Con il referendum del 2014, sembrava che il pericolo di una secessione della Scozia dal Regno Unito si fosse allontanato definitivamente. Le spinte centrifughe di Edimburgo e la martellante campagna indipendentista dei partiti e dei movimenti locali non hanno ottenuto un risultato risibile; ad avere però la meglio è stato il fronte unionista con una differenza minima di voti, all’incirca 380 mila, il 10%. Quali sono state le tematiche che hanno convinto gli scozzesi a rimanere fedeli a Londra? Passi il patriottismo, il vero punto forte della campagna si è rivelato invece essere l’europeismo: se la Scozia avesse sciolto il proprio legame con l’Inghilterra avrebbe fatto un vero e proprio salto nel vuoto. Si sarebbe trovata isolata con il rischio di non ottenere il riconoscimento dagli altri stati europei e non europei; inoltre, non avrebbe fatto parte, almeno non da subito ma solo dopo lunghe ed estenuanti trattative, dell’Ue.

La vittoria della Brexit nel 2016 ha però riaperto la questione scozzese: se nel resto del Regno Unito, fatta eccezione per Londra, il leave ha prevalso, la Scozia si è invece contraddistinta per la difesa a spada tratta del matrimonio con l’Europa. Per questo gli scozzesi hanno riaperto le danze, sperando di rientrare a Bruxelles come nuovo stato dell’Unione Europea: con la differenza che i leader indipendentisti stavolta potrebbero trovare il favore anche di chi cinque anni fa non era convinto del divorzio tra Londra ed Edimburgo.

La vocazione europeista in Scozia accomuna quasi più dell’identità nazionale, i partiti locali ne sono un chiaro esempio: pur oscillando tra i socialdemocratici e i socialisti, passando per gli ambientalisti e i liberali, le battaglie per i diritti civili e l’Europa li accomunano sotto un unico fronte; non è escluso che possano fare leva proprio su questo per convogliare i voti degli indecisi per un possibile secondo referendum su cui la premier scozzese Nicola Sturgeon sta pressando Londra già dal giorno dopo il voto sulla Brexit perché avvenga il più presto possibile. Ora c’è il problema del nuovo esecutivo conservatore a guida Boris Johnson, che punta ad arrivare all’uscita definitiva del Regno Unito dall’Europa entro il 31 ottobre di quest’anno: l’incognita sta proprio nel vedere se Johnson, unionista e sprezzante verso la causa scozzese, acconsenta o meno ad una nuova consultazione.

Di questo se ne parlerà però solo da novembre (se dovesse realizzarsi concretamente la Brexit), mese in cui gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sulla Sturgeon: si dice pronta a dichiarare unilateralmente l’indipendenza in caso di No Deal con Bruxelles. Diversamente, potrebbe proporre al governo centrale di scendere a patti per la data di un nuovo referendum, che si terrà soltanto dopo il 2021. Nel frattempo, il fronte secessionista potrebbe uscirsene rafforzato se la strategia dovesse puntare sul sentimento europeista come sembra stia facendo. È quello l’elemento che accomuna la maggior parte degli scozzesi più dell’identità nazionale, errore che si fece all’epoca del referendum di cinque anni fa. Il punto è proprio questo. L’uscita dall’Europa non è stata digerita dai politici e dagli elettori scozzesi: per loro si tratta di una vera e propria imposizione antidemocratica e vedrebbero nell’indipendenza della Scozia la possibilità di ritornare ad essere cittadini europei. Non stupirebbe quindi un ampio appoggio all’azione politica della Sturgeon per un nuovo voto sul destino di Edimburgo, né un risultato diverso.

Bisogna valutare però l’assenso di Londra, che non sembra ben disposta in tal senso. Non è un caso che per le strade di Glasgow subito dopo l’elezione di Johnson come leader dei conservatori siano infatti scesi in strada diversi indipendentisti per chiedere un secondo referendum. I manifestanti protestano contro il nuovo premier britannico, avendo capito da che parte soffia il vento: cioè verso un periodo che, secondo loro, significherà di isolamento sia dal Vecchio Continente sia dal resto del mondo. È un’ipotesi che gli scozzesi vogliono a tutti i costi scongiurare, per questo la loro vocazione europeista e l’avversione ad ogni tipo di sovranismo. Né stupisce la presenza di diversi punti in comune con l’indipendentismo catalano: a favore di una apertura radicale al mondo, di un’Europa federalista, della lotta per i diritti civili e del progressismo di stampo socialdemocratico.

Comunque vada, le prossime settimane e i prossimi mesi si riveleranno caldi e non mancherà la tensione tra i due fronti. Questo regolamento di conti all’interno del Regno Unito non passerà inosservato: l’intero universo indipendentista europeo e italiano seguirà con attenzione i suoi sviluppi, in particolare l’Irlanda del Nord che potrebbe cogliere l’occasione e provare a divorziare anche lei da Londra. Il rischio, in questo caso, è il fronte delle milizie paramilitari che si ispirano all’Ira: si dicono pronte a violare gli accordi di Venerdì Santo per proseguire nella lotta armata contro l’occupazione britannica. E per procedere con la forza e con il sangue all’unificazione dell’Irlanda.