La decisione presa dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) e più recentemente dalla Lega Araba, con le uniche eccezioni di Libano e Iraq, che si sono astenuti, di dichiarare Hezbollah un’organizzazione terroristica non aggiunge granché al dibattito, seppur aspro, sulla natura del movimento sciita libanese.La decisione è stata accolta positivamente anche dall’ex Ministro degli Esteri Israeliano, Tsipi Livni, che, oltre ad augurarsi una collaborazione tra Israele e alcuni paesi arabi, ha anche auspicato l’esclusione di Hezbollah dalle future elezioni parlamentari libanesi.Come è noto Israele insieme a Stati Uniti, Canada e Australia considerano Hezbollah un’organizzazione terroristica, mentre i paesi dell’Unione Europea hanno operato un distinguo tra la componente politica del Partito di Dio e le sue milizie armate. Di tutt’altro avviso la posizione della Russia nei riguardi di Hezbollah, non considerata un’organizzazione terroristica e con la quale proprio le forze armate russe si sono coordinate e hanno condotto, in questi mesi in Siria, le operazioni militari che hanno consentito ad Assad di sottrarre importanti porzioni di territorio ai ribelli dell’opposizione e ai gruppi di al Nusra e dell’Isis.Proprio l’Isis ha recentemente rilasciato un video in cui viene intimato ai cristiani libanesi di convertirsi all’Islam, si spingono i sunniti a ribellarsi e si condanna Hezbollah. Un ulteriore elemento estremamente pericoloso del video messaggio è il rifiuto dell’equilibrio politico e confessionale del Libano che, nonostante i suoi limiti, riesce ancora a rappresentare l’unico esempio di convivenza multiconfessionale in Medio Oriente. Se a questi messaggi aggiungiamo la decisione dell’Arabia Saudita di sospendere gli aiuti pari a 4 miliardi di dollari alle Forze Armate Libanesi (LAF) comprendiamo come il Libano si stia trovando sempre più stretto tra il conflitto tra Arabia Saudita e Iran.L’inizio della guerra in Siria aveva sospeso il duro dibattito che, dalla fine della guerra tra Israele e Hezbollah nel 2006, aveva animato la politica libanese e che era incentrato sull’opportunità o meno che il movimento sciita conservasse una sua milizia armata non controllabile dalle autorità centrali.La crisi siriana, la minaccia dei gruppi jihadisti al confine con il Libano, i numerosi attentati che avevano colpito il paese e l’emergenza umanitaria rappresentata dai profughi siriani avevano imposto nel 2014 la formazione di un governo di unità nazionale, al quale non hanno aderito solamente le Lebanese Forces di Samir Geagea, per fronteggiare le emergenze del paese. Questa scelta ha fatto sì che importanti settori della società e della politica libanese, di fronte al disastro in corso in Siria, accantonassero il dibattito sull’arsenale militare di Hezbollah. Lo stesso Partito di Dio, che aveva costruito la sua narrativa e il suo consenso sulla guerra di “resistenza” ad Israele, aveva a lungo giustificato il mantenimento delle sue milizie per poter difendere i confini del Libano. Con la guerra in Siria Hezbollah ha elaborato una nuova dottrina, la cosiddetta guerra preventiva, per dimostrare che senza le sue azioni l’ISIS sarebbe arrivato a Beirut.Naturalmente su questa interpretazione il Libano si è diviso ma quello che sembra emergere dal recente pressing su Hezbollah è la volontà, da parte dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, di mandare un forte messaggio all’Iran in tutta la regione. Un messaggio che in Libano potrebbe diventare esplosivo ed esasperare le già precarie linee confessionali in cui è diviso il Paese dei Cedri che, in questi ultimi anni, ha evitato di ripiombare nella guerra civile. Ecco perché assumono particolare rilevanza le recenti dichiarazioni di Saad Hariri, il leader sunnita avversario di Hezbollah, tese a smorzare l’effetto delle decisioni della Lega Araba e a disinnescare l’ennesima escalation all’interno del Libano.

Nel campo comunista di Goli Otok
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