Da giorni l’Indonesia è scossa da feroci proteste anti governative degenerate in scontri violentissimi. A Jakarta, capitale del Paese, c’è pure scappato il morto. Alla frustrazione pubblica nei confronti di politici e legislatori, considerati insensibili alle difficoltà quotidiane che sta affrontando la gente comune, si è dunque aggiunta la rabbia per l’uccisione di un conducente di una moto-taxi.
La vittima, Affan Kurniawan, 21 anni, stava lavorando nel bel mezzo delle manifestazioni quando è stato investito da un blindato della polizia. Il mezzo dell’unità della Brigata Mobile della Polizia Nazionale ha accelerato tra la folla dei manifestanti facendo cadere Kurniawan prima di travolgerlo.
Certo, le autorità hanno arrestato i sette membri della Brigata ma il conducente del veicolo non è stato ancora identificato. E, soprattutto, l’episodio ha alimentato ulteriormente il livello delle proteste ormai diffuse a livello nazionale.
A Makassar, regione di Sulawesi, la folla ha incendiato la sede locale del Consiglio comunale. Il bilancio parla di tre morti e due feriti gravi. Ma da dove nasce tutto questo odio tra popolo ed élite? Che cosa sta succedendo davvero in Indonesia?
Le cause delle proteste in Indonesia
Le prime proteste, avvenute a Jakarta, sono esplose in seguito alla notizia secondo la quale i 580 parlamentari dell’Indonesia ricevono un’indennità mensile di 50 milioni di rupie (circa 2.600 euro) in aggiunta al loro stipendio.
Confezionata ad hoc sul web, e diventata virale sui social, l’informazione ha scatenato lo sdegno di una discreta parte della popolazione. Convinta non solo che il nuovo sussidio sia eccessivo, ma anche inadeguato in un momento storico in cui la maggior parte dei cittadini è alle prese con l’aumento delle tasse, del costo della vita e alle prese con la disoccupazione. Per la cronaca, l’indennità, introdotta un anno fa, è quasi dieci volte superiore rispetto al salario minimo di Jakarta.
Il problema è che allo sdegno politico si è aggiunta la rabbia causata dall’incidente costato la vita a Kurniawan, ulteriore benzina gettata su fiamme sempre più indomabili.
“Sono profondamente preoccupato e rattristato da questo incidente. Sono rimasto scioccato e deluso dalle azioni eccessive degli agenti”, ha dichiarato il presidente indonesiano, Prabowo Subianto, che ha fatto appello alla calma esprimendo le sue condoglianze in un discorso televisivo. “In una situazione come questa, esorto tutti i cittadini a mantenere la calma e ad avere fiducia nel governo che guido, che farà ciò che è meglio per il popolo”, ha aggiunto Prabowo.

Grosso guaio a Jakarta
C’è soltanto la storia dell’indennità ai parlamentari dietro alle proteste che stanno, di fatto, paralizzando l’Indonesia? Davvero in un Paese che conta più di 280 milioni di persone, e dove la polizia e i politici sono stati spesso accusati di corruzione, l’opinione pubblica si è improvvisamente svegliata soltanto adesso?
La tempistica è molto particolare, se non curiosa, in primis perché coinvolge l’economia più grande del Sud Est Asiatico (1,36 trilioni di dollari) nonché quella candidata a diventare una delle quattro economie globali entro il 2050. E poi perché colpisce in pieno una nazione che, dalla salita al potere di Prabowo, avvenuta lo scorso ottobre, è entrata nei Brics e si è avvicinata enormemente a Cina e Russia.
Lo scorso aprile, non a caso, scrivevamo che l’Indonesia era entrata a pieno titolo al “centro del grande gioco asiatico” . Prabowo aveva condotto la sua campagna elettorale promettendo di portare la crescita economica all’8% entro cinque anni e di rendere l’Indonesia attraente per gli investimenti. I dazi degli Stati Uniti – secondo mercato di esportazione del gigante asiatico dopo la Cina – hanno in parte affossato i sogni di gloria di Jakarta: i prodotti Made in Indonesia sono infatti soggetti a un’aliquota tariffaria del 19% (tranne l’olio di palma, il cacao e la gomma).
La Banca Mondiale stima che l’economia indonesiana crescerà in media del 4,8% tra il 2025 e il 2027, ossia ben al di sotto dei livelli promessi da Prabowo. Non solo: nel mezzo dei disordini, la rupia ha chiuso in calo dello 0,9% rispetto al dollaro, a 16.495. L’indice azionario è invece sceso fino al 2,3%, toccando il punto più basso dal 12 agosto, prima di chiudere in ribasso dell’1,5%. Prabowo, impegnato a far sì che le proteste non si trasformino in focolai di tensione permanente, o peggio in una vera e propria guerra civile, ha intanto cancellato il suo viaggio in Cina. Un viaggio che avrebbe ulteriormente avvicinato Jakarta e Pechino.


