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Se prima erano solo accreditate indiscrezioni, adesso invece il tutto appare quanto mai ufficiale: Saif Al Islam Gheddafi, secondogenito del rais libico assassinato nell’ottobre 2011, vuole scendere in campo in occasioni delle prossime elezioni presidenziali in Libia le quali, secondo le intenzioni dell’inviato Onu Ghassan Salamé, dovrebbero svolgersi entro il 2018. L’annuncio è stato dato da uno dei suoi più stretti collaboratori; si tratta, in particolare, di Ayman Bouras che, come riferisce AgenziaNova, è colui al quale Saif Gheddafi vorrebbe affidare l’incarico di responsabile per le riforme nel suo futuro programma da presentare. Bouras ha tenuto una conferenza stampa a Tunisi e, in quell’occasione, ha affermato ai tanti cronisti presenti che il figlio di Gheddafi è pronto a giocarsi le carte per l’elezione a presidente per la “salvezza del paese” e “l’unificazione della Libia”; Saif in queste settimane starebbe lavorando proprio per redigere un programma ed una squadra di collaboratori in vista delle consultazioni.

Le reali chance di Saif Gheddafi

Di un Gheddafi pronto a tornare al potere in Libia si parla da almeno due anni, da quando cioè lo stallo nel paese è diventato tale da poter far ipotizzare la discesa in campo di una figura che appare apprezzata tra molte tribù, oltre che tra migliaia di cittadini i quali ricordano la stabilità vissuta dalla Libia durante gli anni di Muhammar Gheddafi. La storia di Saif è alquanto particolare: nonostante non fosse il primogenito, negli ultimi anni della “Jamahiriya” è stato accreditato dal padre quale più papabile successore grazie alle sue doti politiche ed alle capacità dimostrate in seno alla famiglia allora più potente del paese; già nel novembre 2011, dopo cioè la morte del rais, di lui si diceva da più fonti diplomatiche che dalla latitanza avrebbe guidato l’insurrezione per cacciare i ribelli sostenuti dalla Nato, ma proprio in quel mese è stato catturato lungo il confine tra Libia e Niger.

Messo in prigione dalle milizie di Zintan, Saif ha anche ricevuto una condanna a morte nel luglio 2015, ma poco dopo la pena capitale è stata dichiarata sospesa prima della definitiva liberazione avvenuta nel luglio 2016, per effetto di un’amnistia voluta dal parlamento di Tobruck, rivale del governo Al Seraj insediatosi a Tripoli ed alleato delle milizie di Zintan. Da allora, su Saif Gheddafi, si sono rincorse più voci: c’è chi lo ha ritenuto in Egitto, chi in Cirenaica e chi invece ancora a Zintan, di certo c’è solo che in questi ultimi due anni il rampollo di casa Gheddafi avrebbe lavorato per cercare di far convergere su di sé il favore di molte tribù; pur tuttavia, rimangono numerosi misteri circa la sua attuale dimora e la sua situazione. Da quando è stato liberato infatti, Saif Gheddafi non ha mai lasciato dichiarazioni in pubblico, né è stato ripreso in video; la sua appare, al momento, un’opera svolta nel dietro le quinte dell’intricata matassa libica.

La domanda che in tanti si pongono è se per davvero la sua candidatura possa essere credibile e popolare; di certo, al momento, il nome di Gheddafi è una grande credenziale per i migliaia di libici che rimpiangono la stabilità durante i 42 anni di governo dell’ex rais, a cui l’attualità contrappone un paese devastato e lacerato da anni di guerre e contrapposizioni. Non mancano anche le tribù pronte a sostenere Saif, tra cui quella dei Warfalla oltre a quella a cui appartiene la sua famiglia, ossia quella dei Qadhadfha; inoltre, proprio il nome del figlio del fondatore della Jamahiriya sarebbe quello visto con più entusiasmo da diversi rappresentanti del consiglio delle tribù libiche, altro punto dunque a suo favore. L’unico ostacolo alla sua candidatura, potrebbe essere rappresentato dal mandato di cattura ad opera della Corte Penale Internazionale, circostanza questa che però sarebbe scavalcabile secondo una recente dichiarazione del presidente del parlamento di Tobruck.

L’attuale situazione sul fronte elezioni

Ghassan Salamé da quando ha materialmente preso possesso del suo ufficio non ha mai mancato di sottolineare il proprio ottimismo sulla possibilità di tenere, entro il 2018, le elezioni presidenziali in Libia; secondo la road map fissata dal rappresentante delle Nazioni Unite, dopo la registrazione degli elettori si dovrebbe passare dall’approvazione di una legge elettorale da parte del parlamento di Tobruck, così come da un ulteriore passaggio consultivo con il referendum sulle modifiche da apporre alla Costituzione. Un programma di non semplice attuazione, specie considerando l’attuale situazione di stallo su molti fronti tanto a livello politico quanto militare; il guaio della Libia, è che la contrapposizione non è soltanto tra due eserciti o tra due fazioni, in realtà il frazionamento è ben più grave e pericoloso, questo perché ogni tribù ed ogni città hanno di fatto costituito proprio sigle che si contendono il potere facendo cadere ogni giorno di più il paese nel baratro.

Organizzare una tornata elettorale in queste condizioni appare a dir poco proibitivo; da Mosca si è invitato più volte alla prudenza, in quanto l’apertura di una campagna elettorale in una situazione di scarsa sicurezza e grande frammentazione, potrebbe portare ad ulteriore destabilizzazione. Da parte occidentale invece, si tende a seguire il cronoprogramma voluto da Salamé ed a spingere affinché entro il 2018 il paese riesca ad andare al voto; se per davvero le urne si apriranno, i nomi più papabile per la presidenza potrebbero essere due: oltre a Saif Gheddafi, anche quello del generale Khalifa Haftar, attuale braccio armato del parlamento di Tobruck e uomo forte della Cirenaica.

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