Le notizie che provengono dagli Stati Uniti circa i rapidi sviluppi dell’inchiesta (ora penale) del procuratore John Durham sulle origini del Russiagate e le dichiarazioni di Stephan Roh, avvocato di Joseph Mifsud, rilasciate all’Adnkronos e al quotidiano La Verità, hanno messo in fibrillazione i nostri 007, in attesa che Durham concluda le sue indagini. Come riporta il Corriere della Sera, il fatto che Roh “abbia a disposizione numerose mail inviate e ricevute nel corso degli ultimi tre anni sul ruolo nella vicenda dell’università Link Campus e soprattutto la registrazione della deposizione rilasciata dal docente maltese e consegnata al procuratore americano John Durham, fa ben comprendere quali ripercussioni potrà avere nel nostro Paese”.

Secondo la versione ufficiale di Giuseppe Conte, i nostri servizi sono estranei alla vicenda Mifsud. Per Roh, al contrario, “uno dei capi di una agenzia italiana di servizi segreti contattò Vincenzo Scotti nel periodo in cui scoppiò lo scandalo e si raccomando che Mifsud sparisse”. Dichiarazioni diffamatorie, secondo Scotti e la Link University, ma abbastanza clamorose da mettere in stato di agitazione la nostra intelligence.

Gli Usa e la (debole) linea del premier Conte

Come abbiamo riportato nelle scorse settimane, è stato lo stesso ministro della giustizia Usa William Barr a smentire ciò che ha dichiarato Giuseppe Conte sul Russiagate. Intervistato da Fox News, il ministro della giustizia Usa ha chiarito la natura degli incontri con i vertici dei servizi segreti italiani datati 15 agosto e 27 settembre, confermando che il nostro Paese può essere molto utile all’indagine del Procuratore John Durham sulle origini del Russiagate. “Alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili volevano discutere preliminarmente con me della portata dell’indagine, della sua natura, di come intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo”, ha spiegato Barr. “Inizialmente ho discusso queste questioni con quei Paesi e ho stabilito un canale attraverso il quale il Procuratore Durham potesse ottenere assistenza da loro”.

John Durham, dunque, è convinto che l’Italia abbia delle informazioni utili ai fini dell’indagine, in particolare sul ruolo del professor Joseph Mifsud. Barr ha aiutato Durham a stabilire contatti con l’Italia che, a quanto si apprende, sta dunque collaborando con le indagini del Dipartimento di Giustizia che, come abbiamo già spiegato, si sono “evolute” in un’indagine penale a tutti gli effetti. “Non abbiamo fornito alcuna informazione riservata” su Joseph Mifsud e “abbiamo svolto verifiche ma non abbiamo trovato nulla”: questo è ciò che aveva detto qualche giorno fa il premier Giuseppe Conte in occasione della (inusuale) conferenza stampa dopo l’audizione al Copasir. Eppure Barr e Durham non sono tornati a casa a mani vuote dal viaggio in Italia: d’altro canto William Barr non è uno che si muove da Washington Dc per questioni futili o irrilevanti. Sarebbe alquanto ingenuo crederlo o farlo credere.

Le dichiarazioni di Gorka al nostro giornale: “Mifsud era una spia”

L’ex assistente del presidente Donald Trump Sebastian Gorka ha dichiarato a InsideOver che il docente maltese è una spia che ha cospirato contro l’elezione del tycoon. “Non è solo una teoria – spiega Sebastian Gorka – è chiaro che Joseph Mifsud non fosse semplicemente legato ai servizi di intelligente europei, ma che l’Fbi di Barack Obama lo ha usato per incastrare i membri della Campagna di Donald Trump”. Questo, spiega, è “il motivo per cui l’Attorney General William Barr ha viaggiato in Italia e ha recuperato i telefoni di Mifsud”. Secondo quanto era emerso fino ad oggi, Durham avrebbe recuperato gli smartphone Blackberry del professore prima gli incontri con i nostri servizi segreti datati 15 agosto e 27 settembre: Gorka afferma viceversa che Durham ne è entrato in possesso in occasione dei viaggi nella capitale. Si tratterebbe – qualora fosse vero – di un risvolto clamoroso.

Per l’ex assistente di Trump, le trasferte di William Barr in Italia risulteranno fondamentali e non hanno precedenti nella storia degli Stati Uniti. “Viaggi cruciali – spiega -. Nella storia americana, l’Attorney General non ha mai viaggiato all’estero per indagare sulla corruzione di un’amministrazione precedente”.

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