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Mark Rutte è un abile negoziatore, e dal 2010 ad oggi ha dato ampia dimostrazione delle sue qualità. L’uomo che con Viktor Orban è il secondo leader più longevo dell’Unione Europea alle spalle di Angela Merkel ha contribuito con una lunga sequela di negoziati, trattative ed alleanze a costruire la sfera politica della sua Olanda, ora centrale nel fronte di Paesi che in Europa ritengono si debba mettere al centro il libero scambio, la disciplina di bilancio e il rigore, evitando le tentazioni di un’Europa integrata sul fronte solidale e che peschi risorse dalle loro tasche.

Nella fase della risposta alla crisi del coronavirus il rigorismo dell’Olanda è andato oltre ogni limite precedentemente toccato. Rutte ha puntato a incassare il via libera al Mes come garanzia e sicurezza sulla riduzione degli spazi di manovra alla mutualizzazione del debito, e in seguito si è incamminato su una strada sconnessa cercando di contrastare l’entrata in vigore del Recovery Fund della Commissione von der Leyen.

Persi sul terreno parte degli alleati della “Nuova lega anseatica” (Estonia, Lettonia, Lituania e Irlanda si sono sfilate; la Finlandia si mantiene cauta) Rutte ha guadagnato alla causa i Paesi del gruppo di Visegrad e l’Austria di Sebastian Kurz. La battaglia del premier olandese si è fatta sempre più arcigna, portandolo a scontrarsi con figure quali il premier portoghese Costa e il ministro dell’Economia francese Le Maire. Settimana dopo settimana è emerso il fatto che il leader liberale olandese nella battaglia per la difesa del “sacro egoismo olandese” si gioca il suo futuro da premier.

Nella battaglia per il Recovery Fund all’attacco è partita l’Austria, seguita nel Consiglio europeo del 19 giugno dalla Svezia: l’Olanda si mantiene come garante morale di queste sortite critiche contro la presunta eccessiva liberalità degli aiuti. “Gli olandesi”, spiega Adnkronos, “sono particolarmente ostici anche perché nella primavera del 2021 ci saranno le elezioni politiche e nella maggioranza è partita la concorrenza interna: Mark Rutte è premier dal 2010 e c’è chi aspira a succedergli”.

Se non riuscisse a arginare la svolta comunitaria verso gli aiuti a fondo perduto L’Aja subirebbe uno scacco retorico, prima ancora che concreto, ma Rutte vedrebbe erosa la sua posizione di forza, dato che anni di battaglie pro-rigore hanno dato di fatto al gruppo presieduto dall’Olanda il ruolo di terzo violino europeo dopo Francia e Germania.

Con le elezioni legislative in vista in Olanda la battaglia di Rutte sull’arginamento della condivisione del debito come strategia per far fronte all’impatto economico del virus indica nella riduzione degli aiuti a fondo perduto (mutualmente coperti) a favore dei prestiti di responsabilità degli Stati la linea del Piave su cui il premier misurerà il successo politico delle trattative. I liberali del Vvd, il partito di Rutte, hanno concordato con i progressisti di D66 e i centristi del Cda, parte dell’esecutivo, la linea dura, mentre in Parlamento a L’Aja solo Verdi e laburisti appoggiano la proposta di deficit europei mutualizzati. Rutte, in vista del 2021, deve guardarsi dal falco tra i falchi del suo governo, il ministro delle Finanze Wopke Hoekstradel Cda, che coltiva ambizioni di premiership e potrebbe cercare di sganciarsi dal protagonismo del premier in caso di svolta negativa per l’Olanda

Dall’inizio della crisi il Vvd è asceso nei sondaggi, raddoppiando da poco più di 20 a circa 45 i deputati che otterrebbe in caso di ritorno alle urne e sfondando il muro del 20% nelle intenzioni di voto; tuttavia la crisi insegna che il capitale fiduciario costruito può facilmente disperdersi, e questo vale anche per un leader di lungo corso come Rutte. Essere attaccato sul tema della difesa delle finanze pubbliche olandesi sarebbe un’onta inaccettabile, mentre chiudere a un Recovery Fund eccessivamente generoso sarebbe il presupposto per poter giungere al voto della prossima primavera da una posizione di forza.

Come fa notare Il Fatto Quotidiano“sia a Rutte che a Hoekstra”, alleati palesi e rivali in potenza nel governo di coalizione, è chiara la posta in gioco: cedere potrebbe significare perdere consensi”. Dietro di loro, pronti a occupare il centro della scena “ci sono gli euroscettici di estrema destra”. Thierry Baudet, fondatore del Forum voor Democratie (Fvd), e l’ex alleato di governo di Rutte Gert Wilders,col suo Pvv, non aspettano altro che battere su un chiodo come quello del rigore di bilancio, dogma che non esitano a fare loro e in nome del quale nutrono il loro euroscetticismo. C’è da attendersi un profondo trinceramento dell’Olanda sulle sue posizioni: e non possiamo fare a meno di prevedere che il bersaglio retorico torneranno a essere Paesi come l’Italia, accusati, con ben pochi elementi di giudizio a favore, di essere gli immeritevoli beneficiari del Recovery Fund. Una strategia che a uomini come Rutte e Hoekstra frutta facili consensi in patria.

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