Quando il 4 aprile 2019 il generale Khalifa Haftar ha iniziato l’attacco su Tripoli, l’Italia spiazzata ha subito usato una parola per provare a porsi come mediatrice, quella cioè di “equidistanza“. Al governo c’era già Giuseppe Conte, tuttavia il colore della maggioranza era diverso ed al posto dell’attuale giallorosso vi era il gialloverde frutto dell’alleanza M5S – Lega. Con quella parola, Roma voleva porsi come principale attore in grado di parlare con tutte le parti impegnate nel conflitto. Da un lato si sosteneva ufficialmente il governo di Fayez Al Sarraj, dall’altro però si teneva aperto il contatto con il generale Haftar. Un tentativo senza dubbio ambizioso, proseguito anche quando il governo ha cambiato colore. Ma che però, con il tempo, si è trasformato in una trappola per il nostro Paese: il dossier libico non è stato seguito con costanza negli ultimi mesi e, contestualmente, nulla si è fatto quando altri attori, come la Turchia, hanno messo piede a Tripoli. Oggi l’equidistanza c’è, ma in chiave negativa: l’Italia è infatti distante sia da Al Sarraj che da Haftar. L’ultimo episodio, che ha visto un razzo sfiorare la nostra ambasciata nella capitale libica, ne è la dimostrazione.

I razzi nei pressi della nostra ambasciata

Giovedì sera alcune esplosioni sono state udite all’interno del quartiere delle ambasciate: si tratta di una zona moderna, sviluppatasi non lontana dal cuore di Tripoli in era gheddafiana e che ospita, tra la altre cose, anche il centro stampa del governo ed altri edifici strategici. Ma soprattutto, è qui che hanno sede molte rappresentanze diplomatiche. Nella residenza dell’ambasciatore italiano il tricolore è tornato a sventolare nel 2017, quando Roma ha inviato un nuovo rappresentante diventando in tal modo l’unico governo occidentale ad avere una sede diplomatica operativa in Libia. Un’unicità ancora oggi valida: oltre all’Italia, nessun altro Paese occidentale ha a Tripoli un ambasciatore nel pieno delle sue funzioni. All’interno della nostra sede diplomatica, certamente alcune di quelle esplosioni sono state avvertite in modo molto forte.

Un razzo, in particolare, è piombato a non più di 50 metri da uno degli ingressi dell’ambasciata italiana. Altri ne sono piovuti sempre nello stesso quartiere, uno di questi è caduto non lontano dalla sede diplomatica turca, mentre un altro missile ha ucciso almeno tre persone. Il bombardamento è stato deciso dal generale Khalifa Haftar e non è il primo che, dallo scorso mese di aprile, ha coinvolto il centro di Tripoli. L’uomo forte della Cirenaica ha deciso di alzare il tiro, spinto soprattutto dalle attuali difficoltà militari che hanno visto le proprie truppe sconfitte a Sabratha e sotto pressione nella strategica cittadina di Tahrouna. Ma, al tempo stesso, è chiaro che il generale ha voluto al contempo lanciare anche precisi segnali politici.

Lontani da Tripoli e da Bengasi

Difficile pensare che Haftar volesse colpire direttamente la nostra ambasciata ma, al tempo stesso, è ancora più difficile ipotizzare che i razzi su Tripoli siano stati sparati senza precise indicazioni. Il fatto che alcuni ordigni siano caduti a pochi passi dalla nostra rappresentanza diplomatica, non è quindi un elemento frutto del caso. Per questo l’attacco di giovedì sera potrebbe essere interpretato anche come un messaggio lanciato all’Italia. Forse da Bengasi, lì dove Haftar ha piazzato il suo quartier generale, si è voluto rimarcare come Roma deve scendere a patti con le sue forze e come dal nostro governo ci si aspetti ancora maggior sostegno. Oppure, più semplicemente, il generale ha voluto far vedere di essere in grado di colpire tutti, anche il nostro Paese.

Un segnale per l’appunto, non certo incoraggiante per l’Italia. E che arriva a pochi giorni da un altro segnale, questa volta politico, lanciato dall’altra parte della barricata, ossia dal governo di Fayez Al Sarraj. La settimana si è infatti aperta con un’intervista, rilasciata a Repubblica, del numero due del premier di Tripoli, Ahmed Maitig, il quale ha rimarcato la propria insoddisfazione per la posizione italiana. Lui, uomo da sempre molto vicino al nostro Paese, ha criticato il governo di Roma in quanto incapace di portare avanti una precisa strategia in Libia: “Non sapete cosa volete dalla Libia”, ha ammonito Maitig. Un richiamo molto forte, che ha confermato il sempre più marcato distanziamento tra Roma e Tripoli, il cui asse oggi appare di gran lunga più indebolito.

Doppi segnali dunque, lanciati sia dall’est che dall’ovest della Libia e che rischiano di porre l’Italia sì equidistante da entrambi i principali attori impegni sul campo di battaglia libico, ma in chiave diversa rispetto a come ci si aspettava all’inizio: Roma infatti è sempre più lontana sia da Al Sarraj che da Haftar.

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