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Le dimostrazioni popolari in Iraq e la dura risposta governativa stanno trascinando il Paese sull’orlo del baratro. Cinque giorni di violenze hanno causato almeno centocinque morti e migliaia di feriti e la situazione sembra non migliorare. Jeanine Hennis-Plasschaert, rappresentante delle Nazioni Unite nella nazione mediorientale, ha chiesto la fine di questo insensato spargimento di sangue. Le proteste, che si sono evolute dalle richieste iniziali per la creazione di più posti di lavoro e l’erogazione di migliori servizi  fino ad invocare la caduta del governo, hanno avuto inizio a Baghdad e si sono poi estese al sud del Paese. L’insoddisfazione per gli alti livelli di corruzione presenti in Iraq è un altro dei fattori che ha spinto i manifestanti a scendere in piazza e ad affrontare la dura risposta dell’esecutivo che, per contenere le proteste, ha bloccato buona parte delle funzionalità di internet ed imposto il coprifuoco nelle aree coinvolte. Le forze di sicurezza hanno inoltre sparato sui dimostranti e centinaia di persone sono state, invece, arrestate dalla polizia.

Una crisi profonda

Il Primo Ministro Adil Abdul Mahdi ha definito “giuste” le richieste dei manifestanti ed ha affermato che il governo dovrà fare di più per lottare contro la corruzione e favorire le prospettive di crescita del Paese. Il premier ha anche annunciato che presto verrà presentato un disegno di legge che darà vita ad un salario minimo per gli iracheni più poveri, consentendo in questo modo a tutti di poter vivere con dignità. Il tono conciliante di Mahdi potrebbe però non bastare a placare la rabbia che continua a lacerare la nazione. I dimostranti sono giovani uomini insoddisfatti e frustrati dal cattivo stato dell’economia nazionale, dai blackout energetici, dalla disoccupazione e dell’altissimo tasso di corruzione, l’Iraq è infatti alla posizione numero 168 su un totale di 180 nella classificazione redatta da Transparency International. Le proteste appaiono spontanee e prive di una leadership organizzata, i partecipanti, inoltre, non sembrano divisi dal credo religioso anche se le manifestazioni si sono diffuse maggiormente nelle aree meridionali e sciite del Paese. Il  Grande Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, ha invitato il governo a promuovere riforme ed ha invocato la fine delle violenze nella nazione.

Gli sviluppi

Le prospettive dell’Iraq non sembrano buone. La nazione continua ad essere attraversata da pulsioni e tensioni sociali sempre pronte ad esplodere, come dimostrato anche da questi ultimi sviluppi. La pluriennale lotta contro lo Stato Islamico ha provocato ingenti danni materiali ed ha minato le basi per un florido sviluppo di Baghdad, che continua ad essere profondamente legato ai prezzi del petrolio sul mercato mondiale. L’oro nero contribuisce, infatti, all’ottantacinque per cento delle entrate statali. I tentativi di diversificare l’economia del Paese si scontrano con la corruzione, un vero fardello che scoraggia i capitali stranieri ad affluire in loco. Le tensioni tra gli sciiti, che costituiscono circa il sessanta percento della popolazione, i sunniti ed i curdi non sono state del tutto risolte e ciò rende difficile l’edificazione di istituzioni statali stabili. La ricostruzione degli edifici e delle infrastrutture danneggiate o distrutte negli scontri con le milizie dello Stato Islamico dovrebbe venire a costare, come venne stimato nel febbraio del 2018, circa ottantotto miliardi di dollari. I giovani sono poi frustrati dalla mancanza di prospettive di un Paese che non riesce più a soddisfarne le loro esigenze e ciò, nel lungo periodo, è destinato a porre le basi per nuove fasi di instabilità, di proteste e di scontri. Indipendentemente da chi siede o al governo a Baghdad, infatti, è necessaria una riforma complessiva dello Stato ed una gestione più oculata del settore economico. La ricostruzione dei danni, la diversificazione dell’economia e la lotta a ciò che resta dello Stato Islamico dovrebbero procedere di pari passo. Bisognerà vedere se i principali attori internazionali presenti nell’area, dall’Iran agli Stati Uniti, favoriranno questi sviluppi o continueranno ad influire negativamente, con la loro contrapposizione, sulle prospettive di Baghdad.

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