Nel 2011 e nel 2012, durante e subito dopo l’attacco Nato contro la Libia, in tutta Europa è partita la caccia ai cosiddetti beni di Muammar Gheddafi conservati dentro diverse banche del vecchio continente oppure detenuti tra beni mobili ed immobili. Un tesoro attribuito al Raìs libico e alla sua famiglia ma che, in realtà, appartiene ai libici. Si tratta di somme che provengono dall’attività estrattiva del petrolio e convogliate all’interno del fondo sovrano Lia (Libyan Investiment Autority). Miliardi di euro, tra partecipazioni, conti e per l’appunto beni immobili, che i libici non possono quini utilizzare. In Italia adesso sembra che qualcosa inizi a muoversi.

Roma scongela i beni immobili

Nei giorni scorsi dal ministero dell’Economia arriva la conferma di una decisione presa dal comitato di sicurezza finanziaria: c’è il via libera allo scongelamento dei beni immobili posseduti dalla Lafico in Italia. La Lafico è l’autorità per gli investimenti all’estero creata da Gheddafi negli anni Settanta e confluita poi nel 2006 all’interno della Lia. Dopo il Belgio, su cui però gravano le accuse di aver impiegato parte delle somme ufficialmente congelate per finanziare milizie e gruppi ribelli libici, l’Italia è il primo paese che muove passi in questa direzione in Europa.

Anche se però, come si affrettano a specificare a Tripoli, si tratta di un mero preambolo: il tesoro della Lafico e della Lia in Italia non comprende affatto solo beni immobili. Al contrario, sono diverse le partecipazioni pesanti che i libici durante l’era Gheddafi detengono nel nostro paese. Dall’Eni, all’interno del quale la Lia detiene lo 0.58% di azioni, alla Fiat e alla Juventus, dove il fondo libico ha in mano poco più dell’1% del totale. Partecipazioni che hanno valori importanti, ma i cui proventi attualmente sono anch’essi congelati. Dunque quanto approvato dal Mef nei giorni scorsi, è solo un primo timido ma significativo passo. I libici da tempo chiedono di poter riappropriarsi dei propri beni detenuti in Europa. Per adesso il governo di Tripoli può riavere in mano, come detto, i beni immobili. Si tratta di terreni dislocati a Roma oltre che di alberghi, il più importante dei quali a Pantelleria. Ma ancora, come detto, all’appello mancano svariati miliardi di Euro.

Il destino dei fondi ancora congelati

Di certo sono diverse le incognite ancora sul piatto. In primo luogo, se da un lato è sacrosanto il principio secondo cui i libici si riapproprino dei propri soldi, dall’altro c’è il problema inerente di chi dovrà gestirli. La Libia dal 2011 non ha un governo stabile, né tanto meno alcuna forza in grado di poter unificare e normalizzare il paese. Ecco quindi che sorge spontanea la domanda circa la direzione che le somme eventualmente scongelate devono prendere. Oltre a due distinti governi, due distinti parlamenti e ad una miriade di milizie che effettivamente controllano il territorio, il Paese africano ha anche due banche centrali. Per quanto riguarda l’Italia, appare palese che i beni messi nuovamente a disposizione dei libici vanno verso Tripoli, visto che Roma riconosce le autorità stanziate nella capitale. Ma quando si tratta di scongelare i beni con maggior valore, questo potrebbe intaccare gli sforzi diplomatici volti a riavvicinare il nostro paese verso l’est della Libia e quindi verso Haftar. Potrebbe spiegarsi così il motivo del via libera allo scongelamento dei soli beni immobili.

Lo stesso discorso, ma a volte a parti invertite, può essere fatto per altri paesi europei. Al momento, come detto, è il Belgio il paese dove si discute maggiormente del destino dei fondi congelati. Questo perché nei mesi scorsi inchieste giornalistiche ed interrogazioni parlamentari mettono in evidenza la scomparsa di almeno due miliardi di euro (o forse più) tra le somme detenute all’interno di alcune filiali bancarie belghe. Per di più, come accennato in precedenza, il sospetto è che con questi miliardi Bruxelles abbia finanziato milizie non meglio precisate e questo già durante l’intervento Nato, in barba all’imparzialità ufficiale del paese. Uno scandalo, quello belga, che in realtà potrebbe coinvolgere anche altri paesi e che getta un’ombra sulla gestione dei beni mobili ed immobili libici congelati in Europa.

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