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Politica

Così i sauditi hanno influenzato la campagna elettorale degli Usa

Nei mesi a cavallo dell’elezione di Donald Trump e per tutti i mesi a seguire, fino ad oggi, il bombardamento mediatico occidentale si è concentrato sulla demonizzazione della Russia per aver presumibilmente influenzato la campagna elettorale, facendo esplodere il fenomeno...

Nei mesi a cavallo dell’elezione di Donald Trump e per tutti i mesi a seguire, fino ad oggi, il bombardamento mediatico occidentale si è concentrato sulla demonizzazione della Russia per aver presumibilmente influenzato la campagna elettorale, facendo esplodere il fenomeno mondiale delle fake news, culminato nel cosiddetto Russiagate

Molte altre influenze, tuttavia, sono state forse volutamente ignorate dall’opinionismo, e che sicuramente sono state soprattutto economicamente e politicamente molto più rilevanti rispetto a quelle esercitate dal Cremlino. Ma per il peso specifico avuto, necessitano di essere analizzate. 





Un’importante forza del panorama mediorientale ha forse agito in maniera più latente, ma molto più pericolosa, e continua  a farlo quasi indisturbata. Si parla del regno di Arabia Saudita che, almeno teoricamente, dovrebbe essere un Paese additato come nemico numero uno di Washington, poiché è stato riconosciuto che nella strage dell’11 settembre 2001, ben 15 dei 16 attentatori coinvolti avevano passaporto saudita.

Ma in che modo essi sono coinvolti nella campagna elettorale americana, e quali sono i rapporti correnti tra la Casa Bianca e Riad? La risposta non è scontata, anche per il ruolo alterno che la monarchia Bin Salman ha rivestito dal 2016 (almeno) ad oggi nei rapporti coi potenti statunitensi. In particolare, salta fuori il nome di Khizr Khan, americano-pakistano, padre del Capitano dei Marines Humayun Khan, morto nel 2004 durante la guerra in Iraq. 

Egli è divenuto famoso nel 2016, per essere intervenuto nella Convention nazionale del Partito Democratico, durante il quale ha pronunciato un’invettiva contro Donald Trump, negando che gli Stati Uniti avrebbero potuto vantare un futuro roseo con il magnate alla guida. In realtà, dopo questa pubblica apparizione, numerosi siti d’inchiesta hanno scavato nel passato e nella vita di Khan, scoprendo i suoi saldi legami con i sauditi e la famiglia reale Salman. 

Secondo quanto riportato, Khan avrebbe lavorato per Hogan Lovells Llp, un’importante law firm statunitense, che durante la campagna elettorale avrebbe raccolto diverse decine di migliaia di dollari per finanziare Hillary Clinton. Lo stesso Khan, inoltre, ha lavorato per l’ambasciata saudita a Washington durante tutto il 2016. 

Molte testate d’inchiesta, oltre ad una menzione di rilievo del Washington Post, hanno inoltre fatto emergere quello stesso anno, importanti legami economici tra i sauditi e la campagna della Clinton: sarebbero infatti stati finanziati ben 35 milioni di dollari, per arrivare poi al 20% dell’intera campagna elettorale della candidata democratica grazie anche ai contributi indotti delle altre petromonarchie del Golfo Persico, tutte contribuenti con cifre tra 1 e 5 milioni di dollari. 

Ciò che viene espresso nei dati raccolti riguarda la modalità con cui Riad si insinua nella vita degli Stati Uniti, attraverso il finanziamento di campagne pubblicitarie curate da agenzie di pubbliche relazioni che favoriscano gli investimenti in Arabia Saudita, oltre che l’azione mirata su membri del Congresso, con l’intenzione di ottenere importanti contratti di forniture militari. 

Risulta evidente come lo stesso Trump, nonostante la forte strategia “islamofobica” intrapresa, continui a dialogare con il regno saudita, messo da parte da Obama, per una duplice ragione: un rinnovato astio nei confronti di Teheran, indotto anche dagli ottimi rapporti con Israele, e un timore più volte riportato in auge riguardante una potenziale cessione di ben 750 miliardi di dollari di buoni del Tesoro americano posseduti da Riad. Insomma, forse il nemico deve ancora essere veramente identificato. 

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