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L’assedio anti-russo del deep State americano non si ferma e adesso converge sull’Europa dove a farne le spese è una nostra vecchia conoscenza: l’ex premier e presidente della Commissione europea, Romano Prodi. La colpa è sempre la stessa, e cioè avere avuto e mantenere contatti con Mosca. Ormai un peccato originale per chiunque faccia politica nel Vecchio e nel Nuovo continente.

A chiamare in causa il professor Prodi quale presunto capo del cosiddetto “Haupsburg Group” è stata la rivista Usa Politico, nella sua edizione che tratta esclusivamente di questione legate all’Europa. Secondo le accuse, che prendono spunto dal filone d’indagini del Russiagate, questa sorta di organizzazione sarebbe stata composta da ex politici dell’Unione europea, finanziata da Paul Manafort e costituita al solo scopo di sostenere il presidente ucraino Viktor Yanukovich, legato al Cremlino. L’ormai onnipresente Robert Mueller ha accusato Manafort di aver versato su quattro conti offshore una cifra di due milioni di euro a favore degli ex politici Ue inseriti in questa lista per far nascere una lobby all’interno dell’Europa in favore di Yanukovich. Secondo l’accusa fu Manafort a pagare questi illustri personaggi della politica del nostro continente dal 2012 al 2013, finché poi gli eventi di Maidan costrinsero Yanukovich ad abbandonare Kiev.

Secondo i media austriaci, a capo di questo fantomatico gruppo ci sarebbe stato non Prodi ma Gusenbauer, ex cancelliere austriaco socialdemocratico. Chiaramente Prodi ha smentito categoricamente ogni tipo di coinvolgimento e il suo ufficio stampa ha dichiarato quanto segue: “In merito a quanto pubblicato su Politico.com si ribadisce che il Presidente Romano Prodi si è a lungo impegnato affinché potesse concretizzarsi un riavvicinamento dell’Ucraina all’Europa. Impegno che si è espresso in incontri preparatori e in numerose conferenze pubbliche, regolarmente retribuite, e approfonditamente preparate che si cono svolte in diverse capitali europee. È stato un impegno serio e corrispondente al ruolo politico di già Presidente della Commissione Europea. La sua attività è stata pubblica e quindi facilmente rintracciabile”.

L’inchiesta rivela in generale un enorme problema interno agli Stati Uniti, e cioè l’idea che vi sia un vero e proprio sistema di lobby legato al Cremlino che rema in favore della Russia e contro la politica americana. Ora, inutile ricordare che Romano Pordi non fu certamente un nemico degli Stati Uniti né si può dire che la sua politica fosse anti-europeista. Semmai, invece, si può ben dire che il suo rapporto da sempre positivo con Vladimir Putin abbia portato all’Unione europea e all’Italia il beneficio di una politica che potesse conciliare gli interessi di Mosca con quelli di Washington e con quelli di Bruxelles. A prescindere dall’idea che se ne possa avere dal punto di vista della politica interna. In questo senso, Romano Prodi alla Commissione europea e come presidente del Consiglio, insieme a Silvio Berlusconi, hanno garantito proprio questo doppio binario di alleanza con gli Usa e amicizia con la Russia che ha giovato in particolar modo alla nostra strategia.

Evidente in America ogni collegamento con la Russia di Putin inizia a essere considerato un problema. Non lo era ai tempi di Bush jr, non lo era ai tempi di Obama (pur se potevano vedersi le avvisaglie con l’ascesa di Hillary Clinton), ma lo è nell’era Trump, dove il Russiagate si erge come un’enorme spada di Damocle che pende su tutta l’amministrazione del presidente repubblicana e del suo circuito e che va a colpire anche chi, in Europa, ha ancora un peso e può essere considerato, senza alcun tipo di complottismo, amico della Russia. Specialmente in partiti considerati avversari dell’influenza di Mosca. Ma questo è il mondo che ha scoperto il Russiagate, un sistema di amici e nemici dove è impossibile essere bilanciati: o si sta con Washington o si sta con Mosca. Tertium non datur.