Mentre il futuro dell’Intelligenza Artificiale è sempre più al centro del dibattito pubblico, (vedi il confronto tra Xi Jinping e Donald Trump), negli Stati Uniti chi protesta contro un data center rischia ora di essere trattato come un «agente straniero» al servizio di Pechino. Un messaggio che arriva direttamente dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), in un caso ricostruito dal giornalista investigativo Ken Klippenstein e che rivela come l’amministrazione Trump stia trasformando il malcontento popolare verso l’IA in una questione legata al controspionaggio.
L’avviso del DOJ
Il 16 settembre il Dipartimento di Giustizia ha diffuso un comunicato che ricorda gli obblighi previsti dal Foreign Agents Registration Act (Fara) e dall’articolo 951 del Codice penale federale. Il contenuto è piuttosto interessante: chiunque agisca negli Stati Uniti «alla direzione o sotto il controllo» di un governo o soggetto straniero – leggasi, la Cina – è tenuto a registrarsi, pena sanzioni civili e penali fino a cinque anni di carcere. Il testo, pur richiamando formalmente la tutela del Primo Emendamento, specifica che l’obbligo di notifica riguarda anche le «manifestazioni pubbliche» organizzate per promuovere gli obiettivi di una potenza straniera In buona sostanza, la convinzione dell’amministrazione Usa è che dietro alle proteste contro i data center negli Stati Uniti ci sia lo «zampino» di Pechino.
Le parole di Trump e Xi
Non è un caso, infatti, che tra nelle scorse settimane l’inquilino della Casa Bianca abbia pubblicato una serie di messaggi sui social in cui ha definito l’opposizione all’IA e ai data center una «malata cospirazione»; Trump ha fatto riferimento ai «teorici della cospirazione, traditori» da tenere sotto controllo, ipotizzando addirittura l’uso del sistema di giustizia penale e civile contro gli «attori cattivi».
Secondo Trump, il dissenso verso l’espansione delle infrastrutture IA avvantaggerebbe solo la Cina, impegnata secondo lui a rallentare il vantaggio tecnologico statunitense. «La superintelligenza sarà un importante argomento di discussione (con Xi), ma voglio lasciarla esattamente com’è» ha affermato The Donald prima del vertice con il leader cinese sottolineando che, a suo avviso, tale posizione sarebbe stata sposata anche dalla Cina, che ha, evidentemente, una posizione diversa da quella del presidente Usa: «Stati Uniti e Cina, in quanto Paesi leader nell’IA, hanno «la capacità e la responsabilità» di svilupparla e gestirla per il bene comune, garantendo che resti «sempre sotto il controllo umano» ha dichiarato Xi. Anche all’Assemblea delle Nazioni Unite, il presidente americano ha respinto, dal canto suo, «schemi globalisti» di controllo dell’Intelligenza artificiale. Il laissez faire di Washington contro il controllo statale della leadership cinese, due visioni del mondo politico-economiche da sempre agli antipodi.
La lettera di Cotton
Il tema della presunta – e tutta da provare – «campagna cinese» contro i data center Usa risale allo scorso giugno, quando il presidente della Commissione Intelligence del Senato, Tom Cotton, ha scritto all’allora procuratore generale facente funzioni Todd Blanche chiedendo un’indagine sulle «attività di influenza straniera» contro le infrastrutture IA americane. Nella lettera, indirizzata anche al direttore della Cia John Ratcliffe, Cotton indica come principale indiziato Neville Roy Singham, imprenditore hi-tech americano residente a Shanghai, la cui rete di organizzazioni non profit statunitensi sarebbe finanziata, secondo il senatore, dal governo cinese.
Cotton cita inoltre un presunto flusso di oltre due miliardi di dollari verso associazioni americane e menziona un panel organizzato dal senatore Bernie Sanders sui rischi esistenziali dell’IA, sottolineando la presenza di due relatori legati a istituzioni cinesi, tra cui un docente della Tsinghua University. Pochi giorni prima, anche i vertici repubblicani della Commissione Energia e Commercio della Camera, guidati da Brett Guthrie, avevano chiesto al direttore dell’FBI Kash Patel un briefing sulle stesse presunte campagne di influenza straniera contro i data center.
Ci sono poi le prese di posizioni degli imprenditori vicini all’amministrazione Trump. David Sacks, ex “zar dell’IA” della Casa Bianca oggi co-presidente del Consiglio presidenziale per la scienza e la tecnologia, ha più volte descritto le resistenze interne alla costruzione di data center come «un regalo a Pechino». L’investitore Kevin O’Leary, coinvolto in un progetto da 100 miliardi di dollari nello Utah, ha sostenuto in primavera che centinaia di milioni di dollari cinesi finanziassero i manifestanti anti-data center, salvo ammettere a giugno, in un post su X, di non avere «alcuna prova» a sostegno di tali accuse.
Un’opinione pubblica scettica, non manipolata
L’opinione pubblica parla chiaro. Un’indagine Gallup di marzo indica che il 71% degli americani si oppone alla costruzione di un data center IA nella propria zona — più di quanti si oppongano a una centrale nucleare locale — con il dissenso trasversale agli schieramenti politici, incluso il 63% degli elettori repubblicani. Un sondaggio Pew di febbraio mostra inoltre che il 63% ritiene che l’IA stia avanzando troppo velocemente e il 67% ha scarsa fiducia nella capacità del governo federale di regolamentarla.
L’impatto sui costi dell’energia elettrica, il consumo di risorse idriche per il raffreddamento dei server e le ricadute su traffico e territorio, unite a una sfiducia e a una preoccupazione sempre più ampia verso la rapidità di sviluppo dell’IA. Altroché spie cinesi…
Fonti:
Ken Klippenstein, “Feds Target AI Critics As ‘Foreign Agents’,” Ken Klippenstein, 23 settembre 2026, https://www.kenklippenstein.com/p/feds-think-ai-critics-are-foreign.
Dan Boguslaw, “Department Of Justice Hints At New Tool For Prosecuting Protesters,” Deeper States, 22 settembre 2026, https://danboguslaw.substack.com/p/department-of-justice-hints-at-new.
Jeffrey M. Jones, “Americans Oppose AI Data Centers in Their Area,” Gallup, 13 maggio 2026, https://news.gallup.com/poll/709772/americans-oppose-data-centers-area.aspx.