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Dal quotidiano italiano La Stampa, che ha pubblicato il controverso articolo Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita, al presidente statunitense Joe Biden, che dal palcoscenico di Varsavia ha invocato un cambio di regime, aumentano le voci a favore di un colpo di stato nella Federazione russa, cioè di un rovesciamento di Vladimir Putin.

I tempi, sostengono i teorici del golpe, non sono mai stati così propizi: il partito della diplomazia incardinato su figure-chiave come Sergej Lavrov, Sergej Shoigu e Valerij Gerasimov è stato de facto estromesso dal processo decisionale, e osserva con malumore lo sviluppo degli eventi, le colonne portanti di cemento armato del sistema putiniano, cioè gli oligarchi, stanno patendo a causa di sanzioni individuali senza precedenti storici, e l’opinione pubblica, checché ne dicano i sondaggi, è stata profondamente lacerata dalla questione ucraina – come dimostrano le mobilitazioni pacifiste a macchia d’olio esplose a poche ore di distanza dall’inizio della guerra.

Quello che sta accadendo, e che sulle nostre colonne era stato pronosticato con largo anticipo, è che il rischio calcolato (male) di Putin ha aperto delle crepe ai livelli bassi, di società, e alti, di stanze dei bottoni, che non sarà facile stuccare. Era inevitabile: lo stesso Russian International Affairs Council, il think tank ufficioso del Cremlino, si è eloquentemente spaccato sulla guerra, intravedendone molti più contro che pro e ritenendola un suicidio tecnico, tattico e strategico.

A questo punto, date le premesse di cui sopra, la domanda sorge in maniera spontanea: se il ritorno di fiamma della guerra in Ucraina dovesse condurre alla caduta di Putin, e a latere alla fine della Pax putiniana, per la Russia e per il mondo sarebbe un bene o un male?

Tutto secondo copione

Allo scoppio della guerra in Ucraina avevamo azzardato un’ipotesi corredata di pronostico: Putin avrebbe vinto soltanto non invadendo, perché facendolo è caduto nell’astuto tranello di Biden, un veterano della Guerra fredda. L’intransigenza come mezzo per un fine: indurre il rivale a commettere il passo falso, a superare il punto di non ritorno, a muovere una guerra per esasperazione.

Nel piatto degli Stati Uniti, qualora la linea dell’intransigenza avesse avuto successo, l’amministrazione Biden avrebbe potuto gustare una grande varietà di cibi prelibati: lo spegnimento del NS2, la fine del partito europeo della distensione e dell’autonomia strategica, l’introduzione di sanzioni tali da condurre al disaccoppiamento economico ed energetico delle due Europe, il potenziamento dell’Alleanza Atlantica – con tanto di possibile allargamento –, il ricompattamento dell’Unione Europea attorno agli Stati Uniti e la diffusione di un malcontento popolare ed elitario utile, poiché strumentalizzabile, tra Russia e spazio postsovietico. È accaduto tutto.

È accaduto tutto ciò che era stato pronosticato sulle nostre colonne, con il recupero del TTIP (curiosamente ma non sorprendentemente riesumato dai Verdi tedeschi, cappio stellastriscato al collo di Olaf Scholz) e lo scambio dati-per-gas a fare da ciliegina sulla torta. È accaduto che le sanzioni stiano danneggiando più Bruxelles di Mosca, aumentando la succubanza geoeconomica della prima a Washington e accelerando il ritmo dell’agenda autarchica globale e di diversificazione della seconda – dalla commercializzazione di surrogati come Zio Vanya alla popolarizzazione di innovazioni come il Mir, passando per l’azzardo del petrorublo. Ed è anche accaduto che la cricca attorno a Putin abbia cominciato a fare crac, a scricchiolare, mentre il fermento nelle strade sbugiarda la coesione dipinta dai sondaggi.

E se cadesse Putin?

Se Putin cadesse, la Russia non ne trarrebbe alcun giovamento e l’intero mondo piangerebbe. I propugnatori del rovesciamento e del tirannicidio dimenticano e/o ignorano che un regime fantoccio imposto dall’esterno e teleguidato avrebbe poche speranze di reggere nel medio periodo, come l’esperienza eltsiniana insegna, alla luce dell’inevitabile urto di rimando proveniente dallo stato profondo. E non reggerebbe anche perché, tolte le ingerenze del potere dietro il trono, non avrebbe un terreno fertile sul quale attecchire – dato che la Russia non ha mai avuto una tradizione liberal-democratica – e sarebbe incapace, molto probabilmente, di resistere alle pressioni centrifughe provenienti dalle periferie in fibrillazione estese dalla Ciscaucasia alla Siberia.

Pressioni ai margini dell’Impero, scriverne e parlarne è fondamentale. Perché trattasi di sommovimenti da sempre presenti, che riemergono ogniqualvolta all’ordine segue il caos – sin dal seicentesco Periodo dei Torbidi –, e che soltanto il pugno duro nel guanto di ferro dell’autocrazia ha saputo storicamente tenere a bada. Pressioni che, sì, farebbero sorridere Zbigniew Brzezinski, che sognava di frammentare il colosso russo in tanti pezzi, ma che nuocerebbero alla sicurezza dell’intera Eurasia – Ue inclusa –, la quale si ritroverebbe nottetempo costretta ad affrontare una primavera di separatismo etno-religioso, estesa dal Caucaso settentrionale ai meandri dell’Estremo Oriente russo, a base di scontri interetnici, battaglie asimmetriche, guerre civili e terrorismo.

Se Putin cadesse, trascinando con sé la Federazione, non è esagerato affermare che le conseguenze per il continente asiatico, inclusa la sua appendice europea, sarebbero apocalittiche. Perché fine della Pax putiniana, che lo si ignori o meno, equivale a fine dell’equilibrio in una catena di teatri legati a doppio filo al destino di Mosca: dalla Transnistria al Karabakh, passando per la già semi-distrutta Ucraina e la Georgia, senza dimenticare l’Asia centrale postsovietica.

Il sostituto che non c’è

Se Putin cadesse, come sperano le frange più oltranziste del movimento liberal e del partito neocon, gli Stati Uniti si troverebbero dinanzi ad una serie di dilemmi vitali per la pace mondiale e la stabilità dell’intera Eurasia: dalla gestione dei probabili conflitti etno-religiosi che riesploderebbero con la caduta del centro, cioè di Mosca, alla ricerca di un uomo abbastanza forte da sopravvivere allo stato profondo, abbastanza carismatico da unire l’opinione pubblica e abbastanza diplomatico da saper mediare tra i vari poteri in lotta per spartirsi la torta.

La domanda, delineata la complessità del teatro russo, è la seguente: esiste l’uomo di cui ha bisogno l’Occidente per sostituire Putin e simultaneamente evitare la pericolosa deflagrazione della Russia? La risposta è che no, non esiste. Non ancora, perlomeno. Non può essere Aleksei Naval’nyj, che piace ed è conosciuto più all’estero che in Russia – e che non ha alcuna capacità leaderistica –, e non può essere qualcuno di Jabloko, visto che l’unico partito liberale all’occidentale alle ultime parlamentari ha preso il 2%. Potrebbe essere qualcuno della cerchia di Putin, un silovik influente come Nikolai Patrushev, ma una tale figura porterebbe avanti le stesse politiche del precedessore su alcuni temi, perché le linee rosse non sono dettate dagli uomini ma dalla geografia, e verrebbe con elevata probabilità co-optata dalla Repubblica Popolare Cinese.

Putin, in sintesi, è il minore dei mali: un successore (attualmente) non c’è e anche se ci fosse, considerando la radicalizzazione del panorama politico russo, l’inamovibilità delle linee rosse e le sfide da fronteggiare a livello domestico, non è detto che si rivelerebbe un novello Eltsin.

Ripartire da zero

La soluzione ai problemi dell’attualità non è che una: iniziare una seria riflessione su come si è arrivati al 24.2.22, alla crisi geopolitica più grave del XXI secolo, e lavorare affinché ciò non si ripeta, ad un disgelo tra i blocchi. Una missione quasi impossibile, perché ormai le carte sul tavolo sono state rovesciate, le vecchie regole non valgono più ed eventi epocali dall’esito imprevedibile sono stati messi in moto – la catalisi della transizione multipolare e la rimodulazione dello globalizzazione –, ma che vale la pena di tentare.

Il dialogo tra i blocchi va riportato ai livelli del precrisi, perché la diplomazia dell’insulto non è diplomazia ed è un ostacolo tanto al ravvicinamento quanto alla comprensione, sullo sfondo di una presa di coscienza collettiva da parte della dirigenza europea: l’Ucraina è un capolinea, ma può anche essere un punto di (ri)partenza. Perché l’Ucraina è dove finisce e inizia tutto. È dove finisce il sogno di un’Europa estesa da Lisbona a Vladivostok. Ed è dove può e deve rinascere la Famiglia europea, ieri sorda alle grida del Donbas e oggi assente dal tavolo delle trattative – colpevolmente assente, perché lasciando ad altri la palla negoziale, dalla Turchia alla Cina, si ritroverà ad accettare dei termini di pace stabiliti da altri per lei e per la sicurezza del continente.

L’alternativa all’elaborazione di un nuovo Concerto europeo, coinvolgente la Russia – le cui garanzie di sicurezza non sono che un modo per chiedere una nuova Vienna o una nuova Jalta –, è l’esacerbazione della “terza guerra mondiale a pezzi”. L’alternativa al risveglio dal torpore poststorico è il dirigersi come zombi verso un’età di conflitti internazionalizzati, seguendo le orme e commettendo gli errori di quei “sonnambuli”, per citare Christopher Clark, che nel 1914 trascinarono il mondo verso l’inutile strage.

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