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La Turchia resta un nodo irrisolto dell’Europa. Nell’ultimo vertice del Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo Ue hanno raggiunto un accordo per allargare la platea di soggetti turchi sottoposti a sanzioni a causa delle attività di perforazione di Ankara nel Mediterraneo orientale. Una decisione apprezzata da Emmanuel Macron, meno da Angela Merkel che, da presidente di turno Ue, voleva evitare di raggiungere un livello di tensione così elevato con un partner fondamentale con Ankara. Tensione che si è materializzata in sanzioni (capillari quanto non di portata eccezionali) che dimostrano come l’Ue sia tutto meno che compatta sul fronte dei rapporti con Recep Tayyip Erdogan, che guida un Paese molto importante per l’intero sistema euro-mediterraneo.

L’ipotesi embargo

La prova è giunta anche con le stesse parole della cancelliera tedesca, che a precisa domanda su un possibile embargo europeo alle armi in Turchia – richiesta avanzata dalla Grecia – ha negato un ulteriore inasprimento delle sanzioni. Atene aveva sollevato il problema del rifornimento di armi a Ankara, programmi di un certo peso specie per l’industria bellica tedesca, che rifornisce la Turchia di carri e sottomarini. La Grecia è particolarmente preoccupata dagli acquisti di U-214 tedeschi da parte dei turchi, soprattutto perché è in mare, tra Egeo e Mediterraneo orientale, che si gioca la sfida tra Atene e Ankara. Ma la Merkel ha preso tempo, posticipando il tutto a una possibile “discussione in contesto Nato”. Scelta chiaramente legata sia a profili economici che strategici: Berlino non può rinunciare al partenariato con Ankara, ai suoi soldi ma anche a un ruolo di mediazioni con l’Europa su cui Parigi ha ormai ampiamento rinunciato.

Punto a capo, quindi, sul fronte delle armi. Ed è un tema che tocca nel profondo anche l’Italia visto che, piaccia o meno, facciamo parte di questo ricchissimo mercato bellico turco. L’Italia è una delle principali nazioni esportatrici di armi in Turchia, Stato che rappresenta circa un quinto di tutta la nostra clientela mondiale e di cui il secondo partner commerciale dopo gli Stati Uniti. Un tema da non sottovalutare nei rapporti diplomatici, visto che la partnership commerciale è anche strategica e avere come cliente una potenza fortemente attiva e dinamica dal punto di vista militare rappresenta ossigeno vitale per l’economia di uno Stato. A prescindere, ovviamente, da questioni di natura etica su cui si può discutere ma che non sono di certo il binario su cui corre la politica estera di un Paese.

Blocco franco-greco e i “Paesi ragionevoli”

Il nodo delle armi non è totalmente dirimente, ma può essere fondamentale per capire il gioco diplomatico, strategico ed economico dietro i grandi movimenti del Mediterraneo orientale. E il fatto che Germania e Italia rappresentino da tempo i Paesi “moderati” rispetto alla visione più dura della Francia si fonda sulla diversità di rapporti che intercorrono tra i diversi Paesi dell’Unione europea e la Turchia. Non è un caso che se da una parte esistono Stati fortemente orientati in posizione anti turca (Grecia, Cipro e Francia in primis), altri, come appunto Italia e Germania, abbiano adottato una linea meno dura, consapevoli della necessità di non perdere un partner estremamente rilevante che da un lato è un cliente e dall’altro aiuta a non spostare il baricentro europeo totalmente su posizioni francesi. Elementi ribaditi anche dallo stesso Erdogan, che parlando delle nuove sanzioni volute dal Consiglio dell’Ue ha detto, riferendosi a Atene e Nicosia, che il nuovo impianto sanzionatorio “non ha soddisfatto le aspettative di alcuni Paesi, perché la loro richiesta non era giusta”. Il presidente turco ha poi aggiunto che “alcuni Paesi ragionevoli all’interno dell’Ue hanno affermato la loro posizione positiva e hanno rovinato il loro gioco”. Che ci sia anche l’Italia, in questo gruppo, non è certo, ma è probabile. Prova ne è anche che Giuseppe Conte, in conferenza stampa, ha parlato di sanzioni che rappresentano un messaggio “di insoddisfazione” verso Ankara, ma il premier ha anche detto di aver “lasciato aperti tutti i canali di dialogo”. Un segnale che dimostra da un lato che l’Italia non vuole condannare in toto i turchi, ma dall’altro anche l’incapacità europea di avere una vera vera forza negoziale con Ankara.

La linea turca e la divisione europea

Il problema è duplice. La strategia di Erdogan ha permesso alla Turchia di giocare su più tavoli rendendosi un interlocutore indispensabile in una serie di crisi regionali, conflitti e questioni di importanza capitale. E dal punto di vista europeo – come osservato con il mercato delle armi – è impossibile trovare un accordo che soddisfi tutte le esigenze dei Paesi membri dell’Unione. Germania e Francia, pur condividendo tante istanze in sede europea, non possono avere lo stesso tipo di canali e rapporti con la Turchia, e questo vale anche per i singoli Paesi mediterranei. Inoltre il rubinetto dei flussi migratori rimane un’arma di estrema rilevanza in mano a Erdogan: avere il controllo del nord della Siria e della Tripolitania permette al Sultano di immaginare una vera e propria tenaglia su Balcani e Mediterraneo centrale. E non è un caso che la Merkel abbia tenuto a ribadire, a fine vertice, di voler tendere la mano ad Ankara proprio sul fronte migratorio. Berlino sa che dalle parti della Sublime Porta guardano a lungo termine e storicamente i due Paesi hanno sempre avuto un “special relationship”: confermata non solo dai rapporti commerciali, ma anche dai milioni di turchi che vivono in Germania.

A questi interessi di parte, si aggiungono poi i problemi cronici di un’Europa del tutto priva di una linea condivisa e chiara su molti nodi che dividono Erdogan dall’ipotesi di adesione all’Ue (congelata da tempo). Primo fra tutti quello dei diritti umani, su cui l’Ue solo a parole non transige. Fa riflettere che mentre l’Ue pone il problema del rispetto dello stato di diritto in Turchia e condanna Ankara, Macron riceve in pompa magna il leader egiziano Al Sisi ribadendo che di non “condizionare la nostra cooperazione in materia di difesa, come in materia economica, a questi disaccordi” sul problema dei diritti umani. E si torna al nodo delle armi: il leader del Cairo a Parigi ha incontrato i vertici di Dassault e Naval Group oltre al ministro della Difesa Florence Parly. Difficile credere che la posizione francese sia solo per l’interesse della Grecia e dell’Ue nell’Egeo: ognuno muove le proprie pedine e fa il prooprio gioco.