Mentre la guerra in Ucraina entra in una fase di logoramento senza fine, Berlino ha già detto «nein» a un’ipotesi che, almeno sulla carta, avrebbe il sapore della realpolitik di antica memoria: utilizzare l’ex cancelliere Gerhard Schröder come canale di dialogo con Vladimir Putin. La proposta, avanzata da Mosca, è già stata seccamente respinta dal governo di Friedrich Merz. Da ambienti governativi tedeschi arriva la consueta accusa: si tratta di una «strategia ibrida» russa, di un «simulacro di offerta» per spaccare l’Europa. E l’ufficio di Schröder, interpellato dalla Dpa, si è limitato a un «nessun commento».
Peccato che proprio mentre l’Europa riscopre la sua (tragica) vocazione bellicista, si dimentica che Schröder – con tutte le sue luci e le sue ombre – è pur sempre un erede della Ostpolitik di Willy Brandt. Quella politica di distensione e di dialogo con l’Est che permise alla Germania di riunificarsi pacificamente e di gettare le basi del suo ruolo centrale in Europa. Ed è sempre grazie a quell’approccio che la Germania ha potuto beneficiare per decenni di energia russa a basso costo, alimentando il «miracolo economico» dell’era Merkel e diventando la locomotiva d’Europa almeno per due decenni.
Oggi, naturalmente, il mondo è cambiato. Ma il punto non è difendere ogni scelta post-cancellierato di Schröder – compresa la sua poltrona in Gazprom, ai tempi in cui sedersi nel consiglio di amministrazione di un’azienda russa non era considerato un reato di lesa occidentalità. Il punto è un altro: se si ha davvero a cuore la fine della guerra, perché rifiutare a priori un uomo che, proprio come Silvio Berlusconi (altro «putiniano» della prima ora), conosce Mosca, conosce Putin, e potrebbe diventare un ponte – magari sporco, magari scomodo – ma pur sempre un ponte?
La proposta di Putin respinta da Berlino
Come ha scritto Andrea Muratore su InsideOver, si tratta di una provocazione isolata del Cremlino. Lo scorso 9 maggio, durante la parata del Giorno della Vittoria a Mosca – che cadeva nel primo giorno del mini-cessate il fuoco mediato da Donald Trump –Vladimir Putin ha pronunciato parole che l’Occidente farebbe bene a non liquidare troppo in fretta. «La guerra in Ucraina può finire presto», ha detto il leader russo. Ma non si è fermato a una generica dichiarazione di intenti: ha proposto un incontro con Volodymyr Zelensky, a Mosca o in un Paese terzo; ha rilanciato con forza la necessità di una nuova architettura di sicurezza europea; e ha perfino indicato un nome e un cognome come negoziatore ideale: Gerhard Schröder, per l’appunto. Dopo oltre quattro anni di guerra, fatichiamo a vedere precedenti aperture del Cremlino tanto strutturate nel definire una potenziale road map di confronto.
Eppure, l’Unione Europea ha reagito come se nulla fosse. Nessuna valutazione, nessuna presa in considerazione. Solo il riflesso condizionato del «non ci fidiamo, è propaganda». La verità, però, è che l’Unione Europea ha ormai abbandonato ogni velleità diplomatica. La retorica bellicista non è solo uno scudo emotivo di fronte all’aggressione russa: è diventata la giustificazione ideale per un programma di riarmo senza precedenti. E un nemico serve. Se non ci fosse la Russia, bisognerebbe inventarla. Perché «spendere per la difesa», «autonomia strategica» e «deterrenza» non fanno lo stesso effetto senza un mostro da additare.
L’eurodeputato Fabio De Masi ha commentato su X (ex Twitter) con una lucidità ormai rara nel dibattito europeo:
Una pressione che non viene dalla propaganda, ma dal fatto stesso di accettare un negoziatore che il Cremlino non può sconfessare facilmente. Scartare a priori Schröder – senza proporre delle alternative – non indebolisce Putin: indebolisce solo l’Europa, che si auto-priva di uno strumento – certo imperfetto, certo controverso – ma forse l’unico rimasto per aprire una crepa nel muro della guerra. Putin ha detto che la guerra può finire presto. Forse mentiva. Forse faceva soltanto teatro. Ma l’Occidente – che dice di volere la pace – ha il dovere di verificare, di esplorare, di tentare. Perché la diplomazia la si fa dialogando (anche e soprattutto) con gli avversari, più che con gli amici. Ma per qualcuno, ormai, quando parliamo di Russia parliamo di «inimicizia assoluta», usando un termine caro coniato da Carl Schmitt nella Teoria del Partigiano. Un’ostilità radicale e totale, priva di ogni limite.
I “Sonnambuli”
Circa dieci anni fa, lo storico australiano Christopher Clark pubblicò uno dei suoi libri più importanti: «I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra». Come ricorda la Berliner Zeitung, Con straordinaria precisione e una narrazione avvincente, Clark ricostruisce le settimane e i mesi che precedettero l’estate del 1914, mostrando come un intero continente sia scivolato quasi inconsapevolmente verso la catastrofe. Non fu il risultato di un piano machiavellico o di una volontà deliberata di guerra, bensì l’esito di una miscela esplosiva: diffidenze reciproche profondamente radicate, errori di valutazione, arroganza nazionale, ambizioni espansionistiche, nazionalismo. In un’Europa armata fino ai denti e percorsa da alleanze rigide, bastò un solo scintilla -l’assassinio di Sarajevo – per far divampare un incendio che nessuno aveva davvero voluto, ma che nessuno fu in grado di evitare. Con buona pace di chi, al giorno d’oggi, blatera in tv e sui giornali di «deterrenza» o di altre parole di cui ignora completamente il significato.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

