Da Pechino il presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez lancia la sua personale visione dei rapporti tra l’Europa e la Cina, sostanziabile in un avvertimento: la Cina non è un nemico. Perlomeno non di Madrid. Incontrando nella capitale cinese Xi Jinping il leader del Partito Socialista Operaio di Spagna (Psoe) ha inaugurato la nona edizione del Business Forum sino-spagnolo e ha avuto modo di confrontarsi con il leader del Partito Comunista Cinese su diversi dossier.
Formalmente la priorità della visita erano le questioni economiche, principalmente i rischi di sanzioni incrociate. Come ricorda Euractiv, “a giugno, Pechino ha avviato un’indagine anti-dumping sulle importazioni di carne di maiale dall’Unione, in risposta a una richiesta presentata da un’associazione commerciale locale per conto dei produttori nazionali”. La mossa rientra nella serie di risposte cinesi alle crescenti imposizioni daziarie a beni della Repubblica Popolare, che hanno avuto nell’attacco ai veicoli elettrici cinesi il loro perno.
In quest’ottica, la carne di maiale è strategica per l’economia di Madrid e i rapporti con la Cina, sottolinea Euractiv: “La nazione iberica è il maggiore esportatore di prodotti a base di carne di maiale dell’UE verso la Cina: lo scorso anno ha venduto alla seconda economia mondiale oltre 560.000 tonnellate, per un valore complessivo di 1,2 miliardi di euro (1,3 miliardi di dollari), secondo l’associazione di settore Interporc”.
Ma non solo di commercio e dazi si è parlato. Le parole usate da Sanchez con Xi mostrano il desiderio di un rapporto approfondito. Fondato su un presupposto chiave. La Cina potrà essere un concorrente, un attore rivale su molti dossier economici e strategici, una nazione distante dai valori europei di cui Sanchez e il suo governo si fanno portavoce. Ma – e questo è il ragionamento chiave di Sanchez – esiste come potenza e con essa bisogna confrontarsi in nome della comune volontà di evitare un braccio di ferro dannoso.
Sanchez usa parole significative verso Xi. E lo fa nei giorni in cui il rapporto di Mario Draghi sull’economia e la concorrenza indica nella Cina la minaccia economica numero uno e poco dopo che la visita del consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Biden, Jake Sullivan, a Pechino per rimettere ordine a un clima di competizione che tra spionaggio, competizione diplomatica, rivalità tecnologiche e sanzioni rischiava di sfuggire di mano. Il presidente del governo spagnolo ha detto che “Cina e Spagna sono due nazioni amiche, difensori della pace e impegnate nell’ordine multilaterale”.
Tre concetti per rispondere a tre sfide spesso in via d’emersione quando l’oggetto del contendere sono i rapporti tra Occidente e Cina. “Nazioni amiche” è in controtendenza con un clima di deterioramento delle relazioni bilaterali anche a livello di Unione Europea che la recente ondata di dazi sulle auto elettriche ha mostrato palesemente. Sul tema dell’aderenza della Cina all’ordine multilaterale e sulla scelta di chiamare la Cina “difensore della pace” Sanchez si smarca dalla definizione ufficiale che a Pechino viene affibbiata dalla Nato, di cui Madrid è membro, ovvero di rivale sistemico dell’Occidente e di “abilitatore decisivo” dell’aggressione russa all’Ucraina.
Parole usate non a caso: la Spagna intende puntare sulle relazioni con la Cina per contribuire a plasmarsi come Paese-ponte con la Repubblica Popolare in una fase delle relazioni internazionali oltremodo liquida. Da un lato, questa mossa mette al riparo Madrid da possibili ritorsioni cinesi qualora la conflittualità economica degenerasse, dall’altro apre a uno spazio di dialogo e confronto capace di valorizzare su scala globale l’originale posizione spagnola in seno all’Occidente. A partire dall’appello per una fine del conflitto in Medio Oriente e per il riconoscimento internazionale della Palestina su cui Sanchez si è speso. Inoltre, nei giorni in cui i governi latinoamericani di sinistra, guidati dal Brasile, cercano la mediazione in Venezuela e in cui Edmundo Gonzalez Urrutia, candidato dell’opposizione, trova asilo politico in Spagna Sanchez sa che la sponda con la Cina può esser ben spesa in America Latina nell’area ispanofona dell’ex impero coloniale ove Madrid mantiene un’influenza economica e diplomatica.
Tutto questo contribuisce a fare della Spagna una nazione che intende fare del confronto la priorità verso i Paesi esterni al campo atlantico e occidentale. Sanchez, in maniera felpata, rifiuta la logica della guerra tutti contro tutti e cerca spazio di dialogo. Inserendosi in un trend che si va sempre più consolidando: l’ammorbidimento dei toni da parte dell’Italia dopo l’uscita dalla Via della Seta, la mediazione francese, simbolica e concreta al contempo, che ha tolto i dazi al cognac transalpino in Cina, gli incontri recenti con Xi Jinping del premier ungherese Viktor Orban raccontano di un’Europa che a vario titolo spinge per non portare a livelli irriducibili la rivalità con Pechino. E che Sanchez vuole contribuire a condurre su un piano diplomatico equilibrato. Aprendo, al contempo, a una logica di compromesso. Il grande mediatore che guida il governo di Madrid cerca un fragile equilibrio. Il quale, perlomeno, contraddice la narrativa del tutti contro tutti come destino inevitabile. E anche questa, dobbiamo dirlo, è una notizia.

