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Da San Paolo. «Una polveriera sociale, un disastro economico, una Waterloo etica». È questo per il sociologo Bolivar Lamounier il Brasile oggi, dopo 13 anni e mezzo ininterrotti al potere di sinistra incarnata dal Pt, il partito dei lavoratori di Lula, l’ex presidente sindacalista sino a pochi anni fa adorato da Barack Obama e dalle multinazionali, ieri mito, oggi inquisito per riciclaggio, occultamento di patrimonio e ostruzione alla giustizia. Ha ragione Bolivar, mente lucida, socialdemocratico un tempo vicino all’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, oggi più concentrato ad analizzare i nuovi modelli ideologici latinoamericani che dovevano rappresentare «la terza via» e invece si sono dimostrati un disastro, a cominciare dal «nuovo populismo», quello della «sinistra bolivariana fascista» il cui precursore fu il venezuelano Hugo Chávez, «un militare, già golpista che ha fatto scuola in tutto il continente».Per approfondire: Guarda il reportage Favelas di sangueBrasile polveriera sociale non tanto per le manifestazioni di strada che chiedono il ritorno alla presidenza dell’ex guerrigliera Dilma Rousseff, condannata da un impeachment che il marketing del Pt presenta al mondo via «soccorso rosso» come golpe. I partecipanti sono infatti poche migliaia – nulla a che vedere con le manifestazioni oceaniche anti Rousseff dei mesi e anni scorsi – e sono composte soprattutto studenti della sinistra radical-chic e borghese di classe alta, alcuni figli di ex funzionari governativi caduti con Dilma e in minor parte da black bloc, provenienti dalle periferie, molti con la fedina penale sporca e pagati, si vocifera, dal Pcc, acronimo che sta per Primeiro comando da capital, il maggior gruppo criminale che gestisce il narcotraffico del paese. No, Brasile polveriera perché «solo da luglio Mercedes ha mandato a casa con i prepensionamenti 1.664 nostri compagni – spiegano al Giornale, furibondi, i delegati sindacali della filiale della multinazionale teutonica dell’hinterland paulista – ma, da un paio di giorni a questa parte, sono arrivati a sorpresa 500 telegrammi senza preavviso, per comunicare altrettanti licenziamenti in tronco». «Vai ter luta» promettono agguerriti, «daremo battaglia».Il blocco della produzione con susseguenti licenziamenti, negli ultimi anni di potere della Rousseff, sono stati non l’eccezione bensì la regola in Brasile, dove il Pil dal 2014 è crollato del 10%, la vendita di automobili del 30% e la produzione industriale si è contratta di un quinto (-20,5%). Un disastro di gran lunga maggiore di quello del 1929 e che ha eguali solo nel biennio 1900-1901, oltre 115 anni fa, quando il gigante sudamericano patì la sua peggior crisi di tutti i tempi. Cresciuta a dismisura, ça va sans dire, anche la disoccupazione che ha raggiunto cifre record, quasi il 12% con dodici milioni di senza lavoro.

«Ma se è come in Italia», rimbrottano sui social gli amici dell’ex Pd, ala dalemiana, quelli che per loro Lula è un mito perché con lui hanno fatto bisboccia e business per quasi tre lustri e che, per difenderlo a ogni costo, fanno finta di non sapere che a quei 12 milioni bisogna aggiungere chi al collocamento il lavoro non lo cerca neanche più perché tanto non c’è – circa 5 milioni – più altri 15 milioni in età da lavoro che ricevono il sussidio del Borsa Famiglia perché non hanno neanche un salario minimo di 250 euro al mese per tirare avanti in uno Paese dove, al di là del marketing lulista, lo stato sociale rimane una chimera, al pari delle fognature nelle favelas.In tutto siamo dunque almeno al 30% di disoccupazione reale oggi in Brasile, senza scomodare l’Ibge, l’Istat locale, che dopo 5 anni e mezzo passati da Dilma Rousseff a truccare i conti per 106 miliardi di real – pari a 30 miliardi di euro, una mezza nostra finanziaria, fonte la locale Corte dei conti. Altro che colpo di stato, come si lagnano gli amici sinistrorsi di mezzo mondo: oggi ha la stessa credibilità di quello argentino dei tempi di Cristina Kirchner, ovvero zero.«Per l’Ibge l’inflazione è del 7,5% ma chiunque viva qui sa che è almeno il doppio, se non di più», si lamenta Andreia da Silva, stesso cognome di Lula solo che lei – invece che in un triplex e di una villa con piscina non dichiarati perché «suoi a sua insaputa» – vive nella Baixada Fluminense, un mezzo inferno fatto di favelas dove, negli sei ultimi mesi, hanno già ammazzato 11 candidati delle prossime amministrative d’ottobre, quelle che vedranno in lizza tra i favoriti la bella odontotecnica figlia di Fernandino Beira Mar, il Totò Riina brasiliano che dal carcere gestisce il narcotraffico. Oggi, per la cronaca, il Brasile è il primo paese esportatore di cocaina al mondo, fonte Onu, e da lì esce l’80% della polvere bianca che arriva in Europa. Le stesse elezioni a cui potrebbe candidarsi anche Dilma Rousseff, colpevole di avere falsificato i bilanci dello Stato e, perciò, condannata a lasciare la presidenza con l’impeachment del 31 agosto scorso ma, incredibilmente, non inibita dai pubblici uffici per 8 anni, come previsto dall’articolo 52 della Costituzione.
Questo strano «doppio trattamento» del Senato brasiliano ha lasciato di stucco quasi tutti e ha costretto persino l’ambasciatore britannico a Brasilia, Alex Ellis, a chiedere lumi su Twitter per spiegare a Londra come mai «Rousseff è stata allontanata dalla presidenza per crimini gravi» ma può «ricandidarsi quando vuole», ammesso ci sia qualcuno ancora disposto a votarla essendo il suo gradimento sotto il 10% secondo tutti i sondaggi. Per capire, aiuta guardare il curriculum dei parlamentari verde-oro, il 65% dei quali sono infatti alle prese con processi penali che vanno dal riciclaggio alla corruzione attiva e passiva, dal furto a persino l’omicidio. «Un’interpretazione quella del doppio trattamento che fa a pugni con la nostra Costituzione», spiega al Giornale il giurista Walter Fanganiello Maierovitch, presidente dell’Istituto italo-brasiliano Giovanni Falcone, magistrato di cui fu amico, avendolo aiutato a catturare a San Paolo Tommaso Buscetta.L’indignazione di Maierovitch è la stessa della stragrande maggioranza dei brasiliani, scesi in piazza a milioni negli anni/mesi scorsi contro la corruzione evidenziata dall’inchiesta Lava Jato, una sorta di Mani Pulite moltiplicata per mille in quanto agli importi delle tangenti e che coinvolge tutti i partiti che, negli ultimi anni, avevano appoggiato le presidente di Dilma. Coinvolto in questa maxi inchiesta – che ha quasi fatto fallire la statale petrolifera Petrobras, usata come forziere per pagare le stecche – il gotha del Pt, il partito dei lavoratori i cui ultimi due tesorieri sono in carcere e che ha buona parte della sua leadership inquisita, a cominciare da Lula.Eppure, nonostante un’economia allo sbando e le tante prove della corruzione imperante durante i 13 anni del Pt al potere, uno zoccolo integralista della sinistra continua a difendere Dilma, anche se con tempi e modalità tutte sue. Se, infatti, prima e durante l’impeachment nessuna manifestazione di rilievo è stata indetta, dall’insediamento del suo vice Michel Temer in poi, San Paolo – che del Brasile è il termometro socio-politico ed economico – è tornata a rivivere il brivido della protesta di strada, con annessi black bloc. Ma mentre qualche tempo fa si manifestava contro Rousseff e la corruzione dilagante, adesso i passionari pro Dilma al grido di «Fuori Temer» invocano «elezioni dirette subito», dopo che la scorsa settimana la cupola del Pt, alla presenza di Lula, si è riunita per annunciare di volere andare al voto anticipato per candidare di nuovo proprio l’ex presidente sindacalista. Da vedere se la cosa sarà possibile, visto che lo stesso politico che l’ultimo giorno del suo secondo mandato – il 31 dicembre 2010 – non concesse l’estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti, oggi rischia il carcere.Paolo Manzo

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