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Moltissimi libanesi sono scesi in piazza in tutto il Paese per manifestare la loro rabbia contro il governo. Il malumore era nell’aria da mesi, ma ha sorpreso per la forza con cui è scoppiato, per la presenza delle manifestazioni in modo omogeneo in tutto il paese e per il fatto che la gente appartenga a tutte le comunità. Le proteste sono iniziate dopo la decisione del governo di tassare le conversazioni telefoniche sulle applicazioni internet come whatsapp. Una decisione che ha acceso la miccia che ha fatto scoppiare la polveriera. Anche se il governo l’ha subito ritirata, era ormai troppo tardi.

Nel tentativo di placare la rabbia popolare, il premier Saad Hariri ha dichiarato che i ministri hanno 72 ore per trovare soluzioni forti per rivitalizzare l’economia del paese, in caso contrario, ha lasciato intendere, si dimetterà.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah si è già detto contrario alle dimissioni di Hariri e ha fatto comprendere che non bisogna indebolire il Presidente della Repubblica, Michel Aoun, che di Hezbollah è un alleato stretto. Nasrallah si è detto però disponibile ad approvare riforme che ha definito “oneste” e dove tutti paghino un prezzo, banchieri compresi.

Le parole dei politici appaiono però alla popolazione come un vuoto ritornello. Quasi nessuno crede che vogliano smantellare il loro sistema d corruzione. Anche perché dispongono di un arma potentissima. Possono accendere la miccia dei problemi tra le comunità religiose, così da riconquistare la fiducia della gente e presentarsi come gli unici che possano salvare il paese da una guerra civile, così da poter poi tornare all’usuale corruzione.

Questo meccanismo soffoca i giovani laici e borghesi. Per queste categorie, una volta appreso che il Paese è tenuto in ostaggio da politici corrotti o da potenze straniere come Arabia Saudita o Iran che minacciano di destabilizzare il Libano riaccendendo la miccia dei problemi religiosi, diventa quasi naturale scegliere l’emigrazione. Se esiste una costante tra i giovani borghesi, presente in tutte le comunità religiose, è proprio la sfiducia per il futuro e il tentativo di espatriare.

Vi sono poi esponenti del mondo sciita che vedono mosse come l’abbassamento del rating del Libano da parte delle banche americane, non come una naturale conseguenza delle condizioni economiche, ma come un tentativo di destabilizzare il paese attraverso l’economia, visto che con le armi e la politica, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e Israele non sono riusciti a sconfiggere l’Iran, la Siria ed Hezbollah. Tentativi di destabilizzazione o no, è però innegabile che il sistema politico libanese si basi sugli ex signori della guerra che si spartiscono in modo predatorio le ricchezze nazionali, grazie alle continue minacce di far scoppiare una nuova guerra civile in caso i loro voraci appetiti non vengano saziati. Questo, insieme alle ingerenze saudite e iraniane sono il vero cancro libanese.

Il percorso che i manifestanti hanno davanti a sé è quindi strettissimo. Infatti, da una parte i politici tenteranno di spaventare la gente minacciando lo paura di una possibile guerra civile tra le differenti comunità religiose e identitarie, dall’altra le rivoluzioni senza politici carismatici e che nascono solamente dalla rabbia popolare di solito finiscono male. Chi le inizia di solito non è organizzato e si fa rubare la rivoluzione da forze minoritarie, ma organizzate.  Dalla rivoluzione francese, a quella sovietica, iraniana e alle primavere arabe, è quasi sempre andata così. Ecco perché i manifestanti si devono organizzare bene e avere leader politici riconoscibili se vogliono avere qualche speranza di riuscita.

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