presentato diverse storture e i limiti di cui abbiamo parlato nel nostro articolo del 14 aprile, m i risultati parlano chiaro: oltre due milioni di ungheresi hanno votato contro l’adesione di Kiev all’Unione. Il sentimento anti-ucraino, cresciuto del 16% nell’ultimo anno a causa dell’attività propagandistica del Fidesz, è infatti trasversale nella società magiara, venendo condiviso anche dal Tisza, ossia il principale partito di opposizione guidato dell’ex Fidesz Péter Magyar, il quale si è espresso anche all’interno del PPE contro l’adesione accelerata dell’Ucraina.

Eppure, Magyar è uno dei principali bersagli della propaganda orbanista che, oltre ad accusare Tisza di voler trascinare l’Ungheria in guerra e di essere un burattino al soldo dei servizi segreti ucraini, ha tappezzato Budapest di manifesti che ritraggono proprio Magyar e Zelens’kij uscire da due uova, circondati dalla scritta: “Mint két tojás. Zelenskij és a magyar Zelenskij” (Come due uova, Zelensk’ij e lo Zelensk’ij ungherese). Come facile aspettarsi, questo attacco ha causato un’ulteriore crisi tra i due Paesi, giungendo addirittura alla convocazione dell’ambasciatore ungherese a Kiev per fornire spiegazioni al governo ucraino.

I timori di Kiev

E in mezzo a questa situazione, non stupirà come tra 2021 e 2023 il 41% degli ucraini vedesse nell’utilizzo della questione dei magiari di Transcarpazia un possibile pretesto di Budapest per entrare nella regione, segnalando una volta di più la tensione palpabile tra le due nazioni e il clima di terrorismo psicologico in cui entrambi i popoli vivono. Un dubbio legittimo, se si considera un fatto emerso contestualmente allo scandalo del network di spie ungheresi attive in Transcarpazia, scoperto il 9 maggio di quest’anno in seguito a un’operazione della SBU. Se, all’epoca, l’attività di spionaggio volta a fornire a Budapest dettagli circa lo stato delle difese ucraine nella regione e a sondare gli umori della popolazione in caso di un ingresso di truppe magiare in Transcarpazia si è risolta nell’ennesima crisi ed espulsione reciproca di diplomatici, ulteriori dettagli sono emersi nelle giornate successive.

La controparte ucraina, infatti, ha reso pubbliche diverse fotografie che mostrano come, nelle 48 ore precedenti l’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, il Ministero della Difesa ungherese avesse inviato diverse unità militari ai confini della Transcarpazia. La spiegazione ufficiale fornita dal governo Orbán è stata quella di aver preso la decisione, tra l’altro resa pubblica già nel 2022, per fornire supporto medico-logistico in vista della crisi migratoria che sarebbe potuta scoppiare a causa della situazione prebellica tra Kiev e Mosca.

I dubbi ucraini circa la versione ufficiale ungherese si basano sul fatto che le unità inviate ai confini nel febbraio 2022 non erano composte da guardie di frontiera o medici, ma da mezzi blindati per il trasporto di truppe, carri armati T-72 e altre unità corazzate stazionate presso la base di addestramento Ádám Vay, vicino a Hajdúhadház, nella regione di Szabolcs-Szatmár-Bereg. Le truppe, guidate dal tenente generale Romulusz Ruszin-Szendi, all’epoca Capo di Stato Maggiore e ora membro del Tisza sotto attacco da parte del Fidesz, il quale lo accusa di aver espresso posizioni filoucraine nei summit NATO macchiandosi così di insubordinazione, sarebbero state inviate in formazione da battaglia e la composizione stessa delle unità sembrerebbero suggerire uno scopo ben diverso da quello espresso ufficialmente da Budapest.

Le intercettazioni sospette

Inoltre, Kiev ha posto la questione delle reali conoscenze del governo Orbán circa i piani di Putin, visto il fatto che i soldati ungheresi sono stati inviati ai confini giorni prima dell’effettivo scoppio della guerra e, quindi, in assenza della crisi migratoria che avrebbero dovuto contenere. E se gli analisti tendono a non vedere in questo episodio una reale volontà di Budapest di entrare nel conflitto occupando militarmente la Transcarpazia, in diversi avanzano il dubbio di un possibile piano elaborato dal governo Orbán per una possibile operazione lampo di peacekeeping nella regione qualora l’attacco russo avesse fatto collassare l’Ucraina in breve tempo. Piano che, secondo alcuni, sarebbe ancora valido e sarebbe stato fomentato dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, vista come possibile disimpegno di Washington e via libera a Mosca per avanzate ancora più violente e profonde in territorio ucraino.

I dubbi sono stati rinforzati dalla diffusione di un’intercettazione nella quale l’attuale ministro della difesa, Kristóf Szalay-Bobrovniczky, invitava i militari a prepararsi a entrare nella “fase zero del percorso di guerra” e ad aumentare le spese militari, come è effettivamente stato approvato dal governo ungherese per modernizzare le Forze Armate in vista di possibili sfide future. Naturalmente, Budapest non ha in questo momento né la forza né l’interesse di prendere parte al conflitto, ma resta il fatto che i rapporti con Kiev sono estremamente tesi e che una minima scintilla potrebbe scatenare l’incendio della prateria.

La partita che si gioca intorno alla Transcarpazia, regione di confine i cui abitanti di etnia magiara sono divisi tra vicinanza a Budapest e volontà di combattere per Kiev, come dimostrano le attività della 128° brigata di montagna e del 68° battaglione volontario di difesa territoriale “Kárpátaljai Sárkányok” (dragoni della Transcarpazia) composti in maggioranza da cittadini di etnia ungherese, sembra quindi essere tutt’altro che secondaria nello scacchiere geopolitico dell’Europa centro-orientale. Un vero e proprio pomo della discordia che avvelena i rapporti tra Ungheria e Ucraina e che, spesso, non trova il dovuto risalto in una narrazione del conflitto basata solo sulla demonizzazione di Viktor Orbán visto come burattino passivo nelle mani dell’onnipotente e mefistofelico zar Vladimir Putin.

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