Osservando quanto sta accadendo in Afghanistan, e ripercorrendo quanto avvenuto a queste latitudini negli ultimi anni, è possibile fare un confronto tra due differenti approcci utilizzati dalle potenze globali per fare breccia a Kabul e dintorni.
Il primo approccio, adottato dagli Stati Uniti e, più in generale, dalle potenze occidentali, è sostanzialmente diretto al conseguimento degli obiettivi prefissati. A qualunque costo, senza scendere a compromessi e senza prendere scorciatoie. L’altro, molto più pragmatico e attendista, ricalca il comportamento della Cina, che a sua volta rimanda allo spirito asiatico nel risolvere le faccende della vita. In tal caso, anziché sferrare un’azione verticale, è preferibile accerchiare il bersaglio senza colpirlo, aspettando la sua capitolazione che, prima o poi, dovrà per forza di cose arrivare.
Sia chiaro: questi due modi di porsi nei confronti dell’avversario geopolitico non sono costruiti a tavolino, né possono essere definiti vere e proprie strategie. Molto più semplicemente, ci troviamo di fronte a due modus operandi collocabili agli antipodi e dettati da differenti background culturali. Da questo punto di vista, Occidente e Oriente possono essere considerati due estremi diametralmente opposti, mentre Stati Uniti e Cina incarnano i perfetti “idealtipi” degli approcci citati.
L’approccio Usa (e occidentale): il gioco degli scacchi
Possiamo fare un paragone per meglio capire la differenza di questi due approcci. L’atteggiamento geopolitico usato dagli americani in Afghanistan ricalca i principi applicati nel gioco degli scacchi; al contrario, quello cinese propone le regole del go (o weiqi), un gioco da tavolo simile ma al tempo stesso diverso dagli scacchi.
Scendendo nel dettaglio, notiamo come alla base dei suddetti modus operandi vi siano due filosofie contrapposte. Nel comparare le strategie di scacchi e go è possibile ricavare una “filosofia dell’attacco” rintracciabile anche nelle mosse in politica estera di Washington e Pechino. Se l’obiettivo degli scacchi consiste nel far cadere il re con un attacco diretto, nel caso eliminando tutte le altre pedine, nel go è previsto un piano di accerchiamento volto a neutralizzare il nemico mediante la forza che lo circonda e gli impedisce di muoversi.
Detto in altre parole, negli scacchi si punta a dominare il centro del campo per arrivare allo scacco matto. I due sfidanti controllano un “esercito” formato da 16 pedine, ciascuna di varia importanza, compreso un re a testa. Nel momento in cui uno dei due re viene “mangiato”, la partita è finita con la vittoria di chi è riuscito a mangiare il re avversario. La contesa termina con l’annientamento dell’avversario. Uno dei due sfidanti diventa così il padrone del territorio dopo aver distrutto l’altro. Ed è proprio questo, a ben vedere, l’approccio usato dagli Stati Uniti in Afghanistan (e in altri contesti).
L’approccio cinese: il gioco del go
Diverso il discorso del weiqi, come ha sottolineato anche il sito China Files. Il Go risponde a una filosofia ben lontana da quella che guida gli scacchi. In questo caso, i due giocatori devono posizionare pedine di stessa importanza su una griglia di 19×19 linee. Calcolatrice alla mano, su un tavolo da Go troviamo 361 intersezioni, ovvero molte più che negli scacchi. Ci sono due schieramenti, i bianchi e i neri. Ma nessuno è costretto a mangiare nessun altro. All’inizio di ogni turno, ogni sfidante posiziona la propria pietra in una delle intersezioni libere. L’obiettivo, qui, è quello di piazzare i pezzi in modo tale da accerchiare quelli dello sfidante.
Lo scopo del Go, dunque, non consiste nell’annientare l’avversario, ma nel controllare una zona del tavolo maggiore rispetto a quella nemica. Da questo punto di vista, la strategia della politica estera cinese sembra ricalcare il percorso di un giocatore di Go. In Afghanistan, Pechino ha sostanzialmente accerchiato Kabul grazie ad accordi commerciali, incontri e dialoghi di vario tipo, così da portare il Paese sotto la propria influenza geopolitica senza effettuare guerre in loco. Resta da vedere quale delle due strategie, soprattutto nel lungo periodo, porterà frutti migliori.