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La Spagna va a elezioni anticipate. Il presidente del Consiglio Pedro Sanchez, dopo una riunione con i suoi ministri, ha annunciato che il 28 aprile gli elettori spagnoli saranno chiamati alle urne. La bocciatura da parte del parlamento della legge di bilancio è risultata fatale per l’esecutivo composto da Partito socialista, Podemos e altre sigle indipendentiste.

E il governo, dopo alcuni giorni di attesa, ha certificato l’impossibilità di continuare ad andare avanti. Troppe le fragilità di un governo nato da una miscela esplosiva di anime totalmente diverse fra loro. E troppe soprattutto le difficoltà di far accettare un esecutivo non votato dal popolo ma frutto di un voto di sfiducia.

Queste debolezze connaturate all’esecutivo di centrosinistra sono risultate quindi una condanna. E adesso, la Spagna è pronta ad andare al voto con più dubbi di quanti potesse averne prima. Perché le elezioni di quest’anno appaiono effettivamente come le più interessanti, ma anche le più incerte degli ultimi anni. Il cambiamento del panorama politico iberico, con l’ascesa di partiti diversi che hanno spezzato il tradizionale bipartitismo post-Franco, ha di fatto creato un nuovo quadro di riferimento per il Paese.

Oggi non ci sono più Partito popolare e Partito socialista a sfidarsi in singolar tenzone per avere il potere. Esiste un mosaico di partiti che rappresentano anime profondamente diverse della destra e della sinistra, così come delle diverse parti della Spagna. E queste anime devono necessariamente unirsi se vogliono strappare la vittoria o provare a governare.

La sinistra, dal Psoe a Podemos passando per i diversi partiti di estrema sinistra, deve unirsi se vuole provare a confermarsi al potere. Ma quanto avvenuto in queste ultime settimane dimostra che l’alleanza non solo è fragile ma anche particolarmente incapace di costruire un programma che compatti il fronte. Troppe le divergenze su alcuni punti chiave, come lo è stato per la legge di bilancio. E queste divergenze pesano, specialmente dopo una sconfitta in parlamento che ha condannato l’esecutivo a indire nuove elezioni.

Se le sinistre hanno difficoltà a unirsi, è anche vero che a destra le cose non sono estremamente semplici. L’Andalusia ha dimostrato che Ciudadanos (liberali), Partido Popular e i sovranisti di Vox possono trovare una quadra per raggiungere un compromesse che garantisca il governo al centrodestra. Ma non tutti sono particolarmente inclini a questa alleanza.

Se infatti Pp e Vox appaiono in grado di trovare un accordo su quasi tutti i punti, i liberali di Ciudadanos, guidati da Albert Rivera, non sono estremamente favorevoli a questo blocco. Pesano soprattutto le differenze ideologiche fra C’s e Vox: il primo un movimento liberale e sostanzialmente centrista; il secondo un partito della grande macchina dell’ultradestra europea. E che molti accusano di essere vicino al franchismo.

Di fronte a questa polarizzazione dello scontro, la Spagna si trova a vivere in un profondo stato di incertezza. E in questo senso, non aiuta nemmeno la legge elettorale. Complessa e soprattutto senza premio di maggioranza per la Camera. Di fatto è una partita che si gioca su un equilibrio delicatissimo in cui pesa un sistema nato proprio per incentivare il bipartitismo e i partiti regionalisti ed evitare altri partiti di stampo nazionale e minoritari.

Una scelta nata al preciso scopo di evitare quello che invece, ora, è un dato di fatto: il bipolarismo è un retaggio del passato. Mentre il frazionamento del sistema politico è ormai una realtà assodata. E lo dimostrano anche i sondaggi più recenti. La destra, sommando aritmeticamente i voti dei tre partiti più forti, potrebbe anche ottenere più del 50% (questi i risultati dei sondaggi pubblicati su Eldiario.es).

Ma è del tutto evidente che da soli, né il Pp, né C’s né Vox potrebbero avere la maggioranza. E neanche due partiti da soli. Il sistema provato in Andalusia sembra quindi l’unico percorribile. Ma con molti dubbi sulle capacità di mantenere il potere a lungo, visto che la maggioranza si basa anche su scala regionale. E in molte comunità i partiti nazionalisti arrancano di fronte a quelli spiccatamente regionalisti (come nei Paesi Baschi e, in particolare, in Catalogna).

E sono proprio questi partiti a essere potenzialmente decisivi, se non esplosivi. E la Spagna ora può vivere una stagione di profonde incertezze. I secessionisti catalani puntano di nuovo a un referendum per l’autonomia o a maggior poteri concessi dal governo centrale. L’hanno richiesto a Sanchez in cambio del voto sulla legge di bilancio. Ma Madrid ha risposto di no. Ed è del tutto evidente che, se andrà al potere una coalizione fortemente unionista come quella composta da Ciudadanos, Partito Popular e Vox, il rischio che questo scontro interno si faccia ancora più duro esiste. Gettando la Spagna in un clima di grande incertezza che in ogni caso certifica l’ascesa del sovranismo e il fallimento del centrosinistra iberico.

Articolo di Lorenzo Vita