Saddam Haftar vola da Marco Rubio: perché gli Usa tentano la riunificazione della Libia

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La visita non è stata propriamente “segreta”. Anzi, una volta all’interno dell’ufficio del Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, Saddam Haftar si è anche fatto ritrarre in una foto con il capo della diplomazia statunitense. Circostanza niente affatto di routine, né tantomeno figlia delle fredde procedure di protocollo. Perché il figlio del generaleKhalifa Haftar, uomo forte dell’Est della Libia, non rappresenta un governo. O, almeno, non quello riconosciuto dagli Stati Uniti. A Washington si è pensato di lanciare un preciso segnale: l’amministrazione Usa non solo si sta occupando del dossier libico, ma ha anche intenzione di accelerare sul processo di riunificazione del Paese. Tanto da tenere un dialogo aperto con gli Haftar, da oltre un decennio a capo di un potere parallelo a quello ufficiale stanziato a Tripoli.

Per gli Usa i motivi per tornare a lavorare attivamente sulla Libia sono del resto molteplici:dalla possibilità di mettere le mani sul greggio libico, all’importanza di rimettere definitivamente ordine in quell’area turbolenta e strategica del Mediterraneo, passando poi per la necessità di contenere l’influenza russa ben presente proprio nelle aree orientali.

Non basta una foto con uno degli Haftar

La strategia degli Usa appare abbastanza chiara: mettere d’accordo Tripoli con Bengasi, il premier “ufficiale” Abdel Hamid Ddeibah con il generale Haftar, per ricomporre la principale frattura che attraversa la spina dorsale del Paese. Una faglia che spacca a metà la Libia dal 2014 (tre anni dopo la deposizione e l’uccisione di Gheddafi), da quando cioè, subito dopo il voto organizzato quell’anno, sono stati creati due poli di potere contrapposti. Il problema però è che attorno alla spaccatura principale, esistono varie altre micro lesioni che fanno della Libia un mosaico piuttosto frammentato. Per ogni tassello rimesso in equilibrio, un altro rischia di staccarsi irrimediabilmente. Se tra Tripoli e Bengasi si instaura un dialogo, a Misurata potrebbero non prenderla bene. E se a Misurata viene trovato un accordo, a rivendicare un proprio spazio sono le milizie di Zintan oppure del Fezzan. Gruppi armati, chi più e chi meno, capaci di mettere pressione ai vari potentati principali e di far naufragare i vari percorsi di avvicinamento tra est ed ovest del Paese.

Prima degli Usa, in tanti hanno provato a far stringere la mano tra i principali rappresentanti della Tripolitania e della Cirenaica. In alcuni casi, come avvenuto a Palermo nel 2018, ci si è anche riusciti. Ma ogni pacca sulla spalla è stata poi svuotata di significato dagli eventi sviluppatisi sul campo. Washington sta in qualche modo arrivando in “ritardo” sul dossier libico. Non sa o finge di non sapere che invitare Saddam Haftar a Bengasi, non solo non basta a raggiungere un accordo ma potrebbe anche innescare gelosie interne alle stesse forze dell’est del Paese o all’interno della stessa famiglia Haftar.

Anche il Pakistan in ballo

Chi conosce un po’ meglio la situazione sul campo, nelle ultime settimane ha lanciato un chiaro suggerimento: far intervenire nella mediazione un Paese mediorientale o che, almeno, può avere del credito in Libia. Per questo da giorni si sta registrando un interessamento del Pakistan nelle trattative. Islamabad è stata la grande protagonista degli accordi tra Usa e Iran di giugno, adesso l’acquisita credibilità in ambito diplomatico potrebbe far gioco tra Tripoli e Bengasi. Su Reuters, fonti pakistane hanno confermato un intenso lavoro di dialogo tra il governo stanziato a Tripoli e l’esercito della famiglia Haftar. Proprio con il generale, il Pakistan ha chiuso un accordo per la vendita di armi dal valore di almeno 4 miliardi di Dollari nei mesi scorsi. Il tutto grazie alla spinta arrivata dall’Arabia Saudita, Paese con cui Islamabad è adesso legato da un accordo di mutua difesa.

Il governo pakistano può far valere la sua esperienza diplomatica, il suo rapporto con Riad e con gli Haftar, nonché la relazione con la Turchia. Ankara rappresenta infatti il principale alleato di Tripoli, ma oramai da tempo intrattiene costanti rapporti anche con le autorità dell’Est. A tutto questo, occorre poi ovviamente aggiungere i legami con Washington dopo il sopra citato ruolo nel raggiungimento di un accordo tra Usa e Iran.

La difficile transizione verso uno Stato mai esistito

L’amministrazione Trump vorrebbe chiudere la partita e costituire uno Stato riunificato, in modo da vedere stabilizzato un attore chiave per l’approvvigionamento energetico in medio oriente. E, contestualmente, vedere ridimensionata l’influenza russa visto che negli ultimi dieci anni Mosca ha stretto importanti relazioni con Haftar. La Casa Bianca a guida del tycoon rischia però, ancora una volta, di doversi scontrare con la cruda realtà: al pari di come non è stato possibile risolvere il conflitto in Ucraina nel giro di 24 ore, allo stesso modo di come sembra alquanto difficile giungere a una pace in medio oriente, assistere alla riunificazione della Libia in tempi breve appare quasi come utopia.

Dalla caduta di Gheddafi i libici non hanno più uno Stato. In realtà, i libici non lo hanno avuto nemmeno prima, visto che la “jammairiya” gheddafiana altro non era che un Paese senza un vero governo e con le decisioni rimesse in capo a una sola persona. La Libia non ha mai conosciuto un vero Stato e oggi ridimensionare il peso delle singole tribù o dei singoli gruppo all’interno della società non è semplice. Ci vorranno forse ancora molti anni per sanare le tante fratture interne.