“A pensar male si fa peccato, ma ci s’azzecca sempre”, diceva Giulio Andreotti. E a pensar male si possono mettere insieme la morte di Jamal Khashoggi, una data e un trasferimento di denaro.

Ma prima i fatti. Ieri, Mike Pompeo è sbarcato a Riad per parlare con i membri della casa reale saudita della scomparsa dell’editorialista del Washington Post. In quello stesso giorno, come riporta il New York Times, l’Arabia Saudita ha versato agli Stati Uniti 100 milioni di dollari per proseguire, almeno questa è la versione ufficiale, la guerra in Siria.

Sia chiaro: questi soldi erano stati promessi la scorsa estate, ma la tempistica colpisce. Così come colpiscono i repentini cambiamenti di posizione di Donald TrumpCome ricorda il Daily Sabah, infatti, sabato scorso il presidente americano affermava chiaramente in un’intervista alla Cbs che dietro la fine del giornalista “potrebbe esserci l’Arabia Saudita”. E proseguiva: “Al momento loro negano e negano in maniera veemente. Potrebbero essere stati loro? Sì”. Ora questa ipotesi non sembra esser più sul tavolo. Due giorni dopo, Trump rivelava di aver parlato con re Salman, il quale “nega di saper nulla di quel che può essere accaduto ‘al nostro cittadino saudita’” e annunciava il viaggio di Pompeo a Riad.

Nel frattempo le notizie sulla fine di Khashoggi cominciavano a girare. Fatto a pezzi e sciolto nell’acido, dicevano i media turchi. E la posizione degli Stati Uniti cominciava a scricchiolare. Come poteva la più grande democrazia del mondo appoggiare – o comunque celare – un’operazione simile? E così Trump ha iniziato a parlare “di cani sciolti”, di “criminali”, che potrebbero aver agito in maniera assolutamente indipendente da Riad. 

I servizi deviati dietro la fine di Khashoggi?

Ma com’è possibile che un’operazione simile sia stata preparata da servizi deviati? L’obiettivo era davvero mettere in difficoltà il principe Mohammad bin Salman, come scrive Debka, il sito vicino all’intelligence israeliana? “È anche possibile – ha scritto Debka – che alcune agenzie segrete Usa e occidentali che vogliono la caduta del presidente Donald Trump siano saltate sul carro turco per minare il principe della corona saudita e stigmatizzare così l’alleanza tra l’amministrazione Trump e la casa reale saudita e l’amicizia tra Jared Kushner e Mbs in particolare”.

Se si guardano solamente gli effetti di questo omicidio, la versione del complotto regge. Però non si tiene conto di diversi fattori. Primo fra tutti, il dispotismo del principe che, da quanto ha ottenuto il potere, ha fatto sequestrare e schiaffeggiare un premier (Saad Hariri) e arrestare decine di membri della famiglia reale. Il tutto in una sola notte. In quella che sembra esser stata la notte dei lunghi coltelli saudita.

“Non è una coincidenza”

Funzionari americani citati dal New York Times hanno sottolineato come i 100 milioni arrivati dall’Arabia Saudita non siano una coincidenza. Di tutt’altra opinione è invece Brett McGurk, l’inviato degli Stati Uniti che si occupa della lotta allo Stato islamico in Siria: “Questo trasferimento di soldi non ha nulla a che fare con altri eventi o con la visita del segretario”. Difficile dare ragione all’uno o all’altro. Ma non possiamo dimenticarci la lezione di Andreotti: “A pensar male…”.