Un villaggio costruito dalla Cina in un’area caldissima, lungo il confine con l’India, ha scatenato nuove tensioni tra Pechino e Nuova Delhi. Il nucleo abitativo della discordia, come mostrano alcune immagini satellitari diffuse dall’emittente indiana NDTV, sembrerebbe esser formato da un centinaio di case disposte sulle rive del fiume Tsari Chu. La zona in questione si riferisce all’Arunachal Pradesh, considerato dall’India un proprio Stato ma reclamato, in parte, dalla Cina. In particolare, il Dragone rivendica circa 90mila chilometri quadrati noti come Tibet meridionale o Zangnan.

Da decenni le due parti in causa intrattengono una disputa per la cosiddetta Line of Actual Control, ovvero la zona di confine contesa che delimita il territorio della Cina da quello dell’India. Nel giugno scorso, ad esempio, soldati cinesi e indiani sono stati coinvolti in uno scontro mortale nella Valle di Galwan, con tanto di morti e feriti. Da quel momento in poi, la situazione è rimasta tesissima nonostante vari incontri diplomatici e reciproci messaggi distensione.

Eppure, nel silenzio generale, e dopo settimane di apparente calma piatta, i media indiani hanno fatto luce sul citato villaggio cinese. Non sappiamo esattamente quando siano state costruite le case, anche se, facendo un confronto tra le immagini satellitari dell’area interessata scattate nell’agosto 2019 e quelle attuali, notiamo una notevole differenza. Nel novembre 2020, infatti, molteplici aree verdi hanno lasciato spazio a file allineate di case.

Il villaggio della discordia

Alla luce dei fatti, si tratta di un’espansione abusiva della Cina o di una provocazione lanciata dalla controparte indiana? Un rapporto di Xinhua sottolinea come la maggior parte di quelle case siano state costruite nell’ottobre dello scorso anno, nell’ambito di un progetto sviluppato da Pechino per alleviare la povertà. I media indiani, dal canto loro, sostengono che la costruzione del villaggio, “a circa 4,5 chilometri all’interno del territorio indiani del confine de facto” sarà fonte di “enorme preoccupazione per l’India”.

Tra le linee, Nuova Delhi sostiene che l’area in cui è sono sorte le case della discordia faccia parte del suo territorio, anche se Pechino non l’ha mai riconosciuto. Non a caso, tra il Dragone cinese e l’Elefante indiano sono in corso, come detto, diverse dispute territoriali con altrettante zone contese. Il Ministero degli Affari esteri dell’India ha dichiarato di essere a conoscenza di “notizie secondo cui la Cina intraprende lavori di costruzione lungo le zone di confine”. Secca la risposta di Hua Chunying, portavoce del ministero degli esteri cinese, secondo la quale tutte le attività di costruzione si sarebbero svolte nel territorio cinese.

Accuse incrociate

L’India, che pure ha intensificato la costruzione di infrastrutture di confine – tra cui, strade e ponti – è infastidita dal presunto tentativo cinese di espandersi. Pechino sostiene invece che il villaggio sia stato costruito non tanto per infastidire il governo indiano, quanto per proseguire nel proprio programma destinato ad alleviare la povertà nelle regioni rurali. Come se non bastasse, non sarebbe stato infranto alcun limite territoriale o diplomatico, visto che le case sorgerebbero in territorio cinese.

Secondo quanto riferito da una fonte anonima al South China Morning Post, con la scusa di usare soldi per alleviare la povertà – e quindi edificare abitazioni – i cinesi costruirebbero infrastrutture funzionali ai militari stanziati nella zona contesa. Accuse del genere sono state ovviamente smentite dalla controparte cinese, fiera di portare avanti uno dei più intensi piani anti povertà mai esistiti al mondo. Nel 2017, Pechino prevedeva di costruire 624 villaggi sul confine conteso con l’India. Mano a mano che sorgono nuove case, a Nuova Delhi l’allerta supera ogni livello di guardia. E questo indipendentemente dal fatto che le aree costruite dai cinesi siano adibite a uso residenziale o meno.