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E così, il Tribunale Ue ha annullato la decisione con cui la Commissione Europea aveva negato alla corrispondente del New York Times, che ai tempi era Matina Stevis-Gridneff, l’accesso ai molteplici messaggi di testo che, tra il 1° gennaio del 2021 e l’11 maggio del 2022, si erano scambiati la presidente della Commissione stessa, Ursula von der Leyen, e Albert Bourla, amministratore delegato della grande azienda farmaceutica Pfizer. Il tema degli scambi era, ovviamente per l’epoca, l’acquisto dei vaccini anti-Covid. La Ue ne comprò 4,2 miliardi di dosi, di cui 1,8 miliardi dalla sola Pfizer. Quando i giornalisti cercarono di capire che cosa si erano detti i due, la Commissione oppose il suddetto rifiuto, sostenendo che i messaggi erano andati distrutti. Il Tribunale, invece, ha stabilito che il rifiuto motivato con la presunta inesistenza dei documenti è inaccettabile, perché «tutti i documenti delle istituzioni dovrebbero quindi essere accessibili al pubblico, tuttavia, quando un’istituzione afferma, in risposta a una domanda di accesso, che un documento non esiste, l’inesistenza del documento è presunta, conformemente alla presunzione di veridicità di cui tale affermazione è munita». In sintesi: che non ci sono più lo dici tu, e perché noi dovremmo crederti sulla parola?

La Commissione ha due mesi per presentare ricorso e una pezza alla figuraccia in qualche modo verrà messa. In più, la “buona stampa” laica, quella che ha tanto a cuore i diritti e gli interessi dei cittadini, già ci spiega che è una questione di “metodo” e non di “sostanza”, perché la campagna di vaccinazione fu un successo. E che una volta che la Von der Leyen si sarà battuta il petto e prometterà di essere buona in futuro, tutto sarà a posto e resteranno solo le speculazioni dei no van e dei complottisti.

Purtroppo non è così semplice, e provo qui a spiegare essendo uno che si fece vaccinare cinque volte, molto probabilmente più della Von der Leyen e di Bourla messi insieme. Intanto: che sia solo una questione di “metodo” e non anche di “sostanza” lo sapremo se e quando riusciremo finalmente a leggere i famosi (e nascosti o distrutti) messaggi tra la Presidente e l’Amministratore delegato. Prima di allora, le assoluzioni frettolose sono speculative e pretestuose come le altrettanto frettolose condanne. Noi pensiamo sempre che chi non ha nulla da nascondere non nasconde nulla, ma può pure darsi che la Von der Leyen sia una tedesca sbadata e poco organizzata e abbia cancellato tutti quei messaggi per sbaglio, chissà… Come ha scoperto il Fatto Quotidiano, peraltro, non sarebbe neanche la prima volta che le capita. Nel 2019, durante i lavori di una speciale commissione del Governo tedesco, chiamata a indagare su possibili irregolarità nell’assegnazione degli appalti, saltò fuori che le informazioni decisive per giudicare l’irregolarità o meno di certi appalti (in particolare alle società McKinsey e Accenture) assegnati dal ministero della Difesa allora guidato dalla Von der Leyen, contenute in due telefoni della ministra, erano andate perse perché… cancellate. Da un telefono per opera di un assistente della Von der Leyen, dall’altro per opera della Von der Leyen stessa. Proprio un disastro con la tecnologia, la signora…

Ma poi, in politica, il “metodo” è “sostanza”. Altrimenti potremmo persino arrivare a dire che riprendersi la Crimea con gli “omini verdi”, in barba a tutti i trattati, è stato da parte di Vladimir Putin un errore di metodo, non di sostanza. tornando alla Von der Leyen, la sostanza qual è? Sta nel fatto che celare la realtà di una campagna sanitaria decisiva per 450 milioni di europei è politicamente inaccettabile. Noi non siamo cavie, e nemmeno minorati mentali che non possono essere messi al corrente di decisioni importanti, degne solo di menti elevate. Siamo cittadini, non sudditi.

E di nuovo, la Von der Leyen mostra che nascondere le cose, fuggire dal dibattito pubblico, è la sostanza del suo metodo di governo. Lo ha fatto anche con il famoso ReArm Europe, il piano di riarmo da 800 miliardi di euro che non ha voluto portare alla discussione davanti al Parlamento europeo. Che non conta nulla o quasi, ma almeno avrebbe potuto fare da megafono a qualche dubbio o qualche critica. Per evitare ogni discussione la Presidente ha invocato l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che, come ha spiegato bene Roberto Vivaldelli in queste nostre pagine, consente di evitare il voto del Parlamento in caso di “emergenze esistenziali”. Curiosa pratica, visto che ReArm Europe è un piano che sarà implementato nel corso degli anni, e non delle settimane.

Nè la Von der Leyen si è sentita in dovere di fornire pubbliche informazioni su altre questioni, inferiori per dimensioni ma non per principio. Per esempio, come siano stati distribuiti i 132 milioni affidati, alla vigilia delle elezioni europee, a Havas Media France, un intermediario privato del gruppo Vivendi, e destinati con tempismo perfetto a giornali e Tv.

Quel che InsideOver pensa della Von der Leyen non è un mistero e lo diceva con chiarezza un nostro titolo di sette mesi fa: “Ursula-bis, un compromesso debole per un’Europa ancora più fragile”. Il problema è che allora, forse, fummo fin troppo ottimisti. Perché adesso, un mattoncino dopo l’altro, spunta il sospetto che lo “stile” della Von der Leyen sia il corrispettivo perfetto di ciò che teorizzava uno dei suoi passati commissari, il francese Thierry Breton. E cioè che se alle elezioni di un qualunque Paese rischia di vincere un candidato o un partito sgradito, la soluzione migliore è eliminarlo. L’abbiamo visto succedere in Francia con Marine Le Pen: colpevole, ma il Tribunale poteva decidere di aspettare il ricorso prima di applicare (per il timore, pretestuoso a fronte di un reato amministrativo, di “reiterazione del reato”) la pena accessoria dei cinque anni di ineleggibilità. In Romania: lì i servizi segreti hanno accusato il candidato della destra populista Calin Georgescu praticamente di ogni cosa, ma soprattutto di essere stato aiutato dai russi via social, come se una campagna via TikTok potesse elevare in poche settimane un partito dal 3 al 30% dei voti. E ci stanno provando in Germania con la destra dell’Afd, che molti sondaggi danno ormai come il primo partito di Germania.

E di nuovo: chi scrive qui non ha mai votato per un partito di destra, e di elezioni ne sono passate da quando avevo diciott’anni. Ma il punto non è questo. Il punto è che la destra o la sinistra, a secondo dei gusti, si sconfiggono con la politica, anzi: con una politica migliore. L’unica cosa che a questa gestione del’Unione Europea, dal Green Deal al ReArm Europe, proprio non riesce. E quindi non è tanto della Le Pen o di Georgescu che mi importa, ma di me stesso. Perché la predica del pastore protestante Martin Niemöller (spesso erroneamente attribuita a Bertolt Brecht) è sempre d’attualità: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

L’Europa è troppo importante per tutti noi per non dedicarle un’attenzione particolare. E per non battersi contro ogni sua deriva politica. Ursula von der Leyen è sulla strada giusta? Noi ne dubitiamo e ti invitiamo a seguire il lavoro di commento e indagine che facciamo sul suo operato. Unisciti a noi, abbonati oggi!

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