Un meraviglioso reportage del quotidiano francese Le Figaro getta una nuova luce sulla campagna dell’esercito francese nel Sahel. Qui, da anni, le forze speciali di Parigi operano nella cornice di un’operazione tenuta sotto un bassissimo profilo mediatico, l’operazione “Sabre”. Un nome che a molti evoca pochissimo, perché sono pochissime le informazioni che si hanno sulle operazioni svolte dall’élite dell’esercito francese. Il che è un bene, perché dimostra la quasi totale impermeabilità del comando alle sirene dei media, ma che forse è esagerato da parte del quotidiano, dal momento che informazioni sull’operazione si hanno, seppur rade, da almeno tre anni.
I giornalisti de Le Figaro hanno però avuto il privilegio di essere fra i pochissimi se non i primi del settore a poter accompagnare una pattuglia delle forze speciali nel loro lavoro quotidiano, sbarcati insieme a un elicottero di rifornimento, probabilmente da una delle basi nei pressi di Ouagadougou. E quello che è veramente importante di questo reportage è soprattutto il fatto di ampliare la conoscenza su un impegno militare che adesso sta diventando fondamentale nello scacchiere africano e nella lotta al terrorismo internazionale. Le unità, guidate dal Comando Operazioni Speciali (Commandement des opérations spéciales, abbreviato in COS) stanno guidando la guerra nel nord del Mali da anni e danno la caccia agli jihadisti in condizioni di quasi clandestinità. Il loro compito è quello di svolgere operazioni chirurgiche, non ultima l’uccisione di due importanti leader islamisti locali. “Nella notte tra il 17 e il 18 maggio, il gruppo Sabre delle forze speciali francesi ha ‘neutralizzato’ nell’estremo nord del Mali due dei principali leader di al-Qaeda nel Maghreb islamico e Ansar Dine, responsabili di numerosi attacchi terroristici e ripetuti abusi contro le popolazioni maliane”, scrive Le Figaro. Si tratta di Abdelkrim al-Targui, detto il “Tuareg”, e di Ibrahim Ag Inawalen, nome in codice “Bana”. Una vera e propria caccia tra le infinite sabbie del Sahel e del Sahara, compiuta con le più moderne attrezzature – ma presto ne arriveranno altre – e con un contingente che rappresenta la punta di diamante delle forze terrestri d’Oltralpe.
La Francia da tempo ritiene sia giunto il momento di migliorare l’approccio delle proprie forze armate e della propria strategia nell’area sahelo-sahariana. Non più operazioni speciali, ma un impegno di massa, già in atto con le altre operazioni delle truppe di Parigi, la Barkhane in primis, ma che soprattutto deve essere inclusivo di nuove forze. Ed è importante ricordare che, dove oggi operano le forze speciali francesi, sarà dove in futuro arriveranno le truppe italiane del contingente che il governo ha deciso di inviare a supporto della missione internazionale anti-terrorismo. Insieme a Francia, Germania e Stati Uniti e con i soldati della forza internazionale del G-5 Sahel, le forze italiane saranno impegnate come addestratori delle forze locali nella lotta al terrorismo islamico. La missione, infatti, è esclusivamente prevista con quella logica, in una sorta di riproduzione africana di quanto avvenuto in Iraq.
L’Italia arriva in Sahel con il terreno preparato da questa caccia allo jihadista svolta dell’élite francese, che staziona lì da anni per impedire che l’islamismo cresca e raggiunga un livello di guardia che possa sovvertire i governi locali. La lezione appresa in Siria e Iraq probabilmente ha fatto riflettere: il terrorismo può diventare incontrollabile e mettere a rischio la propria strategia. Se non si può sradicare del tutto, l’importante è che non sia lasciato libero di espandere il proprio dominio. In Siria lo si è lasciato fare, perché Assad era un nemico. In Iraq si è intervenuti troppo tardi e la guerra ha causato un numero infinito di vittime, abusi e barbarie. In Africa il rischio dell’ascesa delle sigle dell’islamismo non è più prossimo, ma è già realtà. E il fatto che i francesi pattuglino quelle aree è perché si sa che lì, la minaccia è fortissima. Per Parigi ci sono interessi economici, di sicurezza e politici di non poco conto. Dal Sahel proviene gran parte dell’uranio delle proprie centrali nucleari, i governi sono legati a doppio filo alla strategia di Parigi e il fenomeno dell’immigrazione clandestina e del terrorismo si sviluppa fra le sabbie di quella regione. Noi andremo lì con lo scopo di aiutare le forze locali a fermare i traffici criminali legati al terrorismo, dalle armi, alla droga all’immigrazione clandestina. Ma l’area a noi assegnata, tra Mali e Niger, è quella dove c’è una più alta concentrazione di miliziani. Gli Usa, dopo l’uccisione dei quattro berretti verdi, hanno virato verso una campagna quasi esclusivamente caratterizzata dall’utilizzo dei droni. Noi manderemo i nostri uomini.