Sguardi traversi e rancori sopiti male. Ciononostante, due imperi nemici da sempre sembrano condannati a interagire per un destino che la geografia ha finito per trasformare in interessi politici.

Russia e Turchia s’intendono e continuano a farlo lungo una traccia riconoscibile e consolidata. In tempi recenti l’interazione si è convertita in flirt, sulla base di obiettivi comuni e reciproci profitti.

In realtà niente di improvvisato. La telefonata del 20 ottobre tra Putin ed Erdogan, così come riportata dal quotidiano turco Hurriyet, non è altro che la tappa enne di un percorso breve, coperto in rapida progressione dai due leader, ma comunque già noto.

Andiamo per gradi. Il duetto fra Mosca e Ankara inizia poco più di un anno fa, quando i fumi della quasi guerra dell’autunno 2015 svaniscono e l’intreccio di interessi comuni porta i due Paesi ad un riavvicinamento strategico.

L’imbeccata iniziale è di Putin, che intercetta due bisogni vitali di Erdogan: non restare isolato e soprattutto rimanere in sella.

L’incipit è la non risposta all’abbattimento del Sukhoi russo da parte turca sul confine siriano nel novembre 2015; il resto viene da sé, è solo questione di tempo.

L’isolamento a Occidente di Erdogan, impegnato ad islamizzare e personalizzare le istituzioni turche allontanandole dal solco di laicità su cui Ataturk le aveva raccomandate, è un’occasione troppo ghiotta per smuovere Mosca. Bisogna solo attendere che il riottoso presidente turco torni a Canossa con una lettera di scuse. E così è.

La pazienza russa copre interessi evidenti. La Turchia dispone del secondo apparato militare della Nato e strategicamente è un Paese chiave per l’Occidente. Porta stretta del Mar Nero e legata da decenni ad Israele, è il termoregolatore di potenziali febbri islamiste. Cappello geofisico sulle periodiche rivendicazioni arabe, garantisce per mezzo secolo stabilità e sicurezza ad un’Europa troppo educata per regolarsi secondo sistemi spiccioli in uso oltre il Bosforo. La Turchia è un colosso monolitico, ponte naturale tra mondo islamico e Occidente, affidabile al punto da diventare un riferimento indispensabile per Usa ed Europa.

Ogni colosso però ha le sue crepe e i suoi punti di debolezza. Se nasca prima l’uovo o la gallina è difficile dirlo, ma che l’arrivo di Erdogan ribalti il tavolo è un dato storico difficilmente opinabile.

Il processo di islamizzazione, benché strumentale, porta alla ribalta la Fratellanza Musulmana e fredda l’amore storico tra Turchia e Stato ebraico. I ricatti sui flussi migratori, l’autoritarismo crescente e le ingerenze nelle politiche di Paesi a matrice islamica sulle orme dell’antico Impero Ottomano (Bosnia, Albania, Libia… ndr) aumentano l’insofferenza di un Occidente, che impiega troppo tempo a capire: la Turchia sta cambiando e lo sta facendo in fretta.

I tempi lunghi delle rotazioni geopolitiche non sono facili da decifrare. Basterebbe poco in fondo per spegnere una stella e per far rientrare una deriva; è già successo. La nuova parabola di Ankara però non cambia direzione, anzi.

Il palcoscenico è la Siria, dove il rinnovato dinamismo politico turco trova terreno concreto.

L’ossessione per i turchi è sempre la stessa: soffocare ogni velleità curda. Ankara sa benissimo che la nascita di un non meglio precisato Kurdistan, tra le quattro componenti nazionali (Iraq, Iran, Siria e Turchia) si svilupperebbe di più proprio ai suoi danni.

Anche in questo caso è questione di tempo. Con Scudo dell’Eufrate dall’estate del 2016 Ankara parla con le armi e parla chiaro: dietro l’orpello della guerra all’Isis i turchi entrano in Siria.

Non sono le poche decine di chilometri lungo la direttrice di Al Bab a fare notizia. Terminata a marzo 2017, l’operazione militare mostra però la supremazia dell’interesse nazionale che scavalca le alleanze storiche. Col suo passo arrogante, la Turchia vuole camminare da sé e guardardi intorno senza pregiudizi.

La Russia lo capisce e ne calcola il profitto derivato. Quando i curdi sostenuti dagli Usa passeranno alla cassa per lo sforzo contro lo Stato islamico, non ci sarà nessuno disposto a pagare: nel suo piccolo non lo farà il redivivo governo di Damasco, intenzionato a recuperare terra e a non lasciare troppo spazio al Rojava; non lo farà l’Iran, arrivato alle frontiere siro-irachene e poco disposto a perdere il vantaggio acquisito con possibili cuscinetti filo-Usa di mezzo; non lo farà soprattutto l’Iraq, dove il governo dello sciita Al Abadi non lascia margini e la resa dei conti tra peshmerga e Pmu è già iniziata col botto; più di tutti non lo farà però proprio la Turchia, la cui rotta di collisione con gli Usa sembra sempre più marcata.

Mosca intuisce che la necessità americana di salire sul carro dei vincitori in Siria è ineluttabile. Armare e continuare a sostenere le Syrian Democratic Forces con Ira dell’Eufrate è l’ultima possibilità per Washington di trasformare in vittoria (e permanenza militare) il pessimo calcolo fatto nel 2011. Più gli Usa sosterranno gli arabo-curdi delle Sdf, più sarà forte l’opposizione di Ankara.

In bilico tra l’interesse siriano (via curdi) e la catastrofica rottura definitiva con la Turchia, gli Stati Uniti rimangono sospesi.

La Turchia diventa sempre più protagonista e si fa attrice degli unici colloqui di pace che veramente contano per il fronte siriano: le conferenze di Astana, in Kazakistan, dove dal gennaio del 2017 si gettano le basi per un futuro politico del Paese arabo e di parte del Medio Oriente.

Gli incontrano sono gestiti dalla troika Russia, Turchia e Iran e generano immediati contenuti pratici. Le de-escalation zone abbassano la temperatura del conflitto riducendo i fronti. Favoriscono le operazioni militari russo-siriane ma permettono al tempo stesso alla Turchia di riorganizzarsi a nord, dove l’antica idea di un cuscinetto turcomanno è rimasta sospesa.

Tutto questo sorvola Ginevra e i negoziati ufficiali voluti dall’Occidente. La politica si fa con i fatti del resto e chi rimane al palo, paga pegno.

Il flirt fra Mosca e Ankara continua su tutti i settori: energia e forniture militari s’intrecciano in fretta, configurando la Turchia come nazione sempre più indipendente dall’Occidente.

Se la relazione tra i due Paesi appare centrale per la soluzione della crisi siriana, è innegabile infatti che il conflitto arabo sia stato il terreno su cui maturare un’intesa dagli effetti più grandi.

I rapporti tra Russia e Turchia hanno riflessi in aree strategiche che esulano dal Medio Oriente. Basti pensare al Caucaso del nord, dove il sostegno turco ai separatismi islamisti interni alla Federazione sono noti; a quello del sud, dove la crisi Armenia-Azerbaigian legata al Nagorno Karabakh rimane sospesa; alla Libia, dove i due Paesi hanno appoggiato rispettivamente per anni il parlamento ombra di Tobruk e il potere islamista di Tripoli.

Se l’intesa supererà l’ottica del breve e medio periodo lo vedremo presto. I dati che rimangono però sono sostanzialmente due: per la prima volta dal Dopoguerra, Mosca ha avuto la possibilità di favorire lo scricchiolio del Patto Atlantico senza l’uso dei cingoli; per la prima volta dopo decenni, gli obiettivi strategici di singole nazioni prevaricano in modo significativo la logica di alleanze storiche consolidate, ponendo le basi per un nuovo modo di intendere la diplomazia dei prossimi anni.

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