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Francis Fukuyama, nel suo saggio Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet), ha descritto perfettamente la deriva della politica dell’identità che sta investendo l’occidente dopo la morte di George Floyd, frutto dell’ideologia liberal: “Il problema con la sinistra odierna sta nelle particolari forme di identità che questa ha deciso sempre di più di esaltare. Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità”. Questo si traduce di una vera e propria crociata politicamente corretta e in un approccio puramente ideologico su questioni che riguardano le minoranze, il genere, la razza, il sesso, diritti delle donne, i migranti, le associazioni Lgbt e così via. Che porta, in realtà, a dei veri e propri cortocircuiti, come accade nelle università californiane dove, a seguito delle manifestazioni scoppiate dopo la morte di George Floyd, come riporta Federico Rampini su La Repubblica, viene riproposta la “affirmative action” per riservare corsie di accesso preferenziali agli studenti di colore nell’istruzione superiore. A protestare però non sono i bianchi ma gli asiatici-americani che temono di esserne le vere vittime.

Duro il giudizio di Crystal Lu, presidente dell’associazione dei cinesi nella Silicon Valley: “L’università pubblica va a retromarcia nella storia, verso il ritorno al favoritismo razziale”. Dopotutto, gli asiatici-americani sono il primo gruppo etnico col 36% delle matricole, al primo anno dei corsi universitari californiani. Follie come quella appena introdotta, nel nome del politicamente corretto, non fanno altro che aizzare lo scontro razziale. “Il colore della nostra pelle – afferma Lu – ci condannerà, come la lettera scarlatta”.

Corsie preferenziali per gli afroamericani

Come riporta il comunicato stampa, il Board of Regents dell’Università della California ha approvato all’unanimità la proposta di ridiscutere la Proposition 209, che vietava alle istituzioni governative statali di considerare la razza, il sesso o l’etnia come criteri di ammissione nel settore pubblico. I voti del consiglio di amministrazione dell’università dimostrano “la necessità proattiva di contribuire a far fronte alle disuguaglianze sistemiche e perpetue nell’istruzione pubblica” spiega la stessa università in una nota.

“C’è uno sforzo straordinario al fine di correggere gli errori causati da secoli di razzismo sistemico nel nostro paese” ha dichiarato John A. Pérez. “Ha poco senso escludere qualsiasi considerazione sulla razza nelle ammissioni quando lo scopo del processo olistico dell’Università è quello di comprendere e valutare pienamente ogni candidato attraverso molteplici fattori”, ha dichiarato il presidente della Uc Janet Napolitano in una nota. “La Proposition 209 ha costretto le istituzioni pubbliche californiane a cercare di affrontare la disuguaglianza senza tener conto della razza, anche laddove consentito dalla legge federale. Le diversità delle nostre università e istituti di istruzione superiore in tutta la California dovrebbero – e deve – rappresentare la ricchezza del nostro stato”.

Follia politicamente corretta in California

L’ideologia ultra-progressista che anima queste iniziative probabilmente non concorderebbe con l’Articolo 3 della Costituzione italiana, secondo il quale “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali”. La Proposition 209, approvata dallo Stato della California nel 1996, si muove sullo stesso principio di uguaglianza e “proibisce di concedere un trattamento preferenziale a (o discriminare) qualsiasi individuo o gruppo sulla base di razza, sesso, colore, etnia o origine nazionale nell’operazione di pubblico impiego, istruzione pubblica o appalti pubblici”. Un principio universale che ora è il politicamente corretto a mettere in discussione.