La Polonia governata da Diritto e Giustizia (PiS), il partito catto-conservatore di Jaroslaw Kaczynski e del premier Mateusz Morawiecki, richiama la sua azione alla tradizione profonda e identitaria del Paese, e non manca di farlo anche laddove il terreno di confronto è con la Russia di Vladimir Putin.

La Polonia del PiS è, oggigiorno, un bastione della russofobia. Non tanto e non solo per il completo allineamento alle politiche di contenimento di Mosca impostate dalla Nato su iniziativa degli Stati Uniti, ma anche per un’impostazione culturale, ideologica che identifica inevitabilmente la Russia come il male assoluto. Andando oltre anche il pur comprensibile metus che ha sempre contraddistinto la nazione “martire” dell’Europa del Novecento, il “Cristo d’Europa” al centro delle terre di sangue contese tra russi e tedeschi, utilizzata come alibi da Stalin per giustificare le politiche che condussero alla grande carestia dell’Holodomor e teatro di crimini contro il suo popolo come l’eccidio di Katyn.

Il ricordo gioca un ruolo fondamentale nello sciovinismo anti-russo della Polonia, sospinto tra l’altro dalla convinzione che a provocare la morte dell’ex presidente Lech Kaczyński, il cui aereo si schiantò il 10 aprile 2010 mentre si recava a Katyn per omaggiare le vittime polacche, sia stato un complotto ordito da Mosca.

I rischi della provocazione bielorussa

La Polonia sembra, in molti contesti, impostare la propria agenda politica in funzione di quanto potrebbe maggiormente danneggiare la Russia piuttosto che fare gli interessi di Varsavia. E l’escalation narrativa e comunicativa impostata nel quadro della recente crisi bielorussa lo testimonia. L’arrivo massiccio di immigrati alle porte della Polonia è vista da Varsavia come un’operazione di guerra ibrida da parte di Mosca. Idea tutt’altro che incontestabile nell’era della conflittualità permanente, va ammesso, ma che la Polonia ha inserito in un’escalation a dir poco rischiosa che sembra avere l’obiettivo di fondo di rendere ancora più profondo il solco tra l’Ue e la Russia, maggiore alleato di Minsk.

Sulla gestione della rotta bielorussa dei migranti a livello condiviso da parte dell’Unione, a detta di Morawiecki, “in gioco ci sono la sicurezza e la stabilità dell’Europa” e secondo il premier polacco i poco più di 2mila immigrati mediorientali utilizzati dal presidente Lukashenko come strumento di pressione sull’Europa sarebbero proxy di Putin pronti a destabilizzare l’Unione. Una curiosa inversione di rotta da parte di chi ha sempre voltato le spalle a qualsiasi tentativo di redistribuzione durante l’emergenza mediterranea affrontata dall’Italia. La differenza? In mezzo è tirata l’immancabile Russia. La grande manipolatrice, per Varsavia, la causa di ogni problema. Tanto incombente nella sua volontà di minacciare la Polonia da portare i nazional-conservatori a dimenticare per un momento la guerra dialettica con Bruxelles, le multe della Corte di giustizia, il braccio di ferro sulle riforme. A farsi europeisti, anzi a tentare di portare l’Europa sulla russofobia dura e pura, sopendo temporaneamente l’aspro conflitto tra interpretazione esasperata del concetto di sovranismo politico e il fondamentalismo giuridico del modello liberale.

I precedenti

Ma non è la prima volta che la russofobia porta la Polonia a fare dei colpi di testa. Varsavia in nome della russofobia ha già, in passato, tentato di sabotare le strategie geoeconomiche di integrazione energetica tra Mosca e l’Europa mediate dal gasdotto Nord Stream 2, ritenuto una minaccia alla sua sicurezza energetica nazionale. A cui ha reagito acquistando, con una scelta completamente anti-economica, il gas naturale liquefatto made in Usa e cercando di spingere gli alleati europei a fare lo stesso.

Sul fronte della crisi ucraina, invece, Varsavia ha ingoiato decenni di contrapposizione politica con la nazione limitrofa, complice dell’amputazione territoriale nell’era post-sovietica, in nome del contenimento di Mosca. L’attenzione alle sorti della repubblica post-sovietica è una priorità della politica estera polacca, come ricordato da Limes: “Varsavia vuole una Kiev stabile, democratica, prospera e pienamente padrona del suo destino. In questo modo la Russia verrebbe svuotata di rango imperiale, secondo una nota teoria, e dunque sarebbe meno difficile contenerla“.

Infine, la Difesa europea: è di queste ultime settimane l’emersione di una durissima contrapposizione di Varsavia al progetto di autonomia strategica che pure potrebbe dare al Paese un ruolo importante, data la sua natura di quinta economia e quinta nazione per popolazione nell’Unione e la possibilità di dare retroterra strategico ai legami industriali con la Germania. L’atlantismo per Kaczynski e il suo partito è una vera e propria scelta derivata della russofobia imperante. La vera bussola strategica di Varsavia è l’alterità alla Russia. A costo di confondere il futuro del Paese con il suo passato. Come del resto a inizio 2020 già avvertiva l’ex presidente Lech Walesa, eroe della resistenza alla dominazione sovietica negli ultimi tempi del regime comunista, il rischio di conseguenze estreme insito nella continua incentivazione della rivalità tra Polonia e Russia è più grave che mai, tanto da poter trasformare in una profezia capace di auto-avverarsi l’atavico stimolo dei due Paesi a competere tra loro.

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