Il 10 luglio il Consiglio di Stato della Turchia si è riunito per emettere il verdetto sul destino della fu cattedrale di Santa Sofia (Ayasofya), museo del 1935, dando semaforo verde alla sua riconversione in moschea. La sentenza è giunta al termine di un lungo mese caratterizzato da un acceso scontro diplomatico fra Ankara, i patriarcati della cristianità ortodossa e diversi governi occidentali, e ha consacrato ufficialmente la candidatura della Turchia quale primo e principale sfidante dell’Arabia Saudita per la guida del mondo musulmano (dar al-islam).

Nelle ore successive alla sentenza i fedeli musulmani hanno riempito le strade per celebrare l’evento e Recep Tayyip Erdogan, il vero regista dell’intera opera, ha voluto inviare un messaggio alla nazione e al mondo intero per spiegare la natura messianica del ritorno di Ayasofya ad uso islamico. Un passaggio in particolare del discorso ha messo in allarme Israele: “la resurrezione di Santa Sofia è precorritrice della liberazione della moschea al-Aqsa”. Quest’ultima si trova a Gerusalemme e sorge sul monte del Tempio, luogo che i musulmani chiamano la “spianata delle moschee”, e riveste un’importanza fondamentale all’interno dell’escatologia islamica.

La reazione israeliana non si è fatta attendere: il 13 luglio, tre giorni dopo la sentenza sulla riconversione, degli attivisti hanno “assaltato” il consolato turco di Gerusalemme Est in segno di solidarietà verso la comunità cristiano ortodossa.

L’assalto

Nella giornata di lunedì un gruppo composto da nove persone, tutti israeliani, ha circondato il consolato turco di Gerusalemme Est con l’obiettivo di strappare dall’asta la bandiera con mezzaluna e stella turca e sostituirla con quella greca. Il gruppo, che con il passare del tempo si è allargato fino a contare più di una ventina di persone, si è reso protagonista di canti anti-turchi, dello sventolamento di bandiere della Grecia e dell’impero bizantino e dell’affissione di manifesti contro la riconversione in moschea di Santa Sofia sui muri esterni del consolato.

Il personale diplomatico del consolato ha dovuto chiedere l’intervento delle forze dell’ordine poiché spaventato dall’aumento dei manifestanti, dallo sbarramento dell’edificio e, soprattutto, poiché indignato dal rogo della bandiera turca da parte loro, che è stato filmato ed è diventato rapidamente virale. Una volta giunta sul posto, la polizia ha identificato gli attivisti, prendendo in custodia il presunto incendiario e scoprendo che uno di loro possedeva un’arma da fuoco.

Chi sono gli assalitori?

I manifestanti appartengono ad un gruppo noto come “Jerusalem Initiative” (Iniziativa di Gerusalemme, Ndr), il cui capo è Elias Zarina, un personaggio pubblico e lobbista noto per il suo impegno nel dialogo interreligioso fra ebrei e cristiani, già a capo dell’Associazione del Patto Fraterno (Brotherly Covenant Association).

Zarina, che è stato raggiunto dall’Agenzia Anadolu per fornire la propria versione sull’accaduto, ha spiegato che il gruppo è formato da ebrei e cristiani, fra i quali un membro delle forze armate, e che l’azione è stata condotta per protestare contro la decisione del Consiglio di Stato della Turchia. Il lobbista ha anche spiegato che Israele dovrebbe prendere posizione sulla questione dell’ex cattedrale e ha invitato il primo ministro Benjamin Netanyahu a condurre una politica estera che “supporti e protegga i cristiani in tutto il mondo”.

Il significato della protesta

Come denunciano i membri di Jerusalem Initiative, nessun paese occidentale ha preso le difese dei cristiani turchi e della Grecia, che sul complesso di Santa Sofia continua a fare delle rivendicazioni in virtù del legame storico e spirituale che lega Atene al defunto impero bizantino, perciò Israele dovrebbe farsi carico della responsabilità e cogliere la Turchia in contropiede.

I rapporti fra Grecia e Turchia sono stati tradizionalmente caratterizzati dalla conflittualità e neanche la loro comune appartenenza all’Alleanza Atlantica ha placato l’astio reciproco. Atene è la prima vittima del piano di rinascita imperiale neo-ottomano di Erdogan, per ragioni di contiguità geografica, e negli ultimi mesi si è assistito ad una vera e propria escalation il cui apogeo si è avuto a fine maggio con una micro-invasione da parte turca di un lembo di terra sotto sovranità greca.

L’immobilismo degli alleati di Atene, ovvero Unione europea e Stati Uniti, ha spinto l’esecutivo a valutare le ipotesi di un riavvicinamento con la Russia e di un sodalizio con Israele. Il 17 giugno, il primo ministro greco e il presidente israeliano si sono incontrati a Gerusalemme per pattuire i termini del partenariato e nell’arco di un solo mese sono stati raggiunti dei traguardi importanti, fra i quali un accordo nel campo della difesa ed un accordo di cooperazione nella sicurezza cibernetica.

L’entrata in scena di Jerusalem Initiative e l’appello a Netanyahu del lobbista Zarina potrebbero essere il segno che la collaborazione fra i due paesi sia destinata ad espandersi anche nel versante diplomatico. Sia Israele che la Grecia hanno bisogno di contenere l’espansionismo turco nella regione e un sodalizio stretto sarebbe funzionale allo sbarramento delle manovre di Ankara nel Mediterraneo orientale.

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