Scandalo Epstein, la Camera Usa vota per la pubblicazione dei documenti: ma c’è la clausola “sicurezza nazionale”

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La verità su Jeffrey Epstein si avvicina? La Camera dei Rappresentanti ha approvato martedì con 427 sì e un solo no una legge che impone al Dipartimento di Giustizia di rendere pubblici tutti i documenti relativi alle indagini finanziere accusato di crimini sessuali morto in carcere per un apparente suicidio presso il Metropolitan Correctional Center di New York il 10 agosto 2019 che aveva importanti connessioni con l’èlite finanziaria e politica globale, oltre che con l’apparato di intelligence e di sicurezza di Israele.

L’unico voto contrario, come riporta il New York Times, è arrivato dal repubblicano della Louisiana Clay Higgins, esponente dell’ala più a destra del partito, che ha motivato la sua opposizione sostenendo che il testo, così com’è, non protegge a sufficienza le migliaia di persone innocenti – testimoni, familiari, alibi – che potrebbero finire esposte senza colpa. Tutti gli altri, democratici e repubblicani, hanno votato a favore, compresi i leader che fino a poche ore prima avevano fatto di tutto per evitare questo momento. Una svolta che è arrivata dopo mesi di ostruzionismo da parte della leadership repubblicana e della Casa Bianca.

Il Congresso pressa Trump su Epstein

Il presidente Donald Trump aveva definito la proposta “un’inganno democratico” per danneggiarlo politicamente e aveva telefonato personalmente ai ribelli del suo partito, minacciando conseguenze a chi avesse firmato la petizione di scarico che ha costretto il voto in aula. Solo nel fine settimana, in un clamoroso dietrofront, Trump ha annunciato che avrebbe firmato la legge se gli fosse arrivata sulla scrivania, ordinando ai suoi di sostenerla. Lo speaker Mike Johnson, che soltanto martedì mattina esibiva un cartellone con cinque motivi per cui il provvedimento era “pericoloso” e “difettoso”, ha finito per votare sì, pur continuando a criticarlo. “Nessuno di noi vuole passare per chi è contrario alla massima trasparenza”, ha ammesso con un sorriso tirato davanti ai giornalisti.

A guidare la rivolta bipartisan sono stati il repubblicano libertario Thomas Massie, la democratica progressista Ro Khanna e, soprattutto, Marjorie Taylor Greene, la pasionaria trumpiana della Georgia che per prima ha rotto con il presidente su questo tema. Greene, accusata da Trump di “tradimento”, è apparsa in conferenza stampa davanti al Campidoglio circondata da una decina di sopravvissute agli abusi di Epstein. Alcune piangevano, altre stringevano cartelli. “Un traditore serve potenze straniere per interesse personale”, ha replicato Greene. “Un patriota serve l’America e donne come queste”.

Il deputato repubblicano Thomas Massie

Quando il voto è stato proclamato, riporta il New York Times, le vittime di Epstein sono scoppiate in lacrime e applausi, mentre i deputati democratici si voltavano a salutarle. “Il vero banco di prova sarà se il Dipartimento di Giustizia pubblicherà davvero i file o se li terrà bloccati dietro indagini infinite”, ha avvertito Greene, esprimendo la diffidenza di molte vittime anche dopo la promessa di Trump. Il testo, noto come Epstein Files Transparency Act, obbliga il Dipartimento a rendere pubblici entro 30 giorni dall’entrata in vigore tutti i documenti non classificati: indagini, comunicazioni, registri dei voli, materiali su Ghislaine Maxwell e su chiunque sia collegato.

Palla al Senato

La palla passa ora al Senato, a maggioranza repubblicana. Il leader John Thune ha fatto capire che il voto potrebbe arrivare già questa settimana, forse addirittura con procedura accelerata per consenso unanime. “Quando una legge passa 427 a 1 e il presidente dice che la firmerà, non vedo la necessità di emendamenti”, ha dichiarato.Resta l’interrogativo che aleggia su tutto: perché Trump, che potrebbe ordinare la pubblicazione con un semplice decreto al procuratore generale Pam Bondi, ha aspettato che il Congresso lo costringesse? E soprattutto, quando i file usciranno davvero, cosa riveleranno sui potenti che frequentavano l’isola privata di Epstein? Non sarà facile e il giornalista Ken Klippenstein spiega il perché.

In un articolo pubblicato su Substack, il giornalista critica duramente l’Epstein Files Transparency Act promosso da Ro Khanna e Thomas Massie per l’inserimento della parola “unclassified”, che di fatto permette all’Attorney General Pam Bondi di decidere cosa declassificare o riassumere se ritiene che la divulgazione possa danneggiare la sicurezza nazionale, svuotando il provvedimento: il testo, dopo aver proibito ritardi o censure “per imbarazzo, danno reputazionale o sensibilità politica”, è stato così annacquato per permetterne l’approvazione bipartisan del Congresso ma c’è già l’escamotage per contenere i danni e non divulgare informazioni troppo scomode e sensibili, nonostante l’opinione pubblica americana chieda trasparenza e verità. Per Klippenstein la conclusione è netta: “I ricchi e potenti (FBI inclusa) alla fine saranno protetti […] Non si nascondono dietro la sicurezza nazionale. Loro sono la sicurezza nazionale”. Sad But True, come direbbero i Metallica…

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