Sanzioni e petrolio: Rubio e i falchi Rep pressano Trump sul Venezuela

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Donald Trump ha finora dato minore attenzione all’ex “cortile di casa” degli Usa, l’America Latina, nel suo secondo mandato rispetto a quanto fatto nel primo e un effetto di questa minore energia politica dedicata alla regione si è avuto negli altalenanti rapporti col Venezuela, rivale strategico di Washington con cui la tentazione della ricerca di un accordo va di pari passo con i vincoli dettati da un’agenda, soprattutto interna, che punta alla massima pressione.

I deputati latini contro l’accordo col Venezuela

Alcuni esempi recenti aiutano a capirlo. La scorsa settimana tre deputati repubblicani latini della Florida alla Camera dei Rappresentanti – Carlos A. Gimenez, Mario Diaz-Balart e María Elvira Salazar – hanno rischiato di far naufragare l’ambizioso One Big Beautiful Bill con cui Trump intende applicare la sua intera agenda economica e che è passato di un solo voto nella sua prima lettura dopo aver messo come condizione alla Casa Bianca per il loro voto favorevole lo stralcio di ogni bozza d’accordo col Venezuela.

I tre hanno fatto asse col Segretario di Stato e Consigliere per la sicurezza nazionale ad interim Marco Rubio, che della Florida è stato senatore, dopo che Richard Grenell, inviato di Trump per le missioni speciali ed ex Direttore dell’intelligence nazionale ad interim nel primo mandato del tycoon, aveva spuntato una tregua nel rinnovato braccio di ferro tra Washington e Caracas.

Il caso Chevron-Venezuela

A febbraio Trump aveva eliminato l’esenzione alle sanzioni al Venezuela che permetteva al colosso petrolifero Chevron di continuare ad operare nel Paese dopo l’avvicinamento emerso nella presidenza di Joe Biden durante la crisi energetica globale. Grenell, deputato da Trump alle negoziazioni con il governo socialista di Nicolas Maduro, aveva spuntato un accordo che consentiva alla Chevron di mantenere i suoi asset in Venezuela ma con grandi limitazioni per il pagamento alle autorità di Caracas. Al contempo, Grenell aveva ottenuto la liberazione di Joe St. Clair, cittadino americano detenuto nel Paese che era stato liberato sull’isola venezuelana di Antigua il 22 maggio scorso.

Su pressione di Diaz-Balart, Gimenez e Salazar, nota il Washington Post, “Rubio ha annunciato che non ci sarà alcuna proroga e che la licenza sarebbe scaduta il 27 maggio, come previsto da Trump”, affondando nettamente ogni negoziato con Caracas. I tre hanno fatto venire dunque meno ogni incertezza sul loro voto favorevole alla legge trumpiana, passata col loro appoggio decisivo.

Le ragioni di politica interna si sommano a quelle internazionali, dato che i tre deputati sono eletti nei tre distretti che vanno dal 26esimo al 28esimo della Camera dei Rappresentanti per la Florida, situati tra Miami e il Sud del Sunshine State, dove molto solide sono le presenze di esuli venezuelani e cubani critiche dei governi di sinistra sovranista dei loro Paesi d’origine e fortemente schierate con il Partito Repubblicano. I loro rappresentanti “in quanto estremisti antisocialisti, non vogliono che la Chevron operi in Venezuela e arricchisca il regime di Maduro, sostenuto dai servizi segreti cubani”, nota Axios.

Trump e un’agenda latinoamericana tutta da scrivere

Queste pressioni politiche complicano un obiettivo di Trump che è stato solo saltuariamente manifestato dal 20 gennaio ad oggi, ovvero lo spostamento della pressione sul Venezuela dall’obiettivo del regime change perseguito durante la sua prima presidenza col sostegno all’aspirante capo di Stato Juan Guaido e l’attivismo politico a Caracas a una più pragmatica spinta per un accordo vantaggioso per gli Usa.

Pesavano molti elementi: l’oggettiva tenuta del regime di Maduro, non abbandonato dai poteri decisivi del Venezuela come forze armate e servizi segreti; il timore di un inserimento nella regione di Cina e Russia al posto degli attori americani da tempo sostanzialmente espulsi dal mercato nazionale venezuelano; l’esistenza di poli d’influenza, come il Brasile del presidente Lula, che spingono contro i venti politici di cambio di regime in America Latina; ultimo, ma non meno importante, l’osmotico rapporto tra il presidente e l’industria petrolifera, che spera di ottenere dividendi dall’appoggio alla Casa Bianca.

Sul fronte venezuelano per ora il Partito Repubblicano si mette di traverso all’asse Trump-Big Oil per evolvere la massima pressione in forma più realistica e The Donald scopre la complessità di una formazione politica in cui non è solo il suo movimento Maga ad aver prodotto cambiamenti strutturali nel mondo classicamente conservatore. Anche la saldatura tra la destra Usa e le comunità di esuli latinoamericani in Florida ha creato una sfera d’influenza di cui, peraltro, Rubio è uno dei massimi interpreti e condiziona, lo notavamo già ai tempi del primo Trump, l’agenda latinoamericana di Washington. Sarà impossibile non tenerne conto in futuro.

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