Torna a infiammarsi la crisi politica in Macedonia. La decisione del presidente della repubblica macedone, George Ivanov, di graziare i politici coinvolti nelle indaginirelative al cosiddetto “scandalo intercettazioni”  ha portato nelle strade di Skopje alcune migliaia di manifestanti. Non sono mancati scontri, anche violenti, con le forze di polizia chiamate a presidiare la sede del partito di governo (il VMRO-DPMNE) e il palazzo presidenziale. La piattaforma civica Protestiram, anima delle proteste dell’anno scorso, ha già annunciato nuove manifestazioni per i prossimi giorni. Il rischio è che la situazione torni a farsi incandescente, vanificando gli sforzi fin qui compiuti per uscire dall’impasse politica.All’origine della protesta c’è lo scandalo intercettazioni esploso un anno fa a causa della pubblicazione, da parte del leader dell’opposizione socialista, Zoran Zaev, delle trascrizioni di presunte intercettazioni compiute da persone vicine al premier Nikola Gruevski o legate al VMRO-DPMNE. Intercettazioni che vedevano coinvolte circa 20mila persone tra giornalisti, politici dell’opposizione, magistrati, tenute sotto controllo dai servizi segreti guidati da Saso Mijalkov, cugino di Gruevski, poi costretto alle dimissioni nel maggio 2015. Quello scandalo fece da detonatore a imponenti manifestazioni di piazza cui seguirono complesse trattative politiche con la mediazione dell’Unione Europea. L’esito di tali trattative furono gli accordi di Pržino che sancivano l’ingresso dell’opposizione al governo, con tre ministeri; le dimissioni del premier Gruevski entro gennaio 2016; e la nomina di un procuratore speciale chiamato a indagare sullo scandalo intercettazioni.La decisione del presidente di graziare i politici  coinvolti nello scandalo mette in discussione la tenuta di quegli accordi e “mina lo stato di diritto”, come dichiarato dal commissario europeo Hahn. Il timore è che il partito al governo stia truccando le carte in vista delle elezioni del prossimo 5 giugno. Certo è che il VMRO-DPMNE, di cui il presidente Ivanov è membro, esce rafforzato (e impunito) da uno scandalo che poteva segnare la morte politica dell’attuale classe dirigente.Una classe dirigente al potere dal 2006 che in pochi anni, grazie alla privatizzazione dei beni pubblici, ha saputo acquisire le attività strategiche del paese creando un sistema oligarchico ruotante attorno alla figura di Nikola Gruevski. Un esempio in tal senso è OrceKamcev, altro cugino di Gruevski, proprietario di tre giornali nazionali - Dnevnik,Utrinski VesnikeVestche, come sottolineato dall’OSCE, fanno da megafono a Gruevski e al suo partito completando così il quadro di un sistema dei media che vede, nel settore pubblico, il controllo diretto del governo e in quello privato la presenza di holding in mano a parenti o fedelissimi del primo ministro. Le minacce ai giornalisti indipendenti e la loro incarcerazione – eclatante fu l’arresto di Tomislav Kezarovski, o la corona di fiori inviata a Borjan Jovanovski da parte di un membro del partito di governo – la dicono lunga sul livello di democrazia del paese.Gli accordi di Pržino rappresentavano quindi un tentativo per allontanare il paese da una possibile deriva autoritaria, e le elezioni del 5 giugno dovevano esserne il banco di prova. Alla luce della decisione del presidente Ivanov, l’Unione Europea – per bocca del commissario Johannes Hahn, ha espresso “seri dubbi sul fatto che delle elezioni credibili siano ancora possibili”. Preoccupazione è stata espressa anche dall’ambasciatore americano a Skopje.La situazione è complicata dal fatto che circa un quarto della popolazione sia albanese, con conseguenti tensioni interetniche sempre pronte a scoppiare. Già lo scorso anno, nella città di Kumanovo, si è assistito a pesanti scontri a fuoco con sedicenti miliziani albanesi, tali da spingere il governo a parlare di “attacco dall’estero” finalizzato a rovesciare l’esecutivo. Si accusò esplicitamente il Kosovo e persino il Cremlino intervenne nella questione, appoggiando apertamente Gruevski e accusando l’Unione Europea e gli Stati Uniti di ordine una “Majdan macedone”. Una nuova crisi in Macedonia potrebbe avere dunque conseguenze internazionali, tali da destabilizzare i Balcani, acuite dalle tensioni legate al flusso di migranti nella regione. Ecco perché quanto avviene a Skopje ha una rilevanza che va molto oltre i confini della piccola repubblica balcanica. 

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