Le opposizioni siriane devono accettare che Assad sta vincendo la guerra e che sarà difficile spodestarlo alla fine del conflitto. Questo è quanto rivelato da fonti mediorientali, sia israeliane sia del Golfo Persico, secondo cui la strategia di una guerra per far cadere il governo di Bashar Al Assad è naufragata a seguito della vittoria sul campo di battaglia delle forze di Damasco e degli alleati russi, iraniani e di Hezbollah. La conferma sarebbe giunta alle opposizioni siriane dopo l’incontro di Riad tra i leader dell’opposizione e il governo saudita. In quell’occasione, Adel Al Jubeir, ministro degli Esteri saudita avrebbe condiviso con l’Alto Comitato per i Negoziati, organo ufficiale dell’opposizione siriana, le ultime prese di posizione del governo saudita e di tutta la coalizione internazionale che ha sostenuto i ribelli. Secondo una fonte dell’opposizione presente a quest’ultimo meeting di Riad, citata dalla testata emiratina The National, Al Jubeir avrebbe comunicato all’opposizione che l’attenzione della comunità internazionale si è allontanata da ogni tentativo di abbattere il regime di Assad e che i diversi blocchi dell’opposizione dovrebbero riunirsi per formare un fronte di negoziazione più ampio tale da poter prevedere anche un periodo di transizione.
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Arabia Saudita e alleati regionali si sono recentemente decisi a riorganizzare le strutture dell’opposizione, per ampliare la rappresentazione dell’Alto Comitato, ormai divisa al suo interno, e per impedire che cresca ulteriormente l’influenza degli estremisti all’interno degli organi politici e militari. Ufficialmente, nessuno accetta il governo di Assad e tutti confermano la volontà di abbatterlo, tuttavia, quello che si evince da quanto dichiarato dalle fonti citate nell’articolo, appare chiaro che tutti siano ormai convinti del fatto che il piano è fallito e bisogna fare i conti con un futuro della Siria o in mano ad Assad oppure, nella migliore delle ipotesi per l’opposizione, completamente indecifrabile. In ogni caso, la previsione del rovesciamento del sistema di Assad e la presa del potere da parte dell’opposizione è ormai qualcosa che i sauditi considerano un’utopia. Un’idea che hanno accantonato anche tutti gli attori politici internazionali coinvolti nella guerra in Siria.
Il progetto saudita sta fallendo per una serie di cambiamenti internazionali che hanno sconvolto i piani di Riad. Certamente, un ruolo primario lo ha avuto l’intervento russo e il forte impegno dell’Iran e delle milizie sciite libanesi, che hanno assestato ai ribelli e allo Stato Islamico pesanti sconfitte sul campo di battaglia. Ma non è stato solo l’intervento degli alleati di Damasco a consegnare un quadro diverso. Anche gli stessi nemici delle forze siriane hanno cambiato la loro posizione all’interno dello scacchiere geopolitico, permettendo non solo alle forze lealiste, ma anche agli alleati, di assumere il controllo di settori-chiave della guerra. In particolare due sono stati i cambiamenti politici più rilevanti che hanno modificato le strategie saudite: l’elezione di Trump e lo spostamento politico turco. Trump non è assolutamente un nemico della monarchia saudita, anzi, tutto il contrario: ma è un presidente/uomo d’affari pragmatico che non vuole il suo Paese e il suo governo coinvolto eccessivamente in un conflitto che non sembra essere di particolare rilevanza per la sua amministrazione. Il bombardamento dell’aeroporto è servito per calmare le acque con il Pentagono e con i settori dello Stato che volevano una dimostrazione di forza contro Assad, ma la fine del finanziamento ai ribelli e gli accordi con Putin hanno mostrato chiaramente che l’intento di The Donald sia quello di togliersi dal ginepraio siriano prima di rimanerci impantanato.
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La Turchia di Erdogan è stata un altro fondamentale attore di questa guerra ed ha avuto un ruolo primario nel cambiamento del conflitto. Erdogan ha sostenuto l’opposizione siriana, e i ribelli filoturchi, prima in possesso di Idlib, hanno rappresentato una spina nel fianco delle forze siriane. Il progetto turco tuttavia era duplice: colpire il governo siriano ma, soprattutto, assestare un duro colpo ai ribelli curdi. Il momento di svolta è stato l’isolamento di Erdogan dopo il fallito golpe del 2016 e il sostegno sempre più evidente degli occidentali alle forze curdo-siriane al confine con la Turchia. Il governo di Ankara considera le forze dell’Ypg come alleati del Pkk e dunque alleati di un’organizzazione che è considerata terroristica. Parallelamente all’isolamento da parte degli alleati della Nato e al “tradimento” del supporto ai curdi, Erdogan ha iniziato ad abbandonare i piani contro Assad ma si è concentrato nel colpire soltanto le forze dei miliziani YPG spostandosi anche verso una migliore collaborazione con la Russia e con lo stesso Iran. Il raggiungimento degli accordi di Astana fra Russia, Iran e Turchia è forse il simbolo più evidente di questo cambiamento di strategia da parte di Erdogan ed è stato il segnale con cui Ankara ha deciso di abbandonare i progetti di rovesciamento di Assad. Ed è stato il campanello d’allarme per tutta l’opposizione siriana dell’aver perso uno dei loro più preziosi alleati, forse il più prezioso, ossia la Turchia. I sauditi e i ribelli non possono a questo punto fare altro che accettare la situazione e considerare un futuro della Siria dove sarà ancora presente Bashar Al Assad.