Il 29 aprile il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione di condanna nei confronti della Russia in relazione alla recente crisi nel Donbass, al trattamento di Aleksei Navalny e alla crisi diplomatica con la Repubblica Ceca. Il testo, passato con una larga maggioranza di voti, non è giuridicamente vincolante, ergo i punti ivi contenuti rappresentano più delle indicazioni che degli obblighi, ma è comunque indicativo del clima nevrastenico che aleggia tra Bruxelles e Mosca. Il giorno dopo, infatti, dal Cremlino è giunta una durissima replica che ha colpito diverse personalità Ue, David Sassoli, il presidente dell’Europarlamento, in testa.

Il contenuto della risoluzione

Gli europarlamentari hanno provato a larga maggioranza – 569 favorevoli su 682 votanti – una risoluzione di condanna nei confronti della Russia, ovvero un atto che non possiede forza giuridica vincolante. Il testo, eloquentemente ribattezzato “sulla Russia, sul caso di Aleksei Navalny, sull’ammassamento militare lungo il confine dell’Ucraina e sugli attacchi russi in Repubblica Ceca” (on Russia, the case of Alexei Navalny, the military build-up on Ukraine’s border and Russian attacks in the Czech Republic), è stato approvato nella speranza-aspettativa di incoraggiare i 27 ad adottare una postura più rigida nei confronti del Cremlino per via delle tre ragioni esposte nel titolo autoesplicativo.

La risoluzione, nello specifico, reitera il supporto costante dell’Unione europea all”‘integrità territoriale, sovranità e indipendenza dell’Ucraina”, condannando l’annessione della Crimea e le presunte violazioni dei diritti umani che ivi starebbero avendo luogo, nonché invitando la Russia a restituirla, e avvertendo a quegli “ufficiali russi le cui azioni o inazioni hanno reso possibile o hanno avuto come risultato dei crimini di guerra in Ucraina” che saranno portati dinanzi alla “giustizia internazionale”.

I firmatari riconoscono il precario stato di salute delle relazioni Ue-Russia, ritenendolo il frutto di una molteplicità concatenata di fattori, ognuno dei quali avente a che fare con il Cremlino: “l’aggressione all’Ucraina”, “il comportamento ostile e gli attacchi aperti agli stati membri dell’Ue”, “interferenze nei processi elettorali”, “l’uso della disinformazione […] e di attacchi cibernetici malevoli” e “il deterioramento significativo dei diritti umani in Russia”.

Alla luce dei punti di cui sopra, l’Europarlamento impetra il Cremlino affinché ritiri le truppe dalla frontiera con l’Ucraina, cessi di supportare il separatismo a Lugansk e Donetsk, assicuri la libertà di navigazione e di transito nel mare d’Azov e acconsenta ad un “monitoraggio permanente del passaggio di tutte le navi attraversanti lo stretto di Kerch”.

Un arsenale di potenziali armi

I firmatari, inoltre, lanciano un monito energico ed esplicito all’indirizzo di Mosca a proposito della concentrazione militare lungo l’Ucraina. Si legge, infatti, che “se tale ammassamento militare dovesse, in futuro, dare luogo ad un’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, l’Ue dovrà rendere chiaro che sarebbe duro il prezzo per una simile violazione del diritto internazionale”.

La durezza di cui si fa menzione viene spiegata nel dettaglio poco più avanti: immediato blocco delle importazioni di petrolio e gas naturale, esclusione dal sistema di pagamento Swift – una minaccia ripetuta più volte negli ultimi tre mesi – e congelamento dei beni degli “oligarghi vicini alle autorità russe”. L’Ue, al fine di evitare dei gravi contraccolpi energetici nel caso in cui tale scenario dovesse concretarsi, dovrebbe procedere già da oggi a ridurre la propria dipendenza dai prodotti energetici russi, fermando il completamento del Nord Stream 2 e marginalizzando la Rosatom dai progetti nel nucleare.

Il focus su Navalny

La risoluzione dedica cinque punti all’attivista Aleksei Navalny, di cui si chiede l’immediato rilascio in libertà, avvertendo le autorità affinché ne tutelino e preservino l’integrità psico-fisica e condannando la decisione della giustizia russa di introdurre il suo ente, la Fondazione Anticorruzione, nell’albo delle organizzazioni estremiste.

La detenzione dell’attivista, si legge ancora nel documento, dovrebbe giustificare l’introduzione di ulteriori sanzioni antirusse nel quadro dello EU Global Human Rights Sanctions Regime. E Vladimir Putin, in qualità di capo di Stato, viene ritenuto pienamente responsabile delle sorti di Navalny; da qui un invito ad adottare “tutte le misure necessarie a proteggere la sua salute mentale e fisica e il suo benessere” e la richiesta di aprire un’indagine in relazione al suo presunto avvelenamento.

Strettamente legato a Navalny è il tema della promozione della società libera e democratica nella Federazione russa, un obiettivo al quale l’Ue dovrebbe lavorare, secondo gli autori della risoluzione, formulando “un nuovo approccio strategico che supporti in modo migliore la società civile e rafforzi i contatti diretti con i cittadini della Russia”.

Un pericolo per l’Ue

Nonostante la carenza di prove fattuali e corroboranti a supporto della pista russa per quanto concerne il caso Vrbetice, gli autori della risoluzione accusano “perpetratori dei servizi di intelligence russa” di essere dietro alle esplosioni, indi di aver violato “la sovranità ceca” con un “inaccettabile atto di ostilità”, e condannano con fermezza l’insieme di attività destabilizzanti che il Cremlino starebbe conducendo all’interno dei 27, tra le quali figurano e risaltano attacchi cibernetici e campagne disinformative.

Con particolare riferimento al caso Vrbetice, nella risoluzione si chiede alle autorità russe di ricompensare le famiglie delle vittime e consegnare alla giustizia i responsabili. Ultimo ma assolutamente non meno importante, il documento nasce con l’intento di solidarizzare apertamente e concretamente con Praga; da qui l’invito rivolto all’intera comunità dei 27 “di procedere con un’espulsione coordinata di diplomatici russi” – un possibile messaggio per Parigi e Berlino, sinora silenti ed estranee alla guerra diplomatica.

Alla luce delle “attività sovversive e destabilizzanti” condotte dalla Russia sul territorio comunitario, gli autori della risoluzione auspicano un ulteriore avvicinamento dell’Ue a partner affini (like-minded partners), “in particolare Nato e Stati Uniti”, con i quali “utilizzare tutti i mezzi disponibili a livello internazionale per contenere con efficacia le continue interferenze della Russia, le sempre più aggressive campagne disinformative e le gravi violazioni del diritto internazionale che minacciano la stabilità e la sicurezza dell’Europa”.

La reazione del Cremlino

La risoluzione non possiede una forza giuridica vincolante, avendo il carattere di una raccomandazione alla quale ci si può conformare su base volontaristica, ergo i governi dei 27 non saranno coartati né costretti ad implementarne il contenuto. Cionostante, il tono bellicoso che caratterizza l’intero documento, altamente indicativo del clima nevrastenico e guerrafreddesco che aleggia nel Vecchio Continente, ha provocato una reazione di peso e immediata da parte del Cremlino.

Nel pomeriggio del 30, invero, il governo russo, dopo aver accusato Bruxelles di “alimentare deliberatamente un’isteria antirussa” e di ignorare o respingere in maniera sistematica ogni proposta risolutoria formulata da Mosca, ha etichettato otto personalità europee come personae non gratae – ufficialmente in risposta alle sanzioni europee dello scorso marzo, ma ufficiosamente in reazione alla risoluzione dell’Europarlamento del giorno precedente.

Gli otto sanzionati, fatti oggetto di un divieto di ingresso nel territorio della Federazione russa, sono il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, il procuratore capo di Berlino, Jorg Raupach, i lettoni Ivars Abolins e Maris Baltins, il diplomatico francese Jacques Maire, la vicepresidente dell’Eurocommissione per i valori e la trasparenza, Vera Jourova, il ricercatore Asa Scott della Swedish Defense Research Agency e Ilmar Tomusk dell’Ispettorato della lingua estone.

Raffaele FittoRyszard Legutko, copresidenti del gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR) dell’Europarlamento, nel commentare il fatto, hanno preludiato ad una reazione altrettanto dura, spiegando a mezzo di una nota che “le azioni della Russia contro il Presidente Sassoli meritano una chiara risposta e sono un forte richiamo alla necessità di adottare misure concrete contro questi atteggiamenti”.

Cui prodest?

Le sanzioni nei confronti di Sassoli, che non hanno precedenti nella storia delle relazioni Ue-Russia, sono destinate, più di quelle inflitte alle altre personalità nell’elenco, ad alimentare e galvanizzare quel circolo vizioso nato all’indomani dell’approdo infelice e sfortunato di Josep Borrell a Mosca. All’epoca, ci chiedevamo sulle nostre colonne, se “l’aggravamento repentino delle relazioni tra Mosca e Bruxelles, iniziato curiosamente alla vigilia della missione di Borrell, fosse il frutto di una longa manus operante per conto di Washington [con l’obiettivo di un] allontanamento dello spettro della normalizzazione tra i poli e l’impedimento, o comunque la limitazione significativa, dell’ingresso dello Sputnik V nel mercato europeo.

I fatti successivi, specialmente quelli accaduti nel neurotico mese di aprile, sembrano aver dato ragione alla nostra intuizione: l’entrata del vaccino dell’Istituto Gamaleya nel mercato comunitario continua ad essere un miraggio e le crisi nel Donbass, sommate agli scandali spionistici e alle battaglie diplomatiche esplose a macchia d’olio in buona parte dell’Ue, hanno bruscamente arrestato quel timido di processo di normalizzazione tentato da Borrell.