Pedro Sanchez non lascia, raddoppia. Il presidente del governo spagnolo ha annunciato oggi in conferenza stampa la fine del suo periodo di riflessione: niente dimissioni, ma un richiamo e un rallying around the flag alla sua maggioranza. Il governo continua, l’inchiesta di presunto abuso della sua posizione da parte della moglie Begonia Gomez sollevata dall’Ong d’ultradestra Manos Limpias già passata in cavalleria. Sulla carta, vittoria su tutta la linea per il primo ministro di Madrid, in carica dal 2018: il Partito Popolare e Vox, da destra, avevano attaccato l’esecutivo e il suo capo; il premier socialista ha annunciato di voler ripartire con “vigore” dopo aver conquistato un successo d’immagine e aver testato la compattezza della sua maggioranza.
Al contempo, Sanchez ha evitato anche di esser costretto a difficili conte come voti di fiducia sulla sua persona, che avrebbero offerto alla destra una platea alle Cortes Generales. Questo, secondo El Pais, a sorpresa: ” Sánchez non ha annunciato le mosse a sorpresa ipotizzate, come la mozione di fiducia o qualcosa di simile, e non ha nemmeno spiegato qual è il suo piano da adesso in poi, cosa cambierà. Ha semplicemente detto che resterà perché il sostegno ricevuto in questi giorni gli ha fatto cambiare idea, pur essendo consapevole che l’origine del problema, cioè le molestie contro la sua famiglia, continuerà incontrollata”. Dalla sua, Sanchez ha incassato il sostegno della vicepremier, leader della sinistra di Sumar e Ministro del Lavoro Yolanda Diaz, per la quale ““ai tentativi di destabilizzare il governo si risponde solo con due strumenti: più democrazia e più diritti”.
Il diavolo, però, è nei dettagli. Sanchez ha indubbiamente ottenuto la conferma di essere perno dell’ampia ed eterogenea coalizione che al Partito Socialista Operaio di Spagna e alla sinistra radicale di Sumar unisce un’ampia gamma di forze autonomiste e secessioniste delle comunità locali. Il presidente del governo ha rafforzato la sua figura come attore di mediazione e compensazione dell’ampio “fronte popolare” costituitosi per garantirgli il terzo mandato al governo dopo la solo temporanea vittoria del Partito Popolare, primo ma senza maggioranza, alle elezioni del luglio scorso. Al contempo, però, la scelta di Perro, come lo chiamano gli alleati di lungo corso nel Psoe, rischia di creare fratture non tanto sul breve periodo quanto in prospettiva. La prima questione è legata al fatto che Sanchez può potenzialmente appiattire su di sé l’immagine dell’intero governo. E ciò, in un esecutivo di coalizione ampio come il suo, può creare frizioni. Sia perché alcune forze potranno pensare di sentirsi, almeno apparentemente, fagocitate sia perché altre potrebbero cogliere al volo l’occasione per sensibilizzare sul tema della questione giudiziaria, sempre delicatissima in Spagna, il dibattito.
In quest’ottica, Sanchez deve gestire le conseguenze della sua “pausa” di cinque giorni su due fronti: quello catalano e quello dei Paesi Baschi. In Catalogna si vota a breve, il 12 maggio, e il timore di molti partiti regionalisti è che la mossa di Sanchez non sia stata altro che un tentativo di focalizzare sul governo l’attenzione mentre il Psoe va verso la conferma come primo partito nella regione con capitale Barcellona. Depredando molti consensi a livello ai suoi alleati, da Junts x Catalunya di Charles Puigdemont alla sempre dinamica Sinistra Radicale di Catalogna (Erc). Nei Paesi Baschi, invece, è alta la pressione di Euskal Herria Bildu, la coalizione di partiti che raccoglie l’eredità indipendentista, nazionalista di sinistra e anti-centralista dell’Eta, Eh Bildu ritiene oppressiva buona parte dell’architettura istituzionale post-franchista dello Stato e, memore della repressione delle istanze autonomiste basche del passato, vuole utilizzare la risposta di Sanchez alla destra per far pulizia del sistema. Come segnala El Pais, la portavoce di Eh Bildu in Navarra, Laura Aznaleh, ha denunciato l’uso “bellicoso” del diritto fatto dalla destra e chiesto una “rigenerazione”: “Dobbiamo rigenerare il sistema democratico dello Stato spagnolo, è una rigenerazione che è in sospeso. Prendiamo atto della riflessione di Sanchez e pensiamo che questa debba essere un’occasione, non solo per fermare la destra e l’estrema destra, ma anche per lasciarsi alle spalle il regime del 1978″ che rende la Spagna democratica erede di quella franchista. Solleticare temi del genere rischierebbe di portare Sanchez a spaccare un Paese già polarizzato attorno al suo governo. Il dinamico premier di Madrid saprà governare l’entropia nei prossimi mesi? Le elezioni europee alle porte saranno un primo termometro del suo consenso e della sua capacità di trasformare in voti e prospettive politiche la sua centralità. Per esser regista del gioco politico spagnolo in perenne bilico prima che bersaglio di un tiro al piccione istituzionale e giudiziario.
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