C’è grande attesa per l’audizione di Robert Mueller, l’ex procuratore speciale statunitense che ha condotto l’inchiesta sul Russiagate. Mueller comparirà oggi davanti alle commissioni Intelligence e Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. La sua audizione è stata chiesta dai democratici, per fare chiarezza su alcuni aspetti, considerati irrisolti, del rapporto conclusivo sull’inchiesta, anche se il procuratore ha già annunciato che non andrà oltre quanto già reso pubblico a marzo. Dopo due anni di indagini sui presunti tentativi russi di influenzare la campagna presidenziale del 2016, secondo il rapporto finale vi sarebbero stati vari contatti tra l’entourage di Donald Trump e la Russia, ma non ci sono prove che siano stati commessi dei reati, né che il presidente Usa abbia successivamente ostruito la giustizia. Robert Mueller risponderà per tre ore alle domande dei membri della commissione Giustizia e per altre due ore a quelle della commissione Intelligence della Camera.
Mentre i democratici tentano di far riesplodere il caso Russiagate, nonostante sia stata appurato il fatto che non c’è stata alcuna “collusione” fra la campagna di Trump e il Cremlino, né ci sono prove che Donald Trump abbia tentato di ostacolare la giustizia, ci sono molti aspetti oscuri del rapporto finale del procuratore speciale che mettono in discussione la presunta interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 e altre conclusioni. Domande scomode che i democratici non faranno mai all’ex Procuratore speciale sul Russiagate.
Smentito il collegamento fra la “fabbrica di troll” e il Cremlino
Come sottolinea Aaron Maté su The Nation, nel rapporto redatto dall’ex procuratore speciale, il governo russo avrebbe “interferito nelle elezioni presidenziali del 2016 in modo radicale e sistematico”. Alcuni paragrafi dopo, Mueller spiega che l’interferenza russa si è verificata “principalmente attraverso due operazioni”. La prima di queste le operazioni consisteva in “una campagna sui social media che favoriva il candidato alla presidenza Donald J. Trump e denigrava il candidato alla presidenza Hillary Clinton”, condotto da una fabbrica di troll russi conosciuta come Internet Research Agency (Ira).
Eppure la squadra di Mueller è stata costretta ad ammettere in tribunale che questa era una falsa insinuazione. All’inizio di questo mese, un giudice federale ha rimproverato l’ex procuratore e il Dipartimento di Giustizia per aver “suggerito erroneamente un collegamento” tra l’Ira e il Cremlino. Il giudice distrettuale americano Dabney Friedrich ha osservato che l’accusa di Mueller del febbraio 2018 “non collega l’Ira al governo russo” e sostiene che si tratta di un’iniziativa privata “condotta da privati”.
Non solo, dunque, non c’è stata alcuna “collusione” fra Donald Trump e la Russia: ma un giudice americano smentisce anche vi sia un collegamento fra la citatissima Internet Research Agency (Ira) e il governo di Vladimir Putin. Lo stesso Jonathan Kravis, un procuratore capo del team Mueller, ha riconosciuto che “da nessuna parte si dice che dietro l’attività dell’Internet Research Agency” ci sia il governo russo. Oltre a questo, spiega sempre Aaron Maté, la maggior parte dei contenuti dei social media russi non aveva nulla a che fare con le elezioni (solo il 7 percento dei post su Facebook dell’Ita menziona Trump o Clinton). Non vi è inoltre alcuna prova che il contenuto politico abbia raggiunto un pubblico di massa.
Le e-mail del Partito democratico sono state rubate dall’intelligence russa?
Secondo il rapporto redatto da Mueller, in maniera vaga e non documentata, il Gru russo – Direttorato principale per l’informazione – il servizio informazioni delle forze armate russe, avrebbe sottratto nel 2016 più di 20.000 e-mail al sistema informatico della Democratic National Convention (Dnc). “L’incertezza nel racconto di Mueller su come WikiLeaks abbia ricevuto le e-mail rubate avrebbe potuto essere chiarita se Mueller avesse tentato di intervistare Julian Assange” sottolinea Maté. “Il fondatore di WikiLeaks insiste sul fatto che il governo russo non era la sua fonte e si è ripetutamente offerto di parlare con gli investigatori statunitensi”. Tuttavia, il l’ex procuratore speciale ha deciso di non intervistare Julian Assange. Non è forse un’omissione questa?
Secondo un memorandum redatto al tempo dal Vips -Veteran Intelligence Professionals for Sanity, gruppo di esperti d’intelligence in pensione ed ex ufficiali americani, analisi scientifiche rivelano che il 5 luglio 2016 i dati vennero divulgati (e non hackerati) da una persona con accesso fisico ai computer del Comitato e in seguito inquinati in modo da incriminare la Russia. “L’evidenza indica che il cosiddetto hackeraggio del Comitato Nazionale Democratico da parte di Guccifer 2.0 (autoproclamatosi fonte di WikiLeaks) non è in realtà stato un hackeraggio, dal momento che il materiale è stato copiato su un dispositivo esterno di memorizzazione” sottolineano gli esperti dell’intelligence americana.
La Russia si è offerta di aiutare Donald Trump?
Secondo il rapporto, l’indagine condotta dal procuratore speciale avrebbe inoltre “identificato numerosi legami tra il governo russo e la campagna di Trump” e “identificato numerosi legami tra individui associabili al governo russo e individui associati alla campagna Trump”.
Ma come osserva The Nation, i casi di Konstantin Kilimnik, Joseph Mifsud e Rob Goldstone sottolineano un fatto piuttosto scomodo per i sostenitori della teoria della collusione: non esistono prove sul fatto che la campagna di Trump abbia interagito con emissari russi o che questi abbiano offerto aiuto al repubblicano. “Gli unici funzionari o rappresentanti del Cremlino che hanno interagito in modo significativo con la campagna di Trump prima delle elezioni sono l’ambasciatore russo, che ha avuto incontri di routine, e un assistente del Cremlino che ha parlato con l’avvocato di Trump, Michael Cohen, per il fallimento del progetto Trump Tower a Mosca”.
L’audizione
Mueller comparirà oggi davanti alle commissioni Intelligence e Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. La sua audizione è stata chiesta dai democratici, per fare chiarezza su alcuni aspetti, considerati irrisolti, del rapporto conclusivo sull’inchiesta, anche se il procuratore ha già annunciato che non andrà oltre quanto già reso pubblico a marzo. Dopo due anni di indagini sui presunti tentativi russi di influenzare la campagna presidenziale del 2016, secondo il rapporto finale vi sarebbero stati vari contatti tra l’entourage di Donald Trump e la Russia, ma non ci sono prove che siano stati commessi dei reati, né che il presidente Usa abbia successivamente ostruito la giustizia.
Mueller ha premesso che “non risponderà a tutte le domande” e ha poi dichiarato che il suo rapporto il suo rapporto non scagiona completamente il presidente Trump. “No”, ha risposto l’ex procuratore speciale a una domanda specifica del presidente della commissione, Jerry Nadler. A Nadler che ribadiva come il suo rapporto non ha concluso che il presidente non abbia ostruito la giustizia, Mueller ha ribadito con un “esatto”. Dopo aver ricordato le regole del Dipartimento della Giustizia in base alle quali non si può incriminare un presidente in carica, Mueller ha ammesso che Trump può essere incriminato per ostruzione alla giustizia, una volta lasciata la Casa Bianca.
Il procuratore speciale dell’inchiesta Russiagate, rispondendo con una serie di “yes” alle domande del presidente della Commissione giustizia, Jerry Nadler, ha confermato che il presidente Donald Trump ha rifiutato di farsi interrogato, opponendosi a qualsiasi richiesta nel corso di un anno. Trump, ha ribadito Mueller, non ha collaborato nonostante il team del procuratore avesse spiegato agli avvocati del presidente che la sua testimonianza sarebbe stata “vitale” per l’inchiesta. L’ex procuratore speciale ha risposto “sì” ad un parlamentare che gli chiedeva se sapesse del tentativo di Trump di far dimettere il ministro Sessions. Quando gli è stato chiesto se non fosse stata la prima volta, Mueller ha risposto: “Sono a conoscenza di due occasioni”.