Domenica 26 settembre i cittadini tedeschi andranno al voto per rinnovare il Bundestag e per la prima volta dopo sedici anni il Parlamento che le elezioni produrranno sarà chiamato a dare la fiducia a un governo destinato a non avere alla sua guida Angela Merkel. La Cancelliera, dopo quattro mandati alla guida della Germania, terminerà infatti la sua carriera politica e sul giudizio storico di Frau Angela si è aperto da tempo un dibattito acceso.

La Merkel ha dal 2005 in avanti attraversato un’epoca complessa segnata dal deterioramento della sicurezza del contesto internazionale, dall’emergenza terrorismo, dalla Grande Recessione, dalla crisi dei debiti europea, dall’emersione della questione migratoria, dalla messa in discussione dell’ideologia della globalizzazione, infine dalla pandemia.

Ha avuto a che fare con quattro diverse amministrazioni statunitensi, altrettanti presidenti francesi, cinque premier britannici, otto presidenti del Consiglio italiani alternatisi al potere nell’epoca in cui a Berlino il punto di riferimento restavano lei e la sua Unione Cristiano-Democratica. Ha commesso errori di valutazione ma più volte, data per spacciata politicamente, ha agito con pragmatismo messa sotto pressione; ha incarnato fino all’estremo il dogma politico della Germania post-bellica, superpotenza commerciale e nano geopolitico, prima di iniziare a impegnarsi sul fronte dell’avvicinamento energetico con la Russia, di un rapporto strutturato ma non supino con la Cina, dell’autonomia strategica europea. Insomma, è stata al tempo stesso la leader della conservazione più rigorosa dei dogmi politici tedeschi e la fautrice di svolte imprevedibili, la protagonista assoluta della politica del Vecchio Continente. E mentre si discute su chi possa essere il suo erede, un bilancio reale sul suo lungo periodo di governo non può essere scevro del giudizio sulle conseguenze, molto spesso contraddittorie, delle sue azioni.

La guardiana del modello tedesco

La questione più interessante che salta all’occhio analizzando gli anni di governo della Merkel è il fatto che la sua lunga tenuta non sia mai stata contraddistinta da profonde innovazioni al modello e alla struttura istituzionale, politica, economica del Paese, almeno fino alla pandemia di Covid-19. Anzi, a ben guardare la Cancelliera, fautrice della riduzione della spesa pubblica, di un rigoroso controllo di bilancio e di una governance delle attività socio-economiche fondata sui principi dell’ordoliberismo e dello stimolo alle esportazioni, salì al governo trovandosi la strada spianata dal predecessore socialdemocratico Gerhard Schroeder. Il quale nei suoi anni di governo, dal 1998 al 2005, pose le basi delle riforme Hartz che resero più flessibile il mercato del lavoro, inaugurarono la “deflazione interna” che ha permesso alle imprese del Paese di vincere la concorrenza del resto d’Europa sfruttando il combinato disposto tra cambio valutario favorevole nel regime dell’euro e rapporto costo/opportunità delle produzioni per dominare nell’export.

La Merkel è stata, negli anni delle crisi, la custode di questo modello. Più tedesca dei tedeschi, la Cancelliera che nel 2005 inaugurò il suo governo con una sforbiciata al welfare concordata con i socialdemocratici, per tre dei suoi quattro esecutivi partner di minoranza della Grande Coalizione, negli anni ha portato avanti un modus operandi chiaro e deciso: promuovere con l’azione politica in campo comunitario il rafforzamento del consenso per la visione germanocentrica dell’Europa, costruire un asse privilegiato con i Paesi maggiormente legati a una visione liberista e mercantilista dell’economia, consolidare un nucleo di Paesi (Kerneuropa) coincidenti con le catene del valore dell’industria tedesca come pivot del Vecchio Continente e permettere al Paese di andare avanti col pilota automatico del modello costruito negli anni senza scossoni.

Il radicalismo dell’austerità

Così profondamente tedesca, l’indole sobria e pragmatica della Cancelliera ha costruito attorno a sé la figura di una persona rassicurante, del leader adatto a una Germania post-storica, intenta al graduale rafforzamento del benessere. Tutto questo nonostante le crescenti asimmetrie generate dal modello deflazionista e mercantilista in termini di povertà, emarginazione sociale e disuguaglianze. L’egemonia politica tedesca in Europa si è nutrita dell’imposizione del modello tedesco come standard di riferimento di fronte alla Grande Recessione. I danni arrecati ai Paesi del Sud Europa (Italia, Grecia, Portogallo, Spagna) dalle riforme orientate secondo i principi cari al governo Merkel hanno rappresentato, di fatto, una vittoria per la Germania, che ha visto ridimensionato il potenziale di alcuni sistemi industriali concorrenti e consolidato il ruolo di vincitore dell’integrazione monetaria.

Di fatto, Angela Merkel è stata la principale ispiratrice della rivolta populista che in tutta Europa ha portato all’ascesa di partiti euroscettici che impiantavano la loro critica, dopo il 2010-2012, proprio sui fallimenti nella risposta alla crisi. Alla prova del governo, partiti come il greco Syriza o il Movimento Cinque Stelle non hanno però potuto impostare una linea diversa, perché a livello comunitario la tela tessuta dalla Cancelliera era troppo spessa: troppo chiari per la Merkel gli intrecci tra vincoli, contropoteri e procedure in Europa per poter scalfire un assetto consolidato.

La Merkel ha contribuito a fare dell’Unione Europea un sistema germanocentrico promuovendo figure vicine alla visione di Berlino nelle istituzioni chiave, come successo con Jean-Claude Junckerpresidente della Commissione dal 2014 al 2019, o favorendo la promozione diretta di esponenti del suo Paese. L’attestazione dell’egemonia tedesca sta proprio in un’ampia rassegna di nomi provenienti da tutto lo spettro politico che il governo Merkel ha portato a ruoli apicali: Martin Schulz, socialdemocratico e rivale della Merkel alle ultime politiche, è stato presidente dell’Europarlamento dal 2012 al 2017; il liberale Werner Hoyer è passato direttamente dal ruolo di titolare degli Affari Europei nel secondo governo Merkel a quello di presidente della Banca europea degli investimenti nel 2012; nel 2019, la Merkel ha quadrato il cerchio permettendo l’ascesa della compagna di partito Ursula von der Leyen, ritenuta suo possibile delfino e a lungo suo controverso ministro della Difesa, al vertice della Commissione Europea. Fuori dai trattati formali, ma ugualmente strategico, è il posto di presidente del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), appannggio del tedesco Klaus Regling.

La riscoperta della geopolitica

In diversi Paesi, la protesta contro l’austerità ha fatto calare i consensi dell’opinione pubblica internazionale verso la Merkel, ma alla prova dei fatti nei sedici anni di governo della Cancelliera non è emersa alcuna prospettiva per vedere un contropotere o un controbilanciamento costituirsi nel Vecchio Continente. L’unica eccezione è stata quella di Mario Draghi nell’epoca in cui l’attuale presidente del Consiglio era governatore della Banca centrale europea. Draghi, a capo di un’autorità monetaria, ha però agito nel quadro dell’Europa “tedesca” annacquandone l’ostilità alle politiche monetarie espansive ma, al contempo, nessun progetto politico fino al Covid-19 ha provato ad andare oltre la retorica del rigore.

Di diverso avviso gli Stati Uniti, che rappresentano il principale alleato e patrono di Berlino ma che al contempo durante le amministrazioni di Barack Obama e Donald Trump hanno avviato un contenimento sistemico della Germania, ritenuta al tempo stesso un freno per la ripresa europea e una minaccia commerciale per le sue politiche mercantiliste. Il Dieselgate, il caso Deutsche Bank, lo scandalo Echeon hanno segnalato un crescente clima di sfiducia tra Usa e Germania su diversi dossier, che la Merkel, atlantista di ferro, ha perlomeno fino al 2015 cercato sempre di annacquare, ad esempio spingendo fortemente sul dossier ucraino, salvo poi dover giocoforza riscoprire il pensiero strategico.

Le scelte della Germania di avviare il riarmo autonomo, di completare il gasdotto Nord Stream 2 con la Russia e di abbracciare le strategie per l’autonomia europea in campo tecnologico e digitale è direttamente frutto della volontà della Merkel di passare a una fase più proattiva. Il Covid-19 e le sue conseguenze, estremamente ambivalenti per Berlino, hanno sancito la possibilità di un’ulteriore avanzata in tal senso, aggiungendo tra i settori chiave per la sicurezza del Paese la chimica, la farmaceutica, il biomedicale e sfatando sul campo i dogmi austeritari a cui a lungo la Cancelliera ha creduto. E che ora dimostra di poter voler superare combinando vaccini e spesa pubblica nella sua ultima battaglia, quella per sconfiggere il virus. La Germania merkeliana riscopre dunque la geopolitica e la possibilità di poter, in futuro, fare da sé sotto diversi punti di vista, dopo un percorso lungo e tortuoso. Quelli che dovevano essere quattro anni di tranquilla, ordinaria amministrazione e della coltivazione di un successore sono stati continuamente sull’ottovolante per la Cancelliera. Che si troverà, incredibilmente, a lasciare il potere con un’eredità di fatto ancora tutta da scrivere.